Fascista sarà lei!

I recenti interventi ravvicinati a proposito del fascismo da parte di Silvio Berlusconi e di Francesca Lombardi capogruppo alla Camera per il Movimento 5 Stelle mettono in luce un’approssimata conoscenza della storia italiana e soprattutto della storia del movimento fascista che per più di vent’anni della stessa storia della nazione ha monopolizzato la cultura politica e intellettuale. E’ un caso che sia l’uno che l’altra appartenenti a mondi lontanissimi fra loro condividano in fondo la stessa idea e cioè che il fascismo sia stato un movimento folkloristico un po’ più che prepotente e non del tutto emendabile? Io non credo ma per rispondere bisogna fare qualche passo indietro perché di tutte le spiegazioni che si possono dare una valutazione è giusto offrirla sin da subito: il fascismo è stato un fenomeno complesso e non banale come spesso, nel bene o nel male si vuole ridurre; sia nella sua genesi così come nel lungo periodo della dittatura ha sintetizzato in codici e valori propri storie e culture dell’Italia che lo avevano preceduto traghettando il paese dall’800 alla modernità.
Poche parole per chi avrà la pazienza di leggere, ma questo blog non pretende di essere performante e se speso con cognizione di causa il tempo non è mai perso.

Per essere più veloci procediamo dalle affermazioni della Lombardi: “Il fascismo aveva forti connotazioni socialiste”. E’ Falso. Mussolini fu nel primo periodo della sua vita politica socialista “massimalista”, “El matt” veniva chiamato per le sue estemporanee e focose manifestazioni; in realtà, Mussolini era un politico molto “moderno”, freddo calcolatore e attento alle azioni necessarie per conquistare posizioni di comando in ogni situazione. Il suo “socialismo” finisce quando il partito conferma la linea “neutralista” nei confronti della guerra (legittima posizione ma che costerà cara a tutto il movimento in prospettiva, come vedremo).

“El matt” con sapienza politica pur non abbandonando del tutto la retorica socialista soprattuto legata al lavoro abbraccia di fatto i principi dell’”interventismo nazionalista” , un’area culturale tipicamente ottocentesca e europea che nella guerra vedeva l’estrinsecazione della caratteristica innata di una nazione tesa a conquistare territori e ricchezza e a mostrare il coraggio e il valore sui campi di battaglia . A questo interventismo si opponeva quello “democratico” che vedeva nella guerra il necessario passaggio per l’emancipazione dei popoli sottomessi dai tiranni e per molti versi la fase conclusiva del percorso risorgimentale. Tutto questo per dire che prima del fascismo ci fu Mussolini e con lui molteplici componenti politiche e culturali fino a quel momento controllate dal “partito liberale” di Giolitti che con la pratica del “trasformismo” ovvero cercare e ottenere in parlamento alleanze variabili ma stabili capaci di sostenere costantemente il governo, traghettò l’Italia fin lì contribuendo alla creazione dello “Stato burocratico” la nerbatura di organi di presidio e controllo che garantiva la gestione della “macchina” al di là della politica. Anche questo sarà un elemento determinante della dittatura fascista.

Ci fu la guerra, Caporetto e il Piave. Nel frattempo, l’intervento degli Stati Uniti che volle dare al conflitto l’impronta “democratica” ovvero di liberazione dei popoli mise in discussione il “bottino” dell’Italia in caso di vittoria: la Dalmazia e le città slave che una volta finita la guerra e sconfitto l’impero austro- ungarico anche loro avrebbero potuto pretendere la propria emancipazione e una sovranità nazionale. Alla faccia delle mire italiane. Gli obiettivi della “nostra guerra” e dell’”eroico egoismo” slogan degli interventisti nazionalisti andavano a rotoli e nasceva il mito della “vittoria mutilata”.
Intanto, la posizione intransigente dei socialisti verso la guerra, le manifestazioni a favore della rivoluzione russa e di Lenin compattano le diverse anime dell’interventismo e Mussolini con geniale tempismo coglie l’attimo per cavalcare l’onda e sintetizzare insieme i timori della monarchia e della macchina statale verso i rivoluzionari “rossi” e l’ostilità di chi tornava dal fronte nei confronti di chi non aveva rischiato la pelle al fronte (posizione comprensibilmente legittima) in un’unica linea di pensiero che non è ancora fascismo ma antisocialismo e “furente” nazionalismo.

L’Italia a chi torna dal fronte non offre nulla, le produzioni belliche che avevano portato enormi entroiti agli industriali terminano senza che ci sia un’alternativa. lontanamente all’altezza. In poche parole, i socialisti scioperano e occupano le fabbriche quelli che tornano dal fronte (centinaia di migliaia di uomini) si incazzano non poco a non trovare lavoro e a perdere in un momento status e privilegi militari (molti erano ufficiali di leva con un buono stipendio). Gabriele D’annunzio e Filippo Tommaso Marinetti infervorano elitè di ufficiali e “piccoli borghesi” con il Futurismo e inni criminali alla guerra, alle mitragliate e altre amenità. Si parla di colpo di stato un giorno sì e l’altro anche, con buona pace della Lombardi, perché la diplomazia governativa non riesce a portare a casa il bottino di guerra annunciato.

D’Annunzio individua Mussolini come figura politica capace di portare avanti le istanze antibolsceviche e nazionalistiche (nel frattempo l’interventismo “democratico” è estinto). Si formano intorno a Mussolini i “fasci di combattimento” formati per lo più da reduci (Gli “Arditi” truppe scelte fondamentali nella vittoria italiana ma formate da persone che ritornando alla vita civile stentano a ritrovare una modalità comportamentale adeguata a trattare con il prossimo in tempo di pace) e “borghesi” non proprio favorevoli a una possibile rivoluzione che, occorre dire, non era nelle condizioni organizzative e di scopo dei socialisti.

Nonostante questo, il governo Nitti in occasione degli scioperi socialisti del 20-21 luglio del 1919 chiederà ai “fasci di combattimento” di intervenire per dare man forte alle forze dell’ordine e all’esercito legittimando queste formazioni che da quel momento con nomi diversi nella storia del ventennio caratterizzeranno la principale modalità comportamentale dei fascisti, quella dell’azione violenta contro gli avversari politici.

A questo punto sono migliaia le azioni violente dei fascisti (pestaggi, devastazioni, omicidi) in tutta Italia sino al 1922 quando Mussolini si insedia al governo con il beneplacito del Re. E questo è solo l’inizio quello che, secondo Lombardi è la parte migliore del fascismo.

Da qui sino a piazzale Loreto passano 23 anni di storia dove il fascismo diventa una dittatura compiuta e capillare prima della sua disfatta.

Assimilate le culture dell’800 quella monarchica e nazionalista confluisce quasi naturalmente nel corpo fascista quella “risorgimentale” viene violentemente attaccata e soppressa con i soliti metodi, Mussolini compie una mossa dal suo punto di vista geniale: i Patti Lateranensi con la distensione del rapporto Stato-Chiesa proponendo lo stato fascista come baluardo al bolscevismo. Mossa di grande freddezza politica visto che Mussolini è un miscredente, ateo e bestemmiatore; il popolo italiano di allora è ancora profondamente cattolico e la grande guerra ha mosso nella nazione un potente bisogno di spiritualità: la celebrazione collettiva del Milite Ignoto fonde in un corpo solo spirito militare e spirito devoto degli italiani una sintesi mistica che scende profondamente nella cultura italiana e che Mussolini riesce a “contaminare” con una mossa che salda contenuti ideologici, patriottici e spirituali in un colpo solo. (Se in Italia ancora oggi esiste la cultura cattolica, soprattutto clericale, manifesta una forma di indulgenza nei confronti del fascismo è per questa storia qui).Ma non finisce qui. Il Duce decide di rigenerare il popolo italiano attraverso forme educative di carattere para militare scioglie gli scout cattolici che diventano “balilla” e secondo le logiche nazionalistiche ottocentesche forma il popolo per la guerra. Premia le famiglie numerose ma perché i figli servono all’esercito e alla produzione industriale (l’attenzione alle famiglie) che cresce in funzione bellica e si prepara a costruire l’impero. Avviene intanto un’altra profonda trasformazione: lo stato burocratico, quello strutturato già dal Giolitti viene “fascistizzato” con gerarchie rigide fortemente influenzate se non proprio dipendenti dalla dittatura. Con la “Ceka” l’intelligence (Mussolini era una persona seriamente disturbata e malata ma con idee estremamente all’avanguardia per l’epoca) mette in atto un sistema di spionaggio politico e civile interno al paese senza paragoni. Una vera e propria infiltrazione della dittatura nelle città, nelle vie e nei palazzi senza scampo.

Negli anni trenta la residuale opposizione al fascismo è annientata. La storia prosegue, ovviamente, per fatti più noti e meno nebulosi e questa lunga dissertazione storica finisce qui molte cose sono state tralasciate ma credo sia giusto dire che se per “cose buone” fatte dal fascismo, così come la “vulgata” berlusconiana sostiene, si intendono manufatti, opere idrauliche, strade e piazze, lo stile “littorio” si compie una mistificazione e un inganno nei confronti di tutti coloro che in quegli anni difficili persero progressivamente la loro libertà e i loro diritti in alcuni casi subendo violenza e in altri senza rendersene quasi conto. Mi sembra valga la pena sottolineare due aspetti di questa storia: ciò che ci è tramandato arriva da una sballata retorica resistenziale frutto dei compromessi post bellici tra DC e PCI, nessuno osò mai dire cosa fu il fascismo perché il fascismo si perpetuò naturalmente attraverso lo “Stato burocratico” (funzionari statali, prefetti, questori, direttori delle opere pubbliche nazionalizzate dalla DC erano stati fascisti) e una cultura “familistica” che non può non aver fatto i conti con il fascismo anche proprio nella sua accezione “statale e burocratica” senza coinvolgimenti e furori ideologici ma con l’apparente protezione che un potere totalitario riesce a insinuare nei confronti di chi semplicemente pensa solo a vivere una vita normale.
Nessuno riuscì mai a dire compiutamente neppure cosa fu la resistenza (Fenoglio e Calvino non bastano) ma con grande rigore storico Gianpaolo Pansa ha saputo cogliere il momento editoriale favorevole per raccontare le malefatte della “resistenza” forse quasi meglio di come si è riusciti a raccontare il fascismo visto gli strafalcioni di questi tempi.
L’altro elemento è la connotazione “antisocialista” del paese che ha origini antiche e profonde e come abbiamo visto in qualche caso legittimate dagli eventi della prima guerra mondiale.
In questo senso i richiami di Berlusconi all’anticomunismo nelle diverse tornate elettorali assumono un senso ben diverso nonostante la nostra epoca abbia già definito il “socialismo reale” un’ideologia morta e sepolta. In Italia, i richiami democratici all’anticomunismo (a torto o a ragione) hanno passato come di generazione in generazione una cultura che è in maggioranza ostile e diffidente nei confronti di qualsiasi formazione che si pone a sinistra e che, anche l’attuale cronaca politica conferma, non è mai stato nelle condizioni di governare il paese nonostante l’impegno e la passione politica di tanti. Un livello inconscio del corpo della nazione non lo permette e non sarebbe male piuttosto che l’ennesima analisi politica dell’Italia la si portasse figurativamente nello studio di un psicanalista per conoscerla meglio. Ma questa è un’altra storia.

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