L’ultimo 25 aprile

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Sarà difficile non tenere conto degli avvenimenti degli ultimi giorni anche parlando di resistenza. Non perché, come Grillo, anch’io ritenga che si sia trattato di un golpe, tutto si è svolto nel solco delle regole della democrazia e Napolitano è una delle poche figure che ancora può ricoprire degnamente quel ruolo, ma perché dopo quasi settant’anni è avvenuto un cambiamento radicale della politica italiana con un’alleanza, quella PD e PDL (sancita dall’osceno applauso capace di indispettire anche il presidente) che propone elementi di novità nella lettura dell’azione politica e nella storia del nostro paese. Quello a cui stiamo assistendo è un fatto politico “restaurativo” imposto dalla crisi o forse, più probabilmente, da un’azione di intelligence politica che riporta il paese indietro di 100 anni almeno, a qualcosa di simile al “trasformismo” giolittiano dove in questo caso gli interessi superiori del Parlamento sono rappresentati non dalla monarchia, certo dall’emergenza del paese, ma soprattutto dai particolari di Berlusconi, delle banche e della politica liberista europea. Come diceva Margaret Thatcher: TINA ovvero non ci sono alternative. Il fascismo è stato rimosso e con questo anche la resistenza se non altro per le istanze e le ragioni che sino all’altro ieri avevano tenuto forze e personaggi politici separati tra loro. Seppur nel rispetto della democrazia quello dell’altro giorno è un episodio molto lontano dalla resistenza che è un fatto storicamente e nettamente di popolo. Mai definitivamente compreso, sostanzialmente tradito. Storicamente si usa dire che la nazione italiana si fonda su due processi: il risorgimento e la resistenza. Alla resa dei conti i due eventi che videro la partecipazione diretta e volontaria degli italiani per la conquista effettiva della propria libertà sono stati amputati, rivisti e edulcorati ad uso e consumo della monarchia e poi successivamente, la resistenza, da 60 anni di sostanziale post fascismo. I Savoia conquistarono militarmente il paese devastando e opprimendo il meridione, perseguendo i più importanti esponenti del risorgimento e consegnando, infine, l’Italia a Mussolini ignorando violenze e soprusi che i fascisti per ben dieci anni prima della marcia su Roma commisero nel regno ai danni di migliaia di italiani. Alla faccia del Risorgimento. La resistenza, per quanto celebrata ufficialmente il 25 aprile non ha mai unificato un paese che nel passaggio tra dittatura e Repubblica mantenne il 70% i pubblici ufficiali (questori e prefetti) che tali erano durante il regime mentre interi corpi dell’esercito sono ancora oggi ispirati da richiami, insegne e motti di carattere fascista (remember G8). Un Italia “doppia” che silenziosamente ha resistito sino all’operazione berlusconiana che affrancò i post fascisti e li condusse al governo. Oggi i dentro e fuori dal parlamento esistono almeno quattro formazioni sono direttamente più o meno ispirate dal fascismo. E la sinistra? Per lungo tempo depositaria della memoria della resistenza ha fallito il suo compito: prima con i limiti di una ricostruzione storica senza se e senza ma che ha impedito di collocare anche gli errori di quella fase in una dimensione storica comprensibile casomai condannandoli per prima. Nascondendo e occultando si è fatto il gioco dei revisionisti. Poi tradendone lo spirito di riconquista di una integra libertà individuale (Calvino, Fenoglio, Rigoni Stern) asservendola via via a un pragmatismo politico senza ideali e respiro che ha portato alla rovina del partito erede di buona parte di quel patrimonio culturale. Da domani in molti dovranno fare i conti con quella storia e pesare bene le parole perche’, semplicemente, non ne fanno più parte.

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