Benvenuti a Candieland!

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Inutile dire che “Django unchained” è un bel film, arrivo fuori tempo limite per farlo. Lo è. Ma non vorrei concentrare l’attenzione sulla squisita capacità di Tarantino di rileggere codici e forme schifate dagli europei per sfornare capolavori osannati dagli europei. E’ banale dirlo, l’Europa in termini cinematografici è provinciale, la periferia dell’impero dell’immaginario. Credo che il film in questione sia questa volta, rispetto alla fama di “politically uncorrect” che aleggia intorno a Tarantino, un film educativo. Se volete spiegare cos’è il razzismo a vostro figlio fategli vedere “Django unchained”. C’è tanto sangue? Certamente molto meno di quello che è scorso sulla playstation del vostro pargolo sino a dieci minuti prima. Sangue virtuale s’intende. Ma lui è abituato a certi spettacoli, più di voi, statene certi. La trama è inutile che la racconti, la sapete, il punto possiamo prenderlo da quando con il dentista King Schultz (Cristoph Waltz), Django cerca il negriero Calvin Candie e si avventura verso quella che viene chiamata per l’appunto “Candieland”. Candie, interpretato da un superbo Lenardo Di Caprio, è un sadico. Un negriero sadico. In un paese dove la schiavitù è legale un negriero sadico è la cosa peggiore che ti possa capitare se sei uno schiavo. Ma facciamo un passo indietro. La schiavitù attraversa la storia dell’uomo ed è una delle pratiche più odiose che hanno convissuto con alcune delle più fiorenti civiltà del mondo. In sostanza, il popolo sconfitto in guerra oppure chi non riusciva a pagare i propri debiti, veniva ridotto in catene, “cosizzato”. Scendeva al rango di cosa o, alla meglio, di animale. Uno schiavo non aveva diritto alcuno, era proprietà di un altro uomo che poteva usarlo a suo piacimento e ucciderlo se riteneva di doverlo fare. Al di là degli aspetti religiosi (il cristianesimo sarà la prima religione a offrire a questa umanità degradata “d’ufficio” un barlume di speranza) gli schiavi rispetto a altri uomini uguali a loro, erano privi di diritti e di libertà. E qui ritorniamo a “Candieland”. Siamo un po’ prima della guerra di Secessione (1858) in America, con la schiavitù vigente, vera e propria forza lavoro degli stati del sud in larga parte agricoli e poco industrializzati. “Candieland” è una tenuta dove Calvin Candie tiene i suoi schiavi. Un campo di prigionia abitato esclusivamente da schiavi e da aguzzini. Gli aguzzini, coloro che sono tenuti a sorvegliare direttamente gli schiavi, sono in genere bianchi di estrazione sociale molto bassa, mentre gli schiavi arrivano deportati dall’Africa. A Candieland le gerarchie sociali sono essenziali. O sei uno schiavo o sei un aguzzino al soldo di uno schiavista. E’ il primo punto di un’ideale lezione di razzismo: In un sistema sociale dove una parte non ha diritti anche quella che ne ha degrada socialmente e eticamente. La violenza esplicita, la brutalità sono all’ordine del giorno. E’ importante questo: quando una parte della popolazione perde dei diritti all’interno di un sistema sociale quella che li mantiene è inesorabilmente “costretta” a marcare sempre di più la differenza. Django arriva in riserva assieme a Schultz per cercare sua moglie (schiava) che si trova proprio in quella tenuta. Qui incontra Candie e fa conoscenza anche con il suo uomo di fiducia: una figura geniale nella struttura del film: l’uomo di fiducia di Candie, il negriero sadico, è uno schiavo negro. Si compone un quartetto che si sfiderà per il resto del film ma vale la pena definire bene i personaggi perché l’uno con l’altro sono legati e speculari. Ci sono due bianchi amici di due schiavi; il rapporto che li lega è la violenza. Tra Django e il dentista cacciatore di taglie c’è un patto: una collaborazione nello sporco lavoro del bianco in cambio della libertà e dell’aiuto per trovare la moglie di Django. Il killer è una simpatica canaglia pervasa di cinismo e ironia. Uccide per soldi, senza fare sconti. Non apprezza la schiavitù ma se ne serve disinvoltamente promettendo a Django la libertà quando quest’ultimo lo avrà aiutato a realizzare i suoi scopi. La nonchalance nel destreggiarsi tra i suoi principi etici e la sua letale professione non ne fanno un “buono” anche se ci sentiamo di parteggiare per lui: è amorale, feroce e cinico, appunto. Neanche Django è un buono. Certo, direte, è il minimo visto quello che gli tocca subire. Ma non è buono, è pervaso dal senso di vendetta e non ha mezze misure. Candie l’ho già battezzato. E’ un negriero sadico. Ma si muove all’interno delle regole stabilite, lo status quo; è l’alter ego di Django: sono due forme di violenza allo stato puro, quella dello schiavo necessaria e liberatrice, quella di Candy criminale e oppressiva. Ovviamente, il punto sta proprio qui, a seconda della prospettiva, perché sempre di violenza si tratta. L’elemento geniale è Stephen lo schiavo negro, confidente di Candie: si potrebbe definire “l’Iperschiavo” ha talmente interiorizzato la sua condizione da esserne diventato il più spietato e perfetto regolatore, capace più dei bianchi aguzzini di capire quale punizione dispensare ai suoi stessi simili. La seconda lezione è questa: in una società dove i diritti non esistono le psicologie mutano e si deformano in veri e propri “spasmi” veicolandosi attraverso la violenza. Stephen, sublima il suo essere schiavo in un perfezionamento tale della sua condizione tanto da farlo assumere come valore dallo stesso Candie che si fida di lui più di chiunque altro.
I quattro si sfidano in una simbolica partita a poker: Schultz e Django bluffano cercando di far entrare la moglie di quest’ultimo nell’acquisto di un mandingo (uno schiavo lottatore) ma Stephen da buon osservatore e conoscitore dei suoi simili coglie uno sguardo d’intesa tra Django e sua moglie e ne informa Candie che non tollera l’affronto di un possibile inganno.
Tarantino, in questo passaggio, ci offre un ulteriore elemento di riflessione sull’animo umano: al termine di una drammatica trattativa per la cessione della proprietà di Brunilde (la moglie di Django) tra Candie e Schultz, il primo pretende a suggello dell’affare fatto anche una stretta di mano. A questo punto il regista con dei brevi flash back ci fa vedere cosa passa nella testa del cinico e ironico Schultz: le immagini delle angherie e delle torture subite dagli schiavi che apparentemente in tutta la storia lo lasciano indifferente riemergono nella sua memoria provocando il suo sdegno; il personaggio che predica il distacco dalle emozioni è paradossalmente in quel momento vittima delle sue, ne viene travolto al punto che saranno queste a guidarlo nei suoi ultimi momenti di vita. Perché? Ho riflettuto molto su questo passaggio. Schultz, come dicevo, è un buono nel novero dei personaggi del film, perché riaffermare questo principio alla fine? Mi sono dato, alla fine, una risposta: Tarantino vuole dirci che non basta lo sdegno, la fiammata di ribellione. Quando c’è qualcosa di ingiusto, di profondamente ingiusto bisogna riconoscerlo da subito, prenderne le distanze costi quel che costi perché quando ti ribellerai sarà sempre troppo tardi e non basterà comunque. Un sistema sbagliato va combattuto sino al suo annientamento e senza mediazioni. L’anima fa brutti scherzi e l’inarrivabile imperturbabilità del dentista tedesco declina in un’azione suicida spinta solo dall’impeto incontrollabile di fare giustizia. Alla fine Django è l’autore di una distruzione purificatrice di Candieland, dell’annientamento fisico di tutti gli aguzzini (Stephen compreso) e della corte dei miracoli di Candie. Un mondo nuovo è possibile solo se verranno eliminati nessi e presupposti di quello che costringeva alla schiavitù e in definitiva, alla barbarie. P. S. Ho scritto questo post nel periodo dei drammatici fatti di Lampedusa e non sono riuscito a frenarmi nell’immaginare in un ipotetico gioco della parti chi fosse chi. Credo che i nostri figli debbano vedere “Djiango Unchained” potrebbe essere utile capirne alcuni aspetti, per noi forse è troppo tardi.

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