Dentro l’8 settembre

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Oggi ricorre la data dell’8 settembre, 70 anni fa lo Stato italiano allora rappresentato dalla monarchia sabauda crollò di colpo, l’intera struttura fondata da istituzioni, rappresentanze, burocrazie e soprattutto per allora, gerarchie militari svanì dall’oggi al domani con il “Proclama” di Badoglio, il paradossale e grottesco annuncio alla radio che l’Italia non belligerava più con gli angloamericani e, senza che la notizia fosse esplicitata nel messaggio, che da quel momento lì in poi i nemici erano gli alleati di un momento prima della lettura del “Proclama”, ovvero i tedeschi.
Si tratta nella storia dei paesi occidentali di un episodio unico nel suo genere e che segna l’Italia ancora oggi nel crepuscolare “cupio dissolvi” di questi giorni che vede nuovamente il paese alle prese con una psicopatologica attrazione verso la propria autodistruzione incarnata dall’incomprensibile, perversa necessità di sottrarre Silvio Berlusconi da una sentenza della giustizia italiana, necessità che emerge freudianamente soprattutto da parte di coloro che ripetono come un mantra: “la legge va rispettata”. Ebbene, questa incomprensibile, insondabile incapacità di rispettare le regole, lo Stato di diritto, di evadere dalla propria responsabilità personale, giuridica e politica verso la fuga riporta tristemente alla memoria l’abbandono di Roma al suo destino e all’occupazione nazista da parte di Vittorio Emmanuele III, della sua famiglia e dei principali esponenti della monarchia sabauda. Ma non è questo il punto. Quello su cui, invece, vorrei riflettere è quello che ritengo un errore. E’ vero che il crollo dei Savoia fu catastrofico tanto da azzerare probabilmente per sempre in futuro l’istintiva fiducia nelle istituizioni e nello Stato da parte degli italiani ma non fu quello l’episodio decisivo.
Nel tentativo ibrido e sempre un po’ abbozzato di ridare all’Italia un profilo dignitoso nel suo percorso di nascita come Stato si parla necessariamente di Risorgimento. Insomma, si dice, l’unità d’Italia è un processo avvenuto nell’ambito dei moti risorgimentali e implicitamente si considera che la nazione che si è costituita con il Regno d’Italia della casa Savoia sia frutto di quel processo. Per quanto possa sembrare ozioso a tanti anni di distanza e completamente inutile confutare questa tesi (cosa che non è poi così vera) credo che il processo dell’unità italiana sia stato tutt’altro che un compimento del Risorgimento.
Tra le idee di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi (per certi versi) padri del Risorgimento italiano e Casa Savoia rappresentata da Cavour e Vittorio Emmanuele II c’era la stessa affinità che oggi potremmo trovare tra Formigoni e Marylin Manson. I primi due, tout court, pensavano alla Repubblica e alla liberazione dei popoli oppressi dalle monarchie restauratrici vecchie e nuove, i piemontesi (il regno di Sardegna era una piccolissima entità che ottenne qualche briciola di territorio, tra cui Genova, dopo il 1815 e la sconfitta di Napoleone), ambivano a diventare una monarchia di primo piano assolutamente restauratrice.
Il termine “restaurazione”, per intenderci, è un termine che oggi significa poco o nulla ma all’epoca fu uno dei più violenti tentativi messi in atto dalle antiche monarchie tornate in auge dopo Napoleone e la rivoluzione francese di togliere di mezzo ogni minima idea risalente alla tesi di uguaglianza, fraternità e libertà che si erano diffuse in Europa. Il Regno di Sardegna aderisce entusiasticamente a questa politica di repressione ammazzando, deportando e imprigionando fior di patrioti (questi sì). Il Regno di Sardegna dichiara guerra all’Impero austro-ungarico per guadagnare porzioni di territorio, porta al macello migliaia di uomini contro un esercito ben più forte e si arrende perché la “diplomazia segreta” di allora consente di perdere guerre e dichiararsi sconfitti in cambio di un matrimonio tra rampolli di famiglie nobili che stringano legami e rassodino alleanze fiacche. Perché i Savoia per essere un regno all’altezza vogliono espandersi ai danni di altre monarchie più o meno depresse come loro. Ma non lo fanno mai direttamente; un codice tipico di questa monarchia è il “cerchiobottismo” e quando proprio conviene, il tradimento. Consentono la “spedizione dei mille” qualcuno dirà: certo la dinamica di quella spedizione era tutta a loro vantaggio e Garibaldi lo capisce amaramente a Teano. Se i soldati di Francesco II avessero avuto il sopravvento i Savoia si sarebbero tolti di mezzo Garibaldi e un po’ di gente pericolosa per loro, quando si capiscono che le camice rosse avevano avuto successo tolgono l’operazione dalle mani di Garibaldi e ottengono una vittoria facile dopo che i mille avevano fatto il grosso. Occuparono il sud quindi, come gli inglesi occupavano i territori africani, con un’azione coloniale intrisa di razzismo e violenza creando le profonde contraddizioni e diffidenze che ancora oggi esistono tra nord e sud Italia. La monarchia dei Savoia osteggia ogni forma risorgimentale e guarda al modello austroungarico nella sua accezione negativa quella di uno stato di polizia repressivo e di una politica colonialista che caratterizza le principali monarchie europee. Non considera, invece, la rigorosa concezione della burocrazia dell’Impero, scandali e scandaletti attraversano il regno appena nato come fosse un decadente regno di centinaia di anni. Per queste monarchie connotate ancora, nel profondo, da una cultura medievale dove la ricchezza è basata sull’estensione territoriale e della libertà dei popoli proprio non sanno cosa farsene. Il criterio è poco risorgimentale ma i Savoia ne sono intrisi alla faccia delle nostre ricorrenze e della storia ufficiale. Ci provano anche loro ad avere delle colonie ma il risultato è disastroso: a Adua gli italiani conseguono il non particolarmente felice primato di essere il primo esercito europeo a essere sconfitto dagli africani. Migliaia di morti, costi vertiginosi per gli italiani e una monumentale figura di merda. In tutto questo, qualcosa si salva. L’Europa è attraversata da uno spettro: il socialismo. Al di là della tragedia sovietica tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento questa ideologia riporta tra i popoli istanze di libertà e di diritti soffocati nel secolo precedente. I Savoia reagiscono all’altezza della loro fama e sparano cannonate sulla folla che protestava per la fame a Milano nel 1898. Autore di una tragedia che costò un centinaio di morti e 500 feriti fu il generale Bava Beccaris che i Savoia premiarono per quella audace e spericolata operazione militare. Ci sarebbe da dire ancora delle alleanze di questa monarchia che con un po’ troppa tranquillità mettiamo alla base della nascita del nostro paese. Da una parte la Francia e dall’altra l’Austria con cui si guerreggia o ci si allea a seconda del momento. L’Italia entra nella “Triplice” schierandosi con Germania e Asburgo ma allo scoppio della prima guerra mondiale prima si dichiara neutrale poi con una volta annusata l’aria e considerate le proposte sul bottino di guerra in caso di vittoria si schiera con gli inglesi e i francesi alla faccia delle vecchie alleanze.
Una monarchia con una concezione diplomatica degna delle donnine che Cavour mandava nei letti dei regnanti europei per ingraziarseli.
Ma tornando all’8 settembre va eliminata ancora quella distinzione che per certi versi nella storiogrfia italiana cerca di salvare il salvabile, cioè porre una distinzione tra Savoia e fascismo, come se la monarchia avesse “solo” prima sottovalutato e poi sopportato, suo malgrado, la politica e la dittatura di Mussolini. Sono i Savoia che hanno “creato” il fascismo, non costituendolo come forza politica ma nelle premesse culturali fondamentali: nazionalismo, razzismo e colonialismo. All’epoca si chiamava appunto “nazionalismo” che seppur confuso semanticamente con il termine “patriottismo” significava cose ben diverse. Per intenderci, la “difesa della patria” e l’”amor di patria” furono espressioni dei moti risorgimentali diffusi in tutta Europa da parte dei popoli oppressi da forze straniere o dalle monarchie regnanti, il “nazionalismo” era lo spirito propagandistico e belligerante delle culture che sorreggevano con il consenso politico le stesse monarchie, praticamente, gli avversari. Concetti totalmente diversi, che il fascismo molto abilmente riuscì a sintetizzare. Se poi abbiamo qualche disagio a parlare di patria ancora oggi qualche ragione c’è. Savoia e fascismo furono, quindi, due facce della stessa medaglia, il secondo fu l’espressione più retriva di una cultura provinciale, velleitaria e aggressiva che contraddistinse sempre questa monarchia alla faccia del Risorgimento che per gli italiani si ferma, nella sua genuinità tutta popolare, alla spedizione dei mille. L’8 settembre fu la sconfitta di un regno mai all’altezza politicamente del ruolo che aveva assunto e l’epilogo non fu una tragica eccezione ma l’ennesimo episodio di basso profilo che caratterizzò tutta l’epoca sabauda. Forse gli italiani non si meritavano di più e poi, in fondo, vedendo come sono andate le cose dopo è nella traccia “genetica” del nostro paese un certo “modus operandi” (fatte salve le lodevoli eccezioni che nella storia ci sono state come la Resistenza e i tanti onesti che i sono battuti ma, non è un caso credo, siano stati tutti morti ammazzati) , però dobbiamo prima o poi fare i conti con la storia per ricominciare veramente.

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