Il signore degli anelli

Uno dei libri più fraintesi è “Il signore degli anelli”. Ne ho parlato diffusamente nel blog ma mai affrontato frontalmente il ronanzo perché si tratta di qualcosa che poi sai che rileggendo avresti voluto scrivere qualcosa di diverso o di meglio. Frainteso perché ne ho sempre sentito parlare anche da chi non l’ha letto con un tono tipo “Ah, Tolkien, no non leggo quella roba lì…” quasi si trattasse di un merito. Tutto perché, in modo forse anche più amplificato di quello che era la portata degli eventi, una certa destra degli anni ’70 si impossessò, declinandole a suo modo, delle linee narrative del romanzo e chiamò i propri raduni “Campi Hobbit” (in alcuni di questi avvenivano delle vere e proprie esercitazioni paramilitari, ma Tolkien non lo sapeva).
Nell’Italia provinciale e ideologica di allora bastò a tacciare il libro “di destra” e una certa propaganda “di destra” stralunata e grossolana aiutò.
Il romanzo, ovviamente, con questa roba non c’entra nulla. Anzi.
Cominciamo proprio da qui.
Nel “SdA” non vi è alcuna forma di razzismo e neppure alcun accenno a forme di “superomismo” che pure si possono trovare nel genere fantasy che, questo è vero, parte pur sempre dal “SdA”.
Nel romanzo sono esaltate le figure più deboli, quelle apparentemente meno significative nel contesto della storia che si racconta. Gli eroi tradiscono e i re vacillano mentre i piccoli hobbit poco inclini al combattimento, buffi e semplici, sono i protagonisti positivi aiutati da nani e donne. L’universalità dell’essere umano e la nobiltà dell’animo attraversano ogni essere, dice Tolkien, non esistono anormalità e il grande Aragorn afferma questo principio inginocchiandosi di fronte ai piccoli hobbit al termine della storia quando diventa re. Non esiste, tantomeno differenza di sesso; è la giovane principessa di Rohan Eowyn a uccidere il Nazgul, il potentissimo spettro al servizio di Sauron.
La trama del “SdA” poi, ha una sua peculiarità. Tutto ruota intorno non al tentativo di conquista ma al paradossale impegno di “perdere” qualcosa.
L’anello creato da Sauron per soggiogare magicamente tutti gli anelli che aveva forgiato e regalato a uomini, elfi e nani per blandirli e soggiogarli, è l’algebra del dominio.
Si tratta di una delle più belle e filosoficamente azzeccate metafore del potere. Qualcosa che può scatenare eserciti ma che può incidere in pochi secondi nell’animo umano e nella vicenda di una singola persona, violentandola oscenamente, smascherando le più remote regioni dell’io sedotto dalla bramosia del possesso di quell’oggetto. “Il mio tesoro” ripete ossessivamente Smigol/Gollum devastato dal desiderio dell’anello, e anche il buon Bilbo manifesta il dissesto psicologico prodotto dalla lunga convivenza con l’amuleto. Un potere “irreale” astratto e concreto al tempo stesso. Quando il “SdA” venne pubblicato i critici videro in questo potere l’ideologia, il nazismo o il comunismo, lettura che Tolkien rigettò senza fornire però ulteriori spiegazioni. Più tardi ci fu chi vide nelle scene di guerra e battaglie i riflessi dei trascorsi di Tolkien nelle trincee della prima guerra mondiale. Non si può certo negare a priori che uno scrittore non riporti nel suo lavoro le sensazioni forti e violente del suo vissuto, ma riletto ancora dopo il “SdA” mostra di contenere un soffio di universalità che lo libera da una lettura strettamente storica. Il potere “virtuale” dell’anello non è sorprendentemente attuale nella finanza “selvaggia” di questi tempi? E le schiere dei guerrieri urukai diretti verso il fosso di Helm non richiamano l’omologazione violenta e la distruzione di tutto ciò che è “diverso” tipico della nostra modernità? Del resto, la lettura ecologica del “SdA” è palese. Il malvagio Saruman sedotto dal potere dell’anello per averlo troppo studiato trasforma Isengard, una delle più belle città della terra di mezzo, in una immensa fabbrica e l’Ent (il grande albero che salva la vita agli hobbit Merry e Pipino) dice che Saruman ha una mente di “ferro e ingranaggi” e decide di rivoltarsi quando vede gli alberi della sua foresta abbattuti dagli orchi che li usano per alimentare le fornaci di Isengard accese giorno e notte.
La Contea, del resto, la terra degli Hobbit sembra la rielaborazione della “Felice Inghilterra” medievale precedente e opposta alle terre del nord (vittoriane) travolte dal potere delle macchine. Una cultura contadina a misura d’uomo, dove si lavora ma sono frequenti gli spazi per l’ozio e il divertimento.
La vita è una lunga serie di passaggi e la morte è solo un altro stadio dell’esistenza dello spirito ma se nessuno può giudicare chi nasce chi no nessuno può decidere la morte di un altro. Gandalf risponde a Frodo con un tono lievemente irritato quando l’Hobbit gli chiede perché non uccidere Gollum, una creatura così spregevole. “Anche lui ha un ruolo in questa storia” dice e come si vedrà non è un ruolo da poco. Tutti i personaggi di questa immensa storia vivono una loro vicenda personale degna di essere conosciuta e ascoltata. Da Sam Baggins gregario di Frodo che non rinuncia a seguire e a rischiare la vita per l’amico anche quando questo lo accusa di tradimento a Arwen, la regina degli elfi che decide di raggiungere Aragorn e di stare al suo fianco anche nel momento in cui tutto sembra precipitare. Infine Frodo l’hobbit scelto per essere il portatore dell’anello, una scelta di sottile intelligenza da parte di Gandalf, l’idea che sia un piccolo uomo e non un fiero condottiero il portatore dell’anello per attraversare più facilmente le linee nemiche e dare meno nell’occhio; un compito gravoso, oggi diremmo una missione “impossibile” senza possibilità di salvezza, quella di portare l’anello nel cuore del regno di Sauron, nelle viscere magmatiche del monte Fato, dove era stato forgiato, per distruggerlo. In questo percorso Frodo vive il doloroso paradosso di essere colui che possiede l’anello ma che non può trarne alcun vantaggio anzi, è costretto a soffrire per negarsi alle sue lusinghe, un dissidio interiore talmente violento che nonostante il suo successo lo segnerà profondamente.
E dentro questo percorso che poi regge nella sua tensione narrativa tutta la struttura del romanzo che si trae la riflessione più acuta di Tolkien, un’analisi che appare una critica filosofica alla modernità concepita come “conquista del progresso”. La salvezza dice Tolkien sta non nel “conquistare” ma nel “perdere”, non nelle lusinghe del successo ma nella capacità di sapersi difendere da queste. Tra tutte le figure proposte dallo scrittore, tutte più o meno irrisolte e non compiute nel precario equilibrio del comprendere questo dissidio, emerge Tom Bombadil, un personaggio misterioso, allegro e divertente, il signore assoluto della foresta “Il signore non il padrone” come lui puntualizza, dove il male non può toccarlo. Non è attratto dall’anello e stranamente, non beneficia neppure dei suoi poteri. Quando gli viene chiesto chi sia risponde di esistere da prima di tutto, ma quando viene proposto di affidarlo a lui proprio per queste ragioni, Gandalf si oppone “Bombadil” dice “non è interessato a questo genere di cose e finirebbe per dimenticarlo e perderlo”. L’ennesimo paradosso, quello centrale nonostante la posizione defilata di Bombadil nella storia: per potersi effettivamente liberare dell’anello e del suo potere occorre necessariamente esserne attratti.

9 Comments
  • Laura Sciaccaluga
    febbraio 19, 2012

    Purtroppo ho fatto parte di quelli che dicono “Non leggo quella roba lì, non mi piacciono i fantasy”, senza peraltro mai averne letto uno! Per anni un'amica, quando ancora il “SdA” non era una moda, me ne ha fatto una testa così… è un bellissimo libro, vedrai che ti piacerà, fa per te! Io zuccona non l'ho mai voluto leggere, non ho voluto neanche vedere al cinema “La Compagnia dell'Anello” ma le ho gentilmente concesso, giusto per farle un favore, di vederne a casa sua il dvd e morale della favola… mi è tanto piaciuto che ho aspettato trepidante l'uscita al cinema de “Le Due Torri” e poi alla fine ho ceduto… mi sono fatta imprestare quel mattone enorme e l'ho letto tutto d'un fiato, in quattro giorni, dall'introduzione alle appendici!!! Non parla di razzismo, ma di amore e amicizia… non elogia la guerra, anzi mostra tutta la sua brutalità e racchiude in se tutto il valore dell'ecologia!!! Secondo me è un libro meraviglioso ed universale, che muove sentimenti e suscita emozioni… almeno a me! Non so come possano averlo frainteso perché basta leggerlo per capire in modo chiaro e lampante quello che Tolkien vuole dirci!!! Mai essere superficiali…

  • Giovanni
    febbraio 19, 2012

    Cara Laura ti ringrazio se non altro per aver letto tutto il pippone che ho scritto… Non contavo che qualcuno riuscisse a leggerlo per intero senza svenimenti e botte di sonno improvvise… D’altro canto per me il “SdA” è un libro fondamentale e mi dispiaceva non ci fosse qualcosa sul mio blog… In poche parole, grazie…

  • Eleonora de Feo
    febbraio 19, 2012

    Grazie, Giovanni. Trama narrativa miniaturizzata, un bonsai. Il senso del perdere poichè e nonostante si possegga: questa è la partita, il messaggio tanto "cristiano" e molto al di là della lettura "ignorante" di certa destra che va per le spicce nell'attribuire ragioni letterarie a lotte guerresche contro un "male" che non ha mai individuato nè definito.*____*

  • Laura Sciaccaluga
    febbraio 19, 2012

    Prego… non è poi così male, più che un pippone, la definirei un'analisi dettagliata del libro… in effetti, molto dettagliata!!! Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo, ormai saranno 3 anni che non lo apro più… sacrilegio!!! Hai fatto bene a dedicare uno spazietto al "SdA"… avevo letto qualcosa su un'altro fantasy, mi sembra il "Trono di Spade", ma in quell'occasione non avevi approfondito su Tolkien… era un peccato, ma qui hai rimediato alla grande ^_^

  • Galliolus
    febbraio 26, 2012

    Grazie per questo articolo. Hai mai letto qualcosa di Paolo Gulisano?

  • Giovanni
    febbraio 26, 2012

    No. Chi è? La mia formazione sul Signore degli Anelli si basa su più letture del libro stesso, un libro che è una specie di guida a tutto il mondo di Tolkien e la lettura di tutti gli altri libri da “Lo Hobbit” al “Silmarillion”. Credo sia magistrale l’introduzione di Elémire Zolla all’edizione di Rusconi.

  • Galliolus
    febbraio 29, 2012

    Paolo Gulisano, Tolkien, il mito e la grazia, Ancora 2001.

  • Giovanni
    marzo 3, 2012

    Come pensavo, rileggendo il post ho trascurato alcuni elementi. La figura di Bilbo, ad esempio, merita degli approfondimenti. Tolkien ci presenta due Bilbo nell’epopea della storia dell’anello: quello dello “Hobbit” e quello del “SdA”. Il Bilbo “giovane” molto simile a Frodo per molti aspetti, è dotato di un istinto furbesco e opportunista che manca al cugino. L’anello è sottratto a Gollum con un raggiro che vale la salvezza per Bilbo ma che ne denota un carattere più risoluto. Il “secondo” Bilbo è il più interessante. Vissuto insieme all’anello per anni, il vecchio hobbit lo ha usato per gestire nel migliore dei modi la sua vita nella Contea. Bilbo è un buono, un semplice, come lo sono quasi tutti gli hobbit eppure c’è qualcosa in lui di stonato e fasullo. Bilbo non è felice e spensierato come tutti gli hobbit percheè si accontenta di quello che ha, Bilbo è felice perchè ha l’anello che gli sta prolungando inaspettatamente la vita e gli consente di apparire e scomparire quando vuole. E’ la rappresentazione di un sottile egoismo che, complice l’anello, lo pervade fino alla scelta egocentrica e egoistica di scomparire nel bel mezzo della festa di compleanno organizzata dalla Contea in suo onore, per fuggire solo con l’anello. I suoi piani saranno sconvolti da Gandalf e dalla storia, ma nella marginalità di questa storia Tolkien sembra volerci mettere in guardia dal rischio impercettibile ma potente di perdere la nostra autenticità e il senso stesso della realtà trasformandola in una grottesca imitazione di se stessa sulla base di un piccolo ma nello stesso “tempo” decisivo inganno.

  • Laura
    marzo 22, 2012

    Effettivamente mancava la psicanalisi di Bilbo 🙂 Giuro che ero convita che Bilbo trovasse l’Anello nella caverna per caso, non ricordo il raggiro, ma è anche vero che non ho letto “Hobbit”… lo so, vergogna, vergogna e ancora vergogna!!! Ormai aspetto il film di Jackson, tanto per me è una tradizione… prima vedo il film e poi leggo il libro!!!

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