La storia di Buckley il selvaggio ovvero l’essenza della felicità

di 0 , , Permalink 0

Il racconto che sto per iniziare (tratto da un reportage di Gianni Clerici pubblicato su Repubblica il 30 marzo del 2008) parla dei paradossi della felicità e cerca di rispondere alla domanda: “Quando siamo stati veramente felici?”

La storia è quasi una leggenda e risale a circa trecento anni fa. A Londra un uomo di nome William Buckley, di professione ciabattino, viene arrestato per furto. L’uomo aveva acquistato un carretto di vestiti usati non sapendo che erano stati rubati poco prima. In poche parole, pur urlando a tutti la sua innocenza, Buckley viene arrestato e spedito in una colonia penale nella lontana Australia, terra di Sua Maestà Britannica.

Qui le condizioni di vita erano ai limiti della sopravvivenza. I prigionieri erano dedicati alla costruzione di un villaggio in un ambiente ostile e selvaggio, con feroci sorveglianti a costringerli a turni di lavoro massacranti, circondati dalla foresta fitta e tenebrosa dove serpenti e giaguari in agguato aspettavano solo l’occasione buona per aggredire qualcuno di quegli uomini disperati.
Fu così che dopo diversi mesi Buckley e altri tre suoi compagni di sventura decidono di fuggire. Colta di sorpresa una guardia, la uccidono e le sottraggono il fucile lanciandosi di corsa nel fitto della foresta. A quel punto la fuga era una scelta obbligata, l’uccisione di una guardia può essere punita in un solo modo: con l’impiccagione.

Ma la foresta non è meno pericolosa degli sgherri della Regina. Inseguiti, affamati, deboli i quattro finiscono per scontrarsi tra di loro sulla direzione da prendere e infine, al termine di un furioso litigio, decidono di dividersi. Buckley a quel punto è solo stanco e affamato senza un’arma in un territorio ostile. La speranza e quella di arrivare ad un villaggio sulla costa e imbarcarsi per tornare a casa, ma a quel punto le possibilità anche solo di salvarsi la vita sono ridotte al lumicino.
Buckley si aggira disperato nella foresta cercando qualcosa di cui nutrirsi quando fa una macabra scoperta. Uno scheletro al cui fianco trova una lancia e alcuni utensili. Tutti oggetti preziosissimi per il fuggitivo che senza pensare troppo a chi appartenessero e chi fosse stato in vita lo scheletro che giaceva davanti a lui, prende la lancia e gli altri oggetti fondamentali per poter cacciare e procurarsi il cibo necessario per non morire d’inedia.

Così Buckley riesce a cacciare e a mettere finalmente qualcosa sotto i denti che non siano bacche o radici e, con la pietra focaia trovata insieme agli altri oggetti, accende un fuoco. Quella notte, protetto e riscaldato dalle fiamme e con a fianco una splendida lancia intagliata con raffinati disegni, riesce a prendere sonno per qualche ora.

Non sappiamo cosa sognò Buckley quella notte, e neppure lui se ne curò troppo probabilmente, perché al suo risveglio si ritrovò circondato da una folta schiera di indigeni seminudi armati sino ai denti che lo scrutavano minacciosamente. Buckley pensò che la sua fine fosse segnata e che sarebbe avvenuta tra atroci supplizi per mano di quei selvaggi che magari si sarebbero cibati, infine, anche della sua carne.

Il terrore di Buckley fu secondo solo alla meraviglia quando si accorse che i selvaggi che lui temeva tanto lo trattavano con il massimo del riguardo, anzi, con un rispetto che, pur nella rozzezza dei modi di quei primitivi, si sarebbe potuto definire religioso. Il colore della sua pelle chiara li incuriosiva ma ancor di più la lancia e gli altri oggetti che portava con sé. Ci vollero diversi giorni vissuti tra quei barbari incomprensibili nel loro linguaggio per far comprendere a Buckley la ragione del loro curioso comportamento: questi ritenevano che l’uomo bianco che avevano incontrato venisse dal cielo e fosse la reincarnazione del loro fratello disperso misteriosamente nei boschi e mai più tornato a casa.

A sostenere la loro idea erano la lancia e gli altri oggetti che Buckley aveva recuperato vicino allo scheletro.
Ma Buckley scoprì anche altre caratteristiche dei suoi inaspettati salvatori. Erano estremamente primitivi, non avevano alcuna cognizione del mondo esterno alla loro foresta e alla piccola tribù che rappresentava tutto il loro universo conosciuto. Erano a loro volta divisi in piccoli clan perpetuamente in guerra gli uni con gli altri per i motivi più insignificanti e al termine delle scorrerie, che quasi tutti i giorni avvenivano tra guerrieri di questo e di quest’altro clan, la cena veniva servita con i macabri resti di chi aveva avuto la peggio in quello scontro.

La ragione di tale ferocia scaturiva dall’estrema suscettibilità di quegli uomini e dall’infantile abitudine di dovere in continuazione rinsaldare la loro reciproca amicizia scambiandosi doni di ogni tipo. Si scambiavano regali in continuazione ma ciò, invece che farli diventare più amici e rinsaldare i loro rapporti dava spunti a continue liti che provocavano scorribande e violenze , vuoi perché qualcuno non si ricordava di una ricorrenza vuoi perché un regalo veniva considerato troppo povero rispetto a quello corrispondente.
Dopo qualche settimana svanita la curiosità e la meraviglia da parte di tutti i componenti della tribù nei suoi confronti Buckley capì di essere oggetto delle discussioni più accese tra i diversi capi clan. Tutti volevano fargli dono di una moglie, ciascuno di questi passava dalla sua capanna proponendogli in modo diretto e senza troppi fronzoli di impalmare la sorella o la figlia e dato che in quella tribù vigeva la poligamia, lui avrebbe potuto addirittura avere sei mogli e non scontentare nessuno in quel modo, ma comprese fin da subito che ogni piccola preferenza nei confronti dell’una piuttosto che dell’altra avrebbe potuto dare origine ad una infinita serie di invidie e di violenze tra i diversi clan e magari mettere in serio rischio anche la sua stessa vita. Così, decise di non prendere moglie, ma di accudire orfani e vedove del villaggio che a loro volta, trovando nel misterioso uomo bianco un salvatore, anche per loro esistevano serie probabilità di finire mangiati dagli stessi famigliari, lo contraccambiavano con sincero affetto e una vera e propria devozione.

Buckley diventò così negli anni autorevole per tutti i membri del villaggio; aiutandoli a ricordare le ricorrenze dei loro regali e facendosi garante per gli uni e per gli altri quando qualcuno si dimenticava dell’impegno o era in ritardo riuscì a far diminuire le guerre e le violenze tra quei selvaggi.
Così andò avanti per tanto tempo e Buckley perse la cognizione degli innumerevoli anni passati a impedire che i suoi amici si ammazzassero e si sbranassero fra di loro o decidessero, di punto in bianco, di farlo diventare il piatto principale del loro banchetto.

Un giorno le vedette della tribù ritornarono al villaggio in preda ad una forte agitazione. Una grande barca, più grande di tutte quelle che loro avevano mai visto, era apparsa all’orizzonte sul mare e da lì era partita una barca più piccola che si stava dirigendo a riva con degli uomini a bordo. Buckley fu percorso da un dubbio drammatico: se quegli uomini ignari che si stavano dirigendo verso di loro non avessero avuto la cura di portare dei doni agli uomini della tribù sarebbero stati tutti uccisi, ma lui per salvarli e spiegare le particolari e pericolose usanze della sua tribù si sarebbe dovuto rivelare e su Buckley pendeva una condanna a morte.

Decise infine che non avrebbe assistito impotente al massacro. Andò sulla spiaggia e davanti allo stupore dei marinai nel vedere un bianco agghindato in tutto e per tutto come un selvaggio e degli uomini della tribù che lo sentirono parlare una lingua sconosciuta con i nuovi venuti, spiegò ai marinai appena sbarcati e al loro capitano i rischi che stavano correndo; questi lo ascoltarono e compresero quanto provvidenziale fu il suo intervento per la loro sopravvivenza. Fu così che Buckley salvò quegli uomini e quella sera una volta terminata la cerimonia dei doni che furono consegnati ai guerrieri rendendoli allegri e ospitali, l’ex prigioniero fu costretto, sollecitato dalle mille domande dei nuovi venuti, a raccontare la sua incredibile storia.

Il capitano della nave era incredulo alla fine del racconto di Buckley, ma risoluto nel cercare di convincere Buckley a ripartire con loro e a tornare nel mondo civile. Buckley temeva di dover scontare la condanna a morte che pendeva su di lui se fosse tornato in Inghilterra, ma l’idea di ritornare nel mondo civilizzato lo attraeva e magari la sua storia avrebbe potuto indurre la regina a graziarlo. E poi il timore di essere ucciso e sbranato dai suoi amici selvaggi non lo aveva abbandonato del tutto nonostante tutti gli anni che aveva trascorso con loro. Così si decise a partire.
La notizia gettò nello sconforto tutta la tribù. Uomini e donne piangevano supplicando Buckley di non abbandonarli, lo accompagnarono tristi e afflitti sino alla spiaggia dove Buckley salì insieme al’equipaggio sulla scialuppa che lo avrebbe portato sulla nave. Piangendo insieme quei pericolosi selvaggi cannibali rimasero sulla riva del mare fino a quando il profilo della nave scomparve definitivamente dall’orizzonte.

Una volta tornato a Londra Buckley fu effettivamente graziato in virtù della sua meravigliosa storia che, per qualche tempo, interessò i giornali e i salotti mondani che accoglievano quell’uomo con curiosità e meraviglia. Ma la storia di Buckley dopo qualche tempo non interessò più nessuno e l’ex prigioniero tornò all’occupazione di ciabattino sino a quando morì nell’indifferenza generale.

Ora, la domanda è: quand’è che Buckley è stato veramente felice? Quando si trovava in mezzo alla foresta in compagnia di una tribù di feroci selvaggi cannibali o nel centro di Londra impegnato nel suo ordinario lavoro di ciabattino?

No Comments Yet.

Rispondi