Contro Babbo Natale

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Sotto la festività mi piace, da un po’ di tempo, lavorare di disincanto. Evitare di essere sottoposto passivamente all’insulsa paccottiglia di pubblicità, frasi fatte, isterismi, compulsioni provocate da uno dei momenti più tragicamente consumistici dell’anno. Per anni ho avuto le idee confuse sul Natale e ho percepito intorno a me altrettanta confusione. Ma prima di procedere oltre vi lascio alla lettura di questo bell’articolo di Claudio Magris che uscì tre anni fa sul “Corriere della Sera”

BABBO NATALE FALSO OTTIMISTA

di Claudio Magris
Se ne avessi il potere, proibirei per legge — quale offesa alla pietas di una tradizione che per generazioni ha fatto sentire all’infanzia quanto vicini e interscambiabili siano il sacro, il favoloso e il familiare — l’immagine e il termine stesso di Babbo Natale. C’è un limite di decenza pure per la secolarizzazione. Trasformare il mistero dell’incarnazione— l’eterno che si fa storia, tempo fugace, carne fragile e peritura — o anche solo l’infantile poesia di Gesù Bambino o dell’angelo che porta i doni nella figura di un vecchio panciuto e svampito, dal viso rubizzo e giulivamente ebete, è un po’ troppo.
Se proprio ci si vuole sbarazzare del Cristianesimo — del linguaggio e delle figure che esso ha dato per secoli alla rappresentazione della vita —meglio tornare allo Yule, alla nordica festa pagana del solstizio d’inverno col suo culto delle demoniche forze elementari, che Lovecraft, nei suoi racconti dell’orrore assai poco natalizi, sentiva ancor vive e minacciosamente in agguato sotto la crosta della civiltà. Non a caso, al tempo della mia infanzia, catechisti e sacerdoti della parrocchia scoraggiavano e deprecavano, sia pur blandamente, l’albero di Natale, l’abete di remota ascendenza boreale e pagana, contrapponendogli il cristiano, cattolico e italico Presepe; palme e cammelli d’Oriente e dolce terra umbro-francescana contro la neve del Settentrione. Mi sarei dunque atteso una più energica riprovazione ecclesiastica — almeno pari a quella delle zucche di Halloween — del paonazzo fantoccio da supermarket, con le sue renne fatte per tirare la slitta a Cortina e non in Lapponia.
Se Babbo Natale, con rispetto parlando, deriva da Santa Claus ovvero San Nicolò, come triestino mi sento corresponsabile del suo trionfo, visto che a Trieste San Nicolò, col suo manto rosso, porta i doni nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, ma quel rosso del santo di Bari ha almeno una sua regalità, da re pastore e non da insegna luminosa di supermarket. Quest’ultimo, ovviamente, può essere altrettanto sacro, con buona pace dei fustigatori del consumismo nostalgici della miseria dei tempi andati. Nessun oggetto, nessuna istituzione, nessun rito sono di per sé sacri; sacro è solo il senso di amore e soprattutto di rispetto per gli uomini. Comperare un panettone a un supermarket, pensando alla tavolata con persone amate, non èmeno poetico che preparare un pasto in una capanna di pastori o in una casa contadina. Sono i simboli della vita a dire il significato che le attribuiamo.
Sotto questo profilo, il ridanciano e scampanellante Babbo Natale è un segno della crescente scristianizzazione; della perdita della memoria, del linguaggio, del senso che il Cristianesimo dà al mondo. Non è solo il vituperato consumismo, simboleggiato da Babbo Natale, che disturba. Pure in passato il pranzo e i regali natalizi obbedivano alla logica del consumo, di per sé nient’affatto disdicevole, e non è un merito se la penuria, subìta e non certo scelta, costringeva a consumi più modesti. E’ quel sorriso giocondo e soddisfatto nel roseo faccione che nega il Natale. Le feste di un tempo univano il piacere — per un bambino, anche l’incanto misterioso dei doni sotto l’albero o davanti al Presepe — e la malinconia della ripetizione, che scandisce il fluire e lo svanire del tempo quanto più cerca di catturarlo e fermarlo nel rito sempre uguale. La festa—e il Natale è quella più grande—fa (soprattutto faceva) sentire che la festa della vita finisce, che l’esistenza è il precipitare della gioia e degli affetti nel buio del tempo e del nulla, così come nel grande abete, che un magico zio travestito da angelo mi allestiva nella mia infanzia, una cascata di caramelle bianche come la neve cadeva e spariva nella folta ombra dei rami e le gocce di cera delle candele accese cadevano una sull’altra e si consumavano.
Ogni anno tante gocce d’oblio, mentre la tavolata famigliare si arricchiva di nuovi venuti e ancor più si spopolava di altri che se ne andavano lasciando seggiole vuote. La festa diceva la tenerezza e anche gli acri, amari malintesi della vita di famiglia; era occasione in cui emergevano e poi si sopivano rancori antichi, acerbamente conviventi con gli affetti, che il bambino captava sgomento e poi rasserenato, imparando a capire il nesso inestricabile di amore e avversione che lega gli uomini. Protagonista e vezzeggiata, l’infanzia era anche vagamente oppressa da quella ripetizione e da quella mistura di gioia e malinconia, immortalata in tragiche e debolmente sorridenti foto di famiglia. Anche in quei Natali tradizionali si violava e negava, senza saperlo, il significato del Natale, che è preludio di Buona Novella e di liberazione e non malinconia; tempo annunciato e vissuto come pienezza, come compimento di attese e valori, e non quale stillicidio di minuti e di anni nel nulla. Ma tutto ciò era almeno riscattato dalla malinconia; l’angelo—anche quello che porta i regali—è sempre malinconico, figura del mondo caduto e imperfetto. Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l’eterno. Incubi di pranzi in cui l’obbligato ingozzarsi insinua nell’animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell’invasione.
Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l’estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo. Uno dei più grandi racconti di Natale di ogni letteratura, «Cristallo di rocca» di Stifter, dice — come ha scritto Maria Fancelli in un memorabile saggio — «che l’attraversamento del nulla è necessario ». Babbo Natale vuole invece farci dimenticare che siamo sull’orlo di un vulcano, il quale potrebbe eruttare fuoco distruttore da un momento all’altro; che le tensioni del mondo si vanno facendo insopportabili e incontrollabili; che davanti al Presepe premono, per entrare in quella capanna che è il cuore del mondo, più persone di quante essa possa accogliere. Babbo Erode non si turba per le stragi di innocenti. Il fasullo scampanellìo della sua slitta cerca di sopraffare il coro degli angeli che annunciano gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà. Cerca di coprirlo perché, se lo si sente, si rimane sbigottiti dalla smentita che quell’annuncio riceve sulla Terra, dove la pace è quasi sempre negata agli uomini di buona volontà e semmai concessa ai farabutti. Quel canto da sempre smentito va invece sempre ascoltato e seguito, per continuare a credervi contro ogni evidenza, a sperare contro ogni vittoriosa negazione, con quell’autentica speranza che passa sotto le forche caudine della disperazione e rifiuta le stampelle del tronfio e menzognero ottimismo.

Sin qui Claudio Magris. Non torno sulla valenza religiosa del Natale che lui affronta con esattezza. Credo solo che si debba aggiornare quanto lui dice sulla perdita di memoria e di linguaggio. Non è vero. Ce ne sono di nuovi. Memorie fasulle e linguaggi fasulli che soppiantano non solo il senso religioso ma anche quello etico sino a intaccare il più banale buon senso. E’ questo che è intollerabile. Sono una violenza al buon senso gli spot pubblicitari innaturali che culminano con l’allucinante testo “A Natale puoi” che imperversa tirannico alla faccia di chi non può, nella più frustrante e violenta accezione non solo a una festa ma anche alla vita. Per questo dico citando Cetto La Qualunque “Affanculo Babbo Natale” perchè sputtana tutto, polverizza ciò che di profondamente etico era contenuto nel Natale della tradizione cristiana anche per chi non credeva, inducendo a dire a denti stretti, affannati, in questi giorni a correre dietro l’obbligo del più ottuso perbenismo a comprare o a far finta di essere contenti “Odio il Natale”. Mai nella storia dell’umanità un rovesciamento del genere fu più efficace. Per cui in mancanza di certezze, capisaldi, idee migliori e soldi per le vacanze scherziamoci un po’ sopra…

7 Comments
  • Giovanni
    dicembre 18, 2010

    Una discussione interessante su questo post si è sviluppata nel link che ho inserito su Facebook se vi interessa potete trovsrla all’indirizzo qui sotto.

    http://www.facebook.com/#!/giovanni.giaccone/posts/1725599548151?notif_t=feed_comment

  • Annarita Scivittaro
    dicembre 25, 2011

    osservo ascolto e respiro con inquietudine questi anni che, al tempo giusto quello del natale appunto, mi ricordano la beatitudine inconsapevole e protetta delle "feste di una volta". la giovane età salva mia figlia, ma ancora per poco, dalla orribile scoperta (quella vera a cui siamo approdati anche noi adulti) che babbo natale non esiste. non mi ribello, babbo natale è il mio vicino di casa, anzi è tutto il mio condomonio e miei parenti e molti dei miei amici. voglio dire con questo, che ciò che accade non è un caso e che la deriva nella quale annaspiamo è il coerente esito di una volontà precisa, l'effetto della mancanza di cura e di rispetto della nostra dignità e la scelta di manifestare un' esperienza intima come la fede in un pip-show. ti bacio jac, mi piace ciò che scrivi.

  • Annarita Scivittaro
    dicembre 25, 2011

    osservo ascolto e respiro con inquietudine questi anni che, al tempo giusto quello del natale appunto, mi ricordano la beatitudine inconsapevole e protetta delle "feste di una volta". la giovane età salva mia figlia, ma ancora per poco, dalla orribile scoperta (quella vera a cui siamo approdati anche noi adulti) che babbo natale non esiste. non mi ribello, babbo natale è il mio vicino di casa, anzi è tutto il mio condomonio e miei parenti e molti dei miei amici. voglio dire con questo, che ciò che accade non è un caso e che la deriva nella quale annaspiamo è il coerente esito di una volontà precisa, l'effetto della mancanza di cura e di rispetto della nostra dignità e la scelta di manifestare un' esperienza intima come la fede in un peep-show. ti bacio jac, mi piace ciò che scrivi.

  • Davide Durbiano
    dicembre 26, 2011

    Sono sicuramente tarlocco ma… Mai letta una difesa del "vero" Natale così! Sono convinto dipenda solo da noi e dal valore che vogliamo assegegnare a questa festa… Quello che nel nostro sempre piu avizzito cuore vogliamo provare… Per quanto mi riguarda il Natale l'ho vissuto a fine ottobre qundo le prime barche scaricavano sul molo di Monterosso come regali acqua viveri pale e stivali… E l'ho visto Babbo Natale, quello vero, non su una slitta, ma su un infangato Cartepillar giallo di Queirolo, andare su e giù, per primo, per piu di 24 ore ininterrottamente, rombando e rimuovendo tonnellate di terra che avevano occupato e distrutto il paese del mio cuore, regalando a tutti la merce piu rara in quel momento… La speranza! Come ho percepito negli sguardi di chi era venuto a lavorare nel fango solo per aiutare, senza chiedere nulla in cambio… Semplicemente a dare, senza se e senza ma! O nei volti stanchi di chi, pur facendo il suo dovere, andava ben oltre, in una sorta di corsa contro il tempo, quel tempo che ci separa dal tornare come eravamo prima della catastrofe. Ciò fa riflettere come, in una società cinica come la nostra, si possa ancora celare il germe del vero Natale che non cade necessartiamente il 25 dicembre, ma ogni volta che riusciamo a concederci agli altri.

  • Davide Durbiano
    dicembre 26, 2011

    Sono sicuramente tarlocco ma… Mai letta una difesa del "vero" Natale così! Sono convinto dipenda solo da noi e dal valore che vogliamo assegegnare a questa festa… Quello che nel nostro sempre piu avizzito cuore vogliamo provare… Per quanto mi riguarda il Natale l'ho vissuto a fine ottobre qundo le prime barche scaricavano sul molo di Monterosso come regali acqua viveri pale e stivali… E l'ho visto Babbo Natale, quello vero, non su una slitta, ma su un infangato Cartepillar giallo di Queirolo, andare su e giù, per primo, per piu di 24 ore ininterrottamente, rombando e rimuovendo tonnellate di terra che avevano occupato e distrutto il paese del mio cuore, regalando a tutti la merce piu rara in quel momento… La speranza! Come ho percepito negli sguardi di chi era venuto a lavorare nel fango solo per aiutare, senza chiedere nulla in cambio… Semplicemente a dare, senza se e senza ma! O nei volti stanchi di chi, pur facendo il suo dovere, andava ben oltre, in una sorta di corsa contro il tempo, quel tempo che ci separa dal tornare come eravamo prima della catastrofe. Ciò fa riflettere come, in una società cinica come la nostra, si possa ancora celare il germe del vero Natale che non cade necessartiamente il 25 dicembre, ma ogni volta che riusciamo a concederci agli altri.

  • Giovanni
    dicembre 26, 2011

    @ Davide Sono d’accordo, credo che sia vero quello che dici tu e anche a me è capitato in quei giorni, ho scritto pure qualcosa nel blog… Le religioni antiche e quindi anche i cristiani hanno evoluto le nostre impressioni e emozioni oggettivandole… La Misericordia è proprio quello che abbiamo provato noi, l’amore compassionevole verso l’altro, che è un salto culturale enorme se pensi che nel cristianesimo è diventata una dimensione dello spirito ben definita. Credo che anche laicamente non si possa prescindere dalla necessità che Questa ci sia sempre nei nostri pensieri e nelle nostre azioni…

    @ Annarita Grazie Scivit, si può credere o meno ma credo sia essenziale non farsi prendere per i fondelli da chi aggancia le emozioni e i sentimenti buoni a immagini fasulle…

  • barbara
    dicembre 26, 2011

    Già, già, già.
    Anche se sono convinta che se non fosse per ciò che rappresenta Babbo Natale (ossia il marketing attorno al Natale), il 25 dicembre non sarebbe una festa globale cosmica come oggi ma sarebbe vissuto come l’Hanukkah o il Ganesh Chaturthi o il Mawlid An-Nabi. Che sarebbe probabilmente la cosa più giusta, ma con un effetto “promozione” decisamente ridotto.

    ps
    E Yule non festeggia “il culto delle demoniache forze elementari”, quella è la lettura che gli ha voluto dare il culto cattolico, per ovvie e strumentali ragioni, as usual.

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