La risata di Craxi creò i rottamatori (da “Il Secolo XIX”)

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Genova – In uno di suoi rari momenti di grazia, terrena, la scorsa domenica la sinistra italiana ha mostrato al mondo intero qualcosa di bello di sé, quando milioni di suoi potenziali elettori hanno scelto di partecipare attivamente alla scelta del prossimo candidato al governo del Paese. È stato un gesto politico positivo di grande importanza, un gesto colmo di inaspettato ottimismo ed energia, riconosciuto come tale da chiunque, anche nei campi avversi, non fosse stato strangolato dalla malizia, ed io, che sono un progressista che si immagina di limpida coscienza, non ho partecipato.

E ora che nessuno può accusarmi di istigazione all’astensione, voglio spiegarne la ragione visto che credo riguardi la coscienza progressista non solo mia. Non sono andato non perché non ci fossero brave persone, Bersani e Tabacci, o perché non ci fosse un capace narratore degli ideali del progresso civile, Vendola, o l’immagine stessa dell’innocenza ancora possibile della politica, Puppato, da votare, ma perché non ritengo che queste oneste e non così banali qualità bastino per definire il leader che, dopo trent’anni di sfacelo generale e onnicomprensivo, potrebbe governare in senso progressivo il Paese in questo tremendo crinale d’epoca.

E allora avrei finito per fare quello che ho fatto per tutto questo tempo dello sfacelo e non tollero più replicare: votare per il meno peggio. Perché nel mazzo c’era da scegliere anche il peggio, e il peggio, a mio modesto parere, è incarnato nella figura squisitamente allegorica di Matteo Renzi, il Rottamatore. Il peggio è la greve allegoria allestita per un tetro carnevale di teste mozzate e biglietti da cento euro sparsi tra la folla.

Il peggio è che il suo altoparlante incita la folla a credere che non è più questione di destra e sinistra, progressisti e conservatori, ma di vecchie carampane e giovani promettenti, e fatti fuori i “vecchi”, sorgerà l’aurora di una felice stagione di destra nella sinistra e di sinistra nella destra, necessario prodromo all’età delle post libertà della post umanità. Il peggio è che lo sconcio ed eternamente insaziato appetito di potere dei “vecchi” suscita tale ribrezzo che il primo killer di bella presenza che si fa avanti, ha ottime probabilità di essere assunto per fare il più in fretta possibile il suo sporco lavoro.

Il peggio è che Matteo Renzi è solo una tarda immagine della vecchia compagnia dei rottamatori, e, nella fattispecie, i “vecchi” che brama rottamare sono stati a loro volta acerrimi rottamatori, che si sono alacremente applicati a far fuori assieme ai “vecchi” anche il “vecchio”. Il vecchio regime, la vecchia repubblica, i vecchi ideali. E il frutto del loro applicarsi è ciò che vediamo, ciò che patiamo, ciò che tocchiamo con mano dello sfacelo generale.

Quei rottamatori di prima generazione hanno avuto una data di fondazione, un giorno d’inizio e un’immagine fondante fortemente segnati di simbolismo, nell’11 giugno 1984, in occasione dei funerali dell’onorevole Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano. A quell’uomo si era rotto in due il cuore durante un comizio in cui stava chiedendo ai militanti del suo partito ciò che poi non avrebbero fatto e cioè di andare casa per casa, strada per strada a spiegare agli italiani l’impellente e vitale necessità di uno stile di vita austero. Quei funerali sono ampiamente documentati dalla televisione di stato e visionabili su you tube.

Dopo aver ripreso l’immensa folla che ascolta con grande commozione l’orazione funebre, la telecamera inquadra il palco delle autorità e si vedono il presidente della Repubblica Sandro Pertini che non riesce a trattenere un pianto dirotto e al suo fianco il primo ministro Bettino Craxi che non riesce a trattenere il riso. In quel riso c’è il trionfo del Primo Rottamatore. Ride di quel vecchio che piange, ride dei suoi vecchi ideali, inservibili e stupidamente ingombranti, ride della folla che a differenza di lui non ha ancora capito che quello non è solo il funerale del loro leader, ma di un uomo vecchio, di un partito vecchio e di un mondo vecchio.

Ride pregustando il nuovo che verrà, eccome che verrà, e ride degli uomini nuovi che verranno assieme al partito nuovo della nuova sinistra, ride di come se li papperà uno per uno, dopo aver riso a crepapelle con tutti loro di quella stronzata dell’austerità e di tutte le altre bazzecole da moralisti che se ne sono andate a morire assieme ai loro predicatori. Nessuno può mettere in dubbio la grandezza di rottamatore di Bettino Craxi, e, onestamente, Matteo Renzi non regge il confronto. Lo regge bene con i suoi emuli, con gli ex uomini nuovi che hanno riso di un paese austero e oggi piangono su un paese miserabile: è il penultimo, di loro. L’ultimo deve ancora venire e verrà, perché quello del rottamatore rimane il mestiere più facile e redditizio in un Paese che è eternamente incapace di introiettare l’idea stessa della raccolta differenziata.

Maurizio Maggiani

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