The way we were

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Il decennale del G8, quello del 2001 di Genova, quello che vide la manifestazione più violenta del regime mediatico che in Italia ha dominato per vent’anni non si è concluso il 24 luglio scorso a Caricamento nell’ennesima manifestazione, probabilmente anche l’ultima, che ripeteva come un mantra la generale impotenza a spiegarsi quei fatti e a trovarne le ragioni ultime. Ma di questo ho già detto. Il decennio in questione si conclude oggi in questa inconcludente giornata estiva senza particolari significati, mentre ascolto Berlusconi farfugliare parole poco provviste di senso alla Camera per spiegare la drammatica situazione economica in cui si trova l’Italia chiedere pietà ai mercati. Dieci anni fa più o meno tutti eravamo convinti che i mercati ci avrebbero restituito il nostro posto nel mondo e nessuno meglio di Berlusconi ci avrebbe guidato in questa rinascita. Tutti lo pensavano, anche le opposizioni. La vera domanda è: “Ma come ci si sente a non aver capito un cazzo per dieci anni?” E la risposta è: “Discretamente male, grazie”.
Non so ancora se il “nostro” riuscirà nel miracolo di far credere che l’economia italiana è solida, ha parlato aspettando che Piazza Affari fosse chiusa (peccato che Wall Street è aperta) o se, come nella profezia “una risata ci seppellirà”; resta il fatto che anche ci riuscisse la sensazione che in l’Italia sia vissuta sulla fragile architettura di una serie micidiale di “palle” e che adesso si stia preparando a pagare il salatissimo conto è tangibile. Ma non solo. Convinti o meno, contrari o favorevoli, beneficiati o penalizzati noi questi anni li abbiamo vissuti sulla nostra pelle e ci hanno cambiato. Sabato scorso mentre ripetevo anch’io la consueta liturgia della cronaca del corteo ho ripensato a questi dieci anni in tutto per tutto i più intensi, i più faticosi, i più felici, i più incazzati, i più disperati, i più tristi i più tutto della mia vita che hanno cambiato anche me che ho cercato di capire (per professione) cos’era successo e cosa stava succedendo. In realtà cambiavo anch’io all’ombra degli apocalittici fatti di quei giorni. Volti, persone e speranze passate che riempiono la fragile membrana dei ricordi e di quell’impasto che ti dice che tu sei fatto di quella roba lì, del volo sospeso nell’illusione di capirci qualcosa e che il destino prima o poi avrebbe aperto l’orizzonte verso chissà quale futuro. Meno male. Risuonano idealmente nell’aria le parole di “The way you were” di Barbra Streisand
“Can it be that it was all so simple then
Or has time rewritten every line
If we had the chance to do it all again
Tell me – Would we? Could we?”

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