A me “La grande Bellezza” è piaciuto e vi spiego perchè

Premetto, a me “La grande Bellezza” è piaciuto. Non ho ben capito la guerra di religione che si è scatenata sui “social” tra quelli a cui è piaciuto e quelli a cui no; in Italia ci si inferocisce e ci si incazza in modo inversamente proporzionale alla rilevanza della questione. Che praticamente si stiano gestendo il governo del paese senza farci andare a votare non frega niente a nessuno ma vabbè, speriamo bene! Devo dire che l’ho visto su Mediaset, quindi, appesantito da blocchi pubblicitari di un quarto d’ora ciascuno, però mi è piaciuto, veramente. Ora a ‘sto punto il post sarebbe finito ma per chi vuole continuare a leggere vi dirò anche perché a me è piaciuto e perché credo sia un film di valore. E’ un film su Roma, ambientato a Roma e imperniato su Roma: questo è chiaro a tutti ma è la linea che si è voluto seguire che dà spessore alla scelta. Come da dedica dello stesso Sorrentino alla consegna dell’Oscar, l’impronta felliniana è il segno più netto e va riconosciuto al regista un lavoro svolto in profondità che restituisce allo spettatore una delle trame e dei soggetti più importanti nella storia culturale e teatrale dell’Italia del dopoguerra e in definitiva, uno dei nostri tesori più preziosi a livello letterario. Qui dobbiamo fare un passo indietro. Siamo nel 1953, a Roma si conoscono due figure che diverranno famose ma allora praticamente sconosciute: Ennio Flaiano e Federico Fellini. scrittore e giornalista il primo, ironico e un po’ incline alla depressione, regista il secondo, solare e sbruffone. Collaborano allo “Sceicco bianco” ma il loro sodalizio parte con “I vitelloni” un film che racconta la vita provinciale e “balorda” di un gruppetto di giovani di allora, con la famosa scena passata alla storia del cinema italiano di Alberto Sordi che spernacchia i “lavoratori della mazza”. Il finale del film è importantissimo: mentre tutti dormono ormai rassegnati a una vita di inettitudine, uno di questi ragazzi, il più complicato e insicuro, va in stazione e prende il treno per andare a Roma a cercare fortuna. Nella storia del film è un episodio che si perde proprio nel finale ma nella testa di Flaiano è l’inizio di un viaggio molto speciale. “I vitelloni” è l’inizio della storia di quel personaggio, di quel giovane che inizia un viaggio che proseguirà poi nella “Dolce vita” e in “8 e mezzo”. Ma prima che questo possa accadere Flaiano intraprende un’avventura che sarà decisiva per la definizione di questa figura: con Vittorio Gassman mette in scena una strana opera da lui ideata e scritta: “Un marziano a Roma”. La storia racconta dell’arrivo di un alieno nella capitale: dapprima accolto con clamore e osannato poi via via integrato sino a non essere considerato più da nessuno, “travolto” dall’indifferenza della città eterna. E’ un insuccesso pazzesco. Vittorio Gassman e lo scrittore sono costretti ad aprire un dibattito pubblico per spiegare le loro scelte teatrali e di contenuto (Vittorio Gassman e Ennio Flaiano dico, non Scamarcio e Baricco, non so se mi spiego). Passano pochi mesi e esce al cinema “La dolce vita”, regia di Federico Fellini e sceneggiatura di Ennio Flaiano. Successo strepitoso. Il personaggio centrale è Marcello interpretato da Marcello Mastroianni, un giornalista (gossiparo diremmo oggi) che frequenta abitualmente la via Veneto degli anni ’60 tra scrittori, pittori e attori di Hollywood immortalati dagli immancabili e onnipresenti “paparazzi”. Marcello è il giovane che era partito dalla stazione nei”Vitelloni”. Sempre complicato e irrisolto adagiato nella vita del bel mondo della capitale, tra feste e orge, combattuto tra una fidanzata nevrotica e possessiva e la bellezza inarrivabile della star Anita Ekberg. E’ la figura centrale della poetica di Flaiano e il personaggio centrale delle due opere fondamentali di Fellini “La dolce vita” e appunto “8 e mezzo” dove lo ritroviamo invecchiato, ancora più nevrotico e alla ricerca di un senso esistenziale tra letteratura e sentimenti. Non si può capire la “Grande Bellezza” senza conoscere questa storia (che potrebbe continuare ma se siete arrivati sin qui non infierisco) . Jep Gambardella è a pieno diritto un discendente del Marcello della “Dolce Vita” e di “8 e mezzo” e la rivisitazione romana di Sorrentino è un lavoro impegnato e fortemente ispirato a quelle opere, il che non vuol dire copiare ma dare continuità poetica che è molto diverso. In tutto questo mettiamoci un uso equilibrato e intelligente delle poche figure cinematografiche “spendibili” dall’Italia: un Carlo Verdone che riesce a tenersi dentro un’accettabilità di recitazione prosciugata dal suo celebre “macchiettismo” e il dare una parvenza poetica alle cupe e carnali presenze della Ferilli e della Ferrari (e qui ci vogliono veramente le palle). Per finire, i francesi fanno film sulla cucina e l’amore, gli inglesi sul teatro e sull’amore, gli americani sui disastri globali e sull’amore: noi abbiamo Roma che dal 476 dopo Cristo è una città in disfacimento, l’entropia più imponente del mondo una delle realtà più straordinarie di cui possiamo parlare e con cui confrontarci. “La grande Bellezza” è un film che non dimenticheremo.

10 Comments
  • Maria Cristina Castellani
    marzo 5, 2014

    commento molto documentato: meno male! Grazie!

  • Luca Lamari
    marzo 5, 2014

    Bravo Giovanni!
    Un film densissimo e molto profondo, girato benissimo, con un senso del presente molto lucido e insieme la capacità di confrontarsi con il grande cinema del passato (Fellini) senza cadere nel citazionismo o nella parodia; questo Oscar è strameritato.

  • Monica Magnani
    marzo 5, 2014

    Che sai un doveroso omaggio a Roma ė motivo di orgoglio ma perdonami accostare alle emozioni che sapeva trasmettere Fellini la Grande Bellezza ė ardito!
    L attore protagonista ottimo,il resto non ė poesia ė prosa…belle immagini montaggi magistrali nessuna emozione…

  • Stefano Rissetto
    marzo 6, 2014

    bravo

  • Roberta Uccelli
    marzo 6, 2014

    Non commento il film, ma il post, che piacere leggerti!

  • Laura Boero Lambreschi
    marzo 6, 2014

    D'accordissimo in pieno sul commento.

  • Giovanni
    marzo 6, 2014

    Grazie a tutti. Monica, quando usciva la “Dolce vita” e poi “8 e mezzo” io e te non eravamo ancora nati (lo evidenzierei) 🙂 Io credo che Fellini in quei film abbia dato molto di sé anche grazie a Flaiano che ne conteneva un visionarietà troppo autoreferenziale. Io non parlo di emozioni ma parlo di una continuità “letteraria” ovvero un filone che creato da Flaiano (ma dentro ci stanno anche autori come Moravia e Morselli) che alza un ambiente tipicamente italiano a una scena internazionale assoluta. Lo scrittore “fallito ma perdente di successo, dandy e flaneur è NOSTRO all’altezza dei personaggi di Celine, Salinger o Miller per citare scrittori assoluti del ‘900. Anch’io amo Fellini e quelli furono capolavori assoluti però mentre guardavo il film di Sorrentino mi sorprendevo a dire: “Beh, ci ha provato a fare qualcosa di rischioso che poteva essere un disastro visto gli attori in circolazione ma tiene, regge il colpo, si è fatto carico di una eredità importante e non l’ha tradita” Non mi sembra poco con quello che generalmente vedeo in giro.

  • Giovanni Giaccone
    marzo 6, 2014

    Grazie Ro, le tue parole sono una carezza 🙂

  • Giovanna Brambilla
    marzo 6, 2014

    Si Giac, ho apprezzato il tuo commento..sul film continuo con le mie perplessità amando Roma alla follia!!!!!

  • Sabina Pallina
    marzo 6, 2014

    Bravo, bella la tua recensione e a me è piaciuto il film (ho avuto il piacere di vederlo al cinema)

Rispondi