Enzo, no tu no…

“Lascia fare alla vita la sua vecchia fatica non ti resta che ascoltare l’eco che hanno messo nel finale” (Mario)

L’eco del finale è stato lo schianto della perdita improvvisa di Enzo Jannacci un temporale malinconico di lacrime e sbigottimento perché Jannacci te lo immaginavi sempre giovane, il giovane cardiologo magro e con la montatura degli occhiali pesante che nella tv in bianco e nero degli anni ’60 fece irruzione con un capolavoro musicale che per gli italiani dell’epoca e anche dopo divenne una di quelle canzoni che insieme a poche altre (“Azzurro”, “Nel blu dipinto di blu”) potevano essere cantate a memoria dalla nazione all’unisono: “Vengo anch’io no tu no”.
Ma Enzo Jannacci tra la folla di cantanti e starlette “leggere” che affollavano i palcoscenici televisivi e no di allora, pur nella ventata di freschezza e allegria con quel modo sgangherato e comico di porsi che aveva, al limite dell’impacciato, era qualcosa di profondamente diverso.
La canzone/poesia di Jannacci proviene da una tradizione europea che solo la devastante e corrosiva non/cultura italiana del secondo dopoguerra è riuscita quasi completamente a cancellare. Prima di lui in linea diretta ci sta un poeta sconosciuto ai più, Delio Tessa sconsideratamente definito “dialettale” secondo il retaggio fascista che lo bollò a tempo indeterminato salvo riprese postume pochi anni fa. Tessa era il terminale della poetica mitteleuropea tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 che toccava Milano la punta meridionale dell’impero austro ungarico. Tessa riprese la già forte tradizione dialettale milanese (Porta, Dossi) contaminandola nei contenuti e nella stessa fonetica guardando a nord e a est Mann, Kafka, Musil, Joyce irrorando i suoi versi di sulfurea e sottile satira politica, attraversandoli con una vena cinica e religiosa dove lo sguardo attento verso gli ultimi e gli emarginati era il punto di partenza per una possibile svolta nella grigia se non drammatica (come molti poeti di allora Tessa risente nei suoi versi della tragedia della prima guerra mondiale) quotidianità della vita. Tessa attraverso il milanese ricostruisce una “lingua poetica” unica, moderna e nello stesso tempo antica, capace di generare senso e significato infiniti, un’operazione però misconosciuta perché l’Italia fascista guarda con sospetto il “dialetto” e l’ironia non è proprio di moda. Una setticemia porterà via Tessa nel ’39. Nel dopoguerra Gadda ritorna su quella cultura quasi del tutto inespressa nella concezione tessiana producendo un capolavoro come la “Cognizione del dolore” e una lunga serie di opere fortunate, si muove a Milano più o meno in quegli stessi anni Dario Fo che intraprende una ricerca linguistica e culturale innovativa e rivoluzionaria proprio in quella direzione alla guida di un gruppetto di intellettuali, poeti e artisti milanesi e c’è anche Enzo Jannacci.
Lui è quello che di Tessa riprende la capacità di cogliere nel pensiero breve la poesia e come il vecchio poeta riesce a fondere con sapienza linguistica nella cronaca e nel quotidiano popolare. Al centro ci sono sempre loro, gli emarginati, e il quadro non è mai di maniera ma sempre vivo attuale: “Cara dove si andrà a fare all’amore… dico proprio quella cosa che tu sai e che a te piace almeno quanto a me. Penosi alberghi a ore… le nostre due vite, i risultati delle ultime partite… “ (Quella cosa in Lombardia).
Si tratta di quadri dove la descrizione precisa del soggetto non ne imprigiona l’anima “Mario non ti resta che l’amore… Io ti vedo alle 6 di mattina girare te e la tua bicicletta … Mario non ti resta che ascoltare, Mario non c’è più la tua canzone” “adesso io vado ad aprire l’ultima porta a dissolvermi in cometa quanto basta per non sentirlo più il ritmo della vita” (Mario) mentre la ricerca e la catalogazione delle figure di uno strato popolare miracolosamente ancora depositario di un’antica cultura in dissolvimento (operazione condotta all’unisono con il “primo” Gaber) porta via via all’emersione di personaggi che pur nella loro miserabile condizione diventano i protagonisti dell’epica fantastica cantata da Jannacci fissati e “salvati” dalla poesia che diventa antidoto alla disperazione, dall’ironia medicina dello spirito. E così ecco il palo della banda dell’Ortica: “Faceva il palo per la banda dell’ortica ma era sguercio e non ci vedeva quasi più… Lui era fisso che scrutava nella notte perché vederci non vedevs un’autobotte… faceva il palo con passine e sentiment… Ed è lì ancora come un palo nella via… ed è incazzato con la banda dell’ortica…. Io sono un palo non un pirla non ci sto più… Mi metto in proprio e non ci penso più…” (Faceva il palo)
Oppure Veronica, prostituta di periferia dispensatrice di piacere e amore come una semidivinità: “Dicevi sempre voglio farmi monaca e intanto bestemmiavi contro i prè” “con te non c’era il rischio del platonico” “Da giovane per noi eri l’America” (Veronica)
O Vincenzina, eroina tragica inghiottita dalla quotidianità della fabbrica:
“Vincenzina davanti alla fabbrica, Vincenzina il foulard non si mette più… una faccia davanti a un cancello che si apre già. Vincenzina hai guardato la fabbrica come se non c’è altro che fabbrica…” perseguitata dalle Malevole di un destino perfido: “0-0 anche ieri sto Milan qui, sto Rivera che ormai non mi gioca più che tristezza il padrone non c’ha neanche sti problemi qui…”(Vincenzina e la fabbrica”)

L’invettiva è rara, Jannacci ama la vita (“La vita, la vita” cantata da Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto vero e proprio inno scanzonato alla bellezza dell’esistenza ha un enorme successo popolare grazie alla televisione) così come i suoi personaggi che pur nella loro fatica di vivere e davanti all’ostilità del mondo cercano un rapporto. Solo alla fine di un drammatico e commovente dialogo il personaggio di “Son scioppaa” manda a quel paese il suo interlocutore: “Non siamo mai stati amici tu sei uno di quelli che se ti chiedono mille lire dici mi raccomando non se le beva ma a te cosa te ne frega… “.
Ma la surrealtà è sempre dietro l’angolo sia nel tragicomico giallo della fine dell’”Armando” alle graffiate estemporanee, molto spesso coniate sul momento di “Quelli che…” : “Quelli che da vent’anni fanno un lavoro d’equipe convinti di essere assunti da un’altra ditta
Quelli che votano scheda bianca per non sporcare…Quelli che hanno il padre che fa il prete….
Quelli che siamo tutti nella merda sin qui…”

Oppure in “Vengo anch’io” dove il meccanismo dell’esclusione “No tu no” e il “vedere di nascosto l’effetto che fa” consentono in veloci cambi di scena di immaginare il sovvertimento del reale quotidiano sino all’estrema ipotesi di partecipare al proprio funerale: “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale per vedere se la gente poi piange davvero… e veder di nascosto l’effetto che fa” espedienti, temi e personaggi non a caso amati da Delio Tessa e degni della visionarietà di un pittore surrealista.
Fino a quando la surrealtà dilaga come la piena di un fiume della grande pianura e allora ecco il capolavoro di “Silvano” dove l’espressionismo linguistico deforma parole e frasi che ancora prigioniere di una sintassi esplodono in effetti pirotecnici di non sense, ironia e sottile comicità: “Amami prendimi lasciami… picchiami solo negli angoli… staccami tutte le efelidi… girati no non distinguo più i datteri… …Come iohando nel cinema… no non distinguo più l’Everest… Silvano non valevole ciccioli….” (Silvano)

Si potrebbe andare avanti per ore. Quando si perde qualcuno di importante si ha lo straordinario dono di sentir scivolare dentro di sé qualcosa di lui come se la perdita comportasse l’acquisizione di una sua infinitesimale parte, non abbastanza per riportarli tra noi ma giusto quel tanto per farci capire che da oggi quello che loro provarono a capire, imparare e comunicare diventa compito nostro pur nell’inadeguatezza che ci riguarda.

“E la storia dei nostri possibili amori continua anche senza di te.”

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