Perchè ho scritto “Satan’s Circus”

Button TextLa domanda, alla fin fine, è questa: “Perché hai scritto Satan’s Circus”? Riprendendo il bravo Simone Regazzoni, direttore della casa editrice che mi ha pubblicato nonché brillante filosofo e romanziere, citerei Jacques Lacan quando dice che nessuno di noi è in grado di essere trasparente a se stesso e quindi la risposta può essere solo un’interpretazione dall’esterno delle motivazioni che hanno portato alla scrittura di “Satan’s Circus”.
Ho voluto innanzitutto gratificarmi con un racconto che riprendesse storie, suggestioni e immagini che da sempre mi affascinavano. Non a caso il primo libro che ho cominciato a leggere quando decisi di scrivere un nuovo romanzo (avevo pubblicato da qualche mese “La sparizione del violino”) fu “Lo cunto de li cunti” di Matteo Basile, una raccolta di favole. L’idea di partenza era quella di riprendere la figura dell’orco assai presente nelle favole raccolte in quel libro. Mi affascinava l’idea di lavorare su questa figura, scoprire chi era, analizzarlo da vicino, entrare insomma nella casa della strega di Hansel e Gretel (orco e strega sono figure assai simili soprattutto nella loro dinamica violenta, la femmina indugia di più nell’aspetto magico) o nella grotta da dove Pollicino riesce a fuggire e studiare, insomma, la vita quotidiana dei loro carnefici. Perché erano diventati così? Pur nella fantasia delle favole, i narratori da chi avevano preso spunto? Chi erano nella realtà questi personaggi? In tutto questo mi premeva, ovviamente, creare qualcosa di avvincente e che anche nella sua struttura oltre che nella trama costituisse per il lettore una sfida e un gioco di richiami che una semplice trama non poteva offrire. Più storie, quindi, intrecciate fra loro. Un meccanismo a incastro. In tutto questo non volevo perdere il rapporto con la realtà: L’orco è l’osceno “non detto” lacaniano, l’orrore, la tenebra imperscrutabile non solo del nostro io ma anche della realtà stessa, di qualsiasi epoca storica si stia parlando. La parola “tenebra” mi ha portato verso un romanzo che ho amato profondamente come quello di Joseph Conrad “Heart of darkness” l’inarrivabile poesia codificata in prosa di una storia che forse è uno degli ultimi territori in cui la nostra cultura si è rapportata con il senso tragico: la parola più tragica della modernità è appunto “darkness” è l’ha individuata Conrad in quel capolavoro. Del resto, poi, Kurtz è proprio un “orco” moderno tanto basta per sciogliere le briglie della fantasia. L’operazione di Francis Ford Coppola con “Apocalipse Now” mi dava adito a ripensare un’avventura simile in un’epoca e in un ambiente del tutto nuovi. Quella dell’occupazione militare del sud da parte dei piemontesi e la guerra sanguinaria e spietata ai briganti mi sembrò il contesto giusto. Ma non bastava. Si accumulavano suggestioni. Per un certo periodo mi sono immerso nella letteratura “Pulp”. Non mi interessava riprendere semplicemente un classico ma scrivere qualcosa di nuovo che in letteratura riprendesse l’operazione che Quentin Tarantino aveva realizzato per il cinema. Sfrondare di classicità una storia immettendo temi meno “puri” dove l’azione, il plot dell’hard boiled e le tinte fosche quasi “horror” si coniugassero. Le vicende newyorkesi raccontate da Herbert Asbury in “Le gang di New York” prestavano protagonisti e spunti per potersi sbizzarrire e aggirarmi sia pure con la fantasia, tra i saloon, le bische e le fumerie d’oppio della New York di fine ‘800 era un’occasione troppo ghiotta per farmela sfuggire. E così nacque la seconda storia. La vicenda legata a Genova è dovuta all’incipit dedicato a Somerset Maugham e al suo “Il velo dipinto”. Una scena che riprendo ironicamente ma che ho voluto scrivere a tutti i costi visitando poi le atmosfere desuete dei piccoli paesi dell’entroterra e delle sue leggende così come la grande epopea della migrazione che fa da sfondo all’epilogo della storia. In questo caso, nella narrazione ho utilizzato la figura di un commissario esistito realmente, il primo capo della squadra mobile genovese, Gerardo Sileo, spero non me ne voglia, sia pure nella tomba ma non avevo la forza di creare l’ennesimo investigatore del capoluogo ligure. Perché si scrive un romanzo? Per sedurre, letterariamente, qualcuno, creare complicità e rapporti; la fantasia è il più grande antidoto alla “rappresentazione” imposta dalla società in cui si vive (sempre peggio). La fantasia è nostra non uno spettacolo condiviso (e imposto) dove ognuno di noi cerca la parte che gli è stata assegnata arraffando costumi che stanno sempre stretti come quelli presi in affitto. Fatemi un piacere, quando leggerete “Satan’s Circus” fatelo con una birra vicino (gli astemi con quello che vogliono) e se vi è piaciuto bevete alla mia salute: “A un uomo libero, ameno nella fantasia”.

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