Blade Runner

“Ho visto cose che voi umani non osate neanche immaginare…” 30 anni fa Roy Batty l’androide di “Blade Runner” sussurrava per la prima volta in una sala cinematografica una frase che sarebbe stata ripetuta come un mantra nella cultura popolare dell’intero pianeta, un codice indistruttibile che in poche parole conteneva il messaggio più autentico di tutto il film e l’ansia più vera dell’umanità: chiedere la prova della propria autenticità per congiungersi all’eternità dell’Essere. “Blade Runner” è più di un film. E’ una di quelle rare opere artistiche che ispirandosi a sua volta a un geniale capolavoro letterario, in questo caso il romanzo di Philip Dick “Do the androids dream of electric sheeps?” aggiunge qualcosa in più invece, come spesso accade, di sottrarre. Il film di Ridley Scott è una creatura proteiforme con cui ho convissuto alimentandomi degli spunti, dei segreti via via scoperti e degli innumerevoli elementi che ancora oggi lo rendono un film degno di essere visto. Intanto, un fatto storico: “Blade Runner” fu proposto due volte nel giro di vent’anni con stili narrativi e finali diversi. La prima versione con una voce fuori campo, in uno stile come quello dei noir di Humphrey Bogart e un finale consolatorio e conciliante, la seconda una decina di anni dopo la prima uscita senza la voce fuori campo e un finale che con rara finezza poetica riprendeva l’angoscia del testo di Dick tutto incentrato sul tema dell’autenticità dell’umano. La prima versione induceva lo spettatore a considerare il problema dei personaggi del film come qualcosa che lo riguardava molto da distante e la voce fuori campo, che era di Deckard il protagonista interpretato da Harrison Ford, induceva a pensare automaticamente che il problema che assillava gli androidi (il creatore, la vita, i ricordi di chi erano etc.) fosse una questione esclusivamente loro. Nella seconda versione, scompare la voce fuori campo e il finale impone più di un interrogativo sull’autenticità umana di Deckard.
Perché “Blade Runner” non è un semplice film di fantascienza ma un’imponente riflessione sulla domanda “Chi sono io?” che affascina e tormenta l’umanità fin dagli inizi con una fondamentale complicazione in più determinata dalla crescita tecnologica: nell’epoca raccontata dal film gli uomini sono in grado di riprodurre dei robot, degli androidi talmente perfetti e raffinati nella somiglianza con gli essere umani da dover elaborare veri e propri “protocolli” (una lunga serie di domande) per poter distinguere gli uomini dagli androidi. E’ il metodo Voigt – Kampff che consente attraverso un lungo interrogatorio e le reazioni a particolari domande di verificare l’empatia degli individui e quindi il loro essere umani o no. Secondo quel metodo gli androidi non proverebbero empatia nei confronti di altre creature, in altri termini non sarebbero mossi da alcun sentimento di compassione nel vedere degli esseri viventi in difficoltà. Ma appare chiaro da subito nel film che il problema dei personaggi, quello più assillante, non è capire se l’individuo con cui hai a che fare è umano oppure no ma la loro stessa autenticità. I ricordi, le esperienze e tutta la nostra storia è vera o è un innesto artificiale e noi siamo semplicemente delle macchine con una data di scadenza? Alla fine, l’angoscia più terribile è che tutto quello che ognuno di noi ha di più intimo e fondante della sua personalità e della sua vita sia finto e l’angoscia che i nostri sentimenti, le nostre emozioni siano fasulle. Tutta la storia è una ricerca drammatica di ciò che è vero e vivo rispetto a una realtà reificata nella finzione biomeccanica. E’ così che il gruppo di androidi fuggiti dalla colonia nella loro consapevolezza di essere “finiti” con una bella data di scadenza, paradossalmente più umani degli umani, anelano a qualche giorno di vita in più. Rachael, interpretata da Sean Young, non sa di essere un androide e custodisce i suoi ricordi fino a quando Deckard dimostrando di conoscerli le svela brutalmente la realtà. Tutto si gioca in uno scenario in disfacimento divorato dal Kipple, l’autocoscienza inorganica del disordine e nella precarietà del pianeta ormai invivibile. L’unica speranza sta in una “autenticità” altra, al di fuori di noi, corrotti dal doppio in cui conviviamo, i nostri desideri, le nostre emozioni e dall’altra parte la macchina che siamo, generata da un padre “oscuro” . E’ l’autenticità di una vita che chiede di essere vissuta a rimanere tale, sia per gli androidi che per gli umani: basterà per la Salvezza?

1 Comment
  • Marco
    agosto 7, 2012

    È un film strepitoso. Tuttora.
    Ottime riflessioni Giovanni.

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