Black bloc, intepretazioni dell'”uomo nero”

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I recenti fatti di Milano, i danneggiamenti e gli incendi nella giornata successiva all’inaugurazione dell’Expò hanno riportato in prima pagina, come si diceva un tempo, il famigerato “black bloc”. Per quanto sia stato fatto scorrere un diluvio di inchiostro e fiumi di parole (cit. Jalisse) a più di dieci anni dalla loro comparsa in Italia e a sedici anni dalla loro comparsa a Seattle negli Usa durante le contestazioni al WTO, del “Black bloc” e dei suoi componenti si sa sostanzialmente poco oltre all’effettività delle loro azioni vandaliche che si basano su una generica, radicale ostilità verso chi detiene le leve del potere economico globale.
Per quanto ci siano state approfondite analisi e reportage giornalistici estremamente dettagliati sulle azioni di questa “frangia” estremista il fatto che le casuali catture, molto poche, avvenute negli anni di alcuni suoi componenti non abbiano portato particolare luce su rapporti, organizzazione e struttura di questo gruppo dice molto già di un fenomeno molto particolare all’interno di un quadro più generale legato alle concezioni politiche più radicali che si oppongono allo “statu quo”. La politica del “Blocco nero” si manifesta nell’atto della devastazione, di propaganda ideologica ne esiste poca senza particolari contenuti di rilievo. Non essendo questo un articolo ma una riflessione che rendo collettiva, essendomi occupato dell’argomento per anni e avendo visto il “Black bloc” in azione, volevo spingermi oltre l’ennesima dissertazione dei fatti rovesciando, sperimentalmente, il rapporto azione/reazione non partendo, quindi, dagli episodi in cui sono stati coinvolti i devastatori “neri” ma dalle reazioni che queste hanno provocato.

Intanto per iniziare, le ragioni per cui io per ultimo ma tantissimi altri si sono occupati di questo argomento: la violenza radicale di queste azioni si finalizza con la distruzione dei simboli del capitalismo (banche, immobiliari, auto) e tutto quello che richiama vagamente la ricchezza. Il contenuto è quindi nell’azione stessa e con questa sembrerebbe esaurito ogni discorso; in realtà, queste azioni che avvengono repentinamente, molto spesso a breve distanza dalle forze dell’ordine e a favore delle telecamere creano molteplici suggestioni. Con un volo pindarico faccio riferimento allo psicanalista Jacques Lacan quando parla di “inconscio strutturato come linguaggio”, per farla breve il “blocco nero” aggiunge qualcosa, una parola, una frase nel quadro cognitivo con cui l’opinione pubblica analizza lo scenario complesso di una manifestazione. L’azione di devastazione è primaria rispetto allo scontro con le forze dell’ordine, il “blocco” lavora su sofisticati camuffamenti e su veloci azioni di infiltrazione tra i manifestanti pacifici per evitare lo scontro e l’azione è talmente veloce che i tempi di reazione della Polizia porta spesso a caricare i cortei e i manifestanti “sbagliati”.

Sta di fatto che le immagini dell’azione di devastazione e danneggiamento molto spesso raccolte dai media attraverso le riprese di altri manifestanti con piccole telecamere o smartphone crea nell’opinione pubblica che nella maggior parte segue questi eventi attraverso la televisione, l’effetto “jouissance” o “godimento”: “l’azione che non dovrebbe avvenire e che invece avviene, la rottura dell’automatismo meccanico della realtà (in particolare della manifestazione) con l’irruzione di un fatto improvviso, atteso (oscenamente) eppure sempre inatteso, da parte dello spettatore televisivo che automaticamente si inchioda davanti al teleschermo”. Se il black bloc ha efficacia è proprio nell’irruzione dentro l’immaginario spettacolare del singolo individuo, lo stesso nome evoca un mistero “l’uomo nero” che ci portiamo dentro come proiezione fantasmatica della pulsione di morte generata nei nostri primissimi giorni dall’assenza della madre. L’effetto è la liberazione nell’opinione pubblica della pulsione di odio e paura, miscelate fra loro. Puro “godimento”, ovvero il liberante, selvaggio pianto del bambino che chiama la mamma. Il “blocco nero” incarna paure ancestrali in una società sostanzialmente indifesa e fortemente connotata alla “protezione”. Il black bloc infrange le vetrine ma anche le nostre fragili difese cognitive all’interno di contesti urbani asettici, apparentemente perfetti, in cui ci muoviamo sempre più velocemente privi di punti di riferimento. Gli stessi cortei dove le tute nere si infiltrano sono popolati da persone che non si conoscono tra loro oppure solo con rapporti rarefatti, magari, richiamate a manifestare attraverso i “social network” e inesperte in un’attività che negli anni ’70 era pratica quotidiana e arrivava dopo lunghe assemblee e attività di volontariato. I servizi d’ordine dei cortei composti da una vera e propria “intelligence” dei partiti e dei sindacati che li organizzavano permettevano un capillare controllo di chi entrava e l’immediata espulsione degli estranei. L’effetto “Black bloc” quindi produce nello stesso tempo fascinazione e repulsione che si traduce poi in effetti politici e culturali: condanne unilaterali, approssimazioni strumentali, diffidenza verso processi aggregativi di piazza etc.
Sulle tecniche del Black bloc qualcosa ho detto ma è evidente un punto: non si tratta di estemporanee azioni di piazza provocate da eventi che mettono in moto e scatenano in quel preciso momento delle turbolenze da parte dei manifestanti. Le azioni delle “tute nere” sono pianificate a tavolino con strumentazioni tecnologiche, attrezzature e abbigliamento adatti allo scopo. Innanzitutto, l’infiltrazione che avviene repentinamente senza elementi che possano far distinguere il “blocco”, tutti i componenti del gruppo sono contraddistinti da un abbigliamento essenziale generalmente di colore nero, che può coprire anche altro abbigliamento, la tuta viene sfilata al momento della fuga quando dal blocco partono i fumogeni per mettere fuori strada le forze dell’ordine. I componenti, muniti quasi sempre di maschera antigas, casco e bastone, portano con loro bottiglie molotov utilizzate per tenere lontana la Polizia durante la loro azione. I loro spostamenti, veloci e con direzioni precise, lasciano intendere un piano studiato a tavolino e una regia sul campo a indicare anche gli spostamenti della Polizia. Ma chi può fare tutto questo? Facinorosi che si sono riuniti per la prima volta? No. Forse potrebbero le frange “Ultrà” delle tifoserie calcistiche, ma queste cercano sempre un “nemico” (la Polizia oppure altre tifoserie) e quindi assisteremmo a degli scontri cosa che il black bloc cerca di evitare il più possibile.

Chi è nel “Black Bloc” poi, dai rari indizi fotografici, sembra non essere del tutto estraneo al fascino dei simulacri della “moda”: orologi di marca e scarpe “griffate” spuntano qua e là a dire che pur essendo abilissimi nella guerriglia urbana non sono ineccepibili dal punto di vista del rigore ideologico. Professionisti addestrati, tra di loro qualche donna, che possono contare su altre leve da sempre presenti nei cortei: i facinorosi, gli “esperenziali” pronti a approfittare del disordine per poter scatenare le loro pulsioni distruttive, altri tipi di infiltrazione come, appunto, le tifoserie. Un cocktail che molto spesso porta la quota dei partecipanti ai disordini a qualche migliaio di manifestanti quando la miccia viene accesa da poche decine. In sostanza, il considerare il fenomeno come disordine pubblico alla fine è riduttivo e impedisce anche ogni tipo di difesa. Il “blocco nero”, per una ragione o per l’altra, ha agito indisturbato dalle forze dell’ordine sia a Genova nel 2001 che a Milano. Nel 2001 dopo la mattinata del 20 luglio in cui scorrazzò senza freni nella Genova di levante ebbe tempo di scomparire tanto che i carabinieri del Tuscania, secondo le testimonianze, attaccarono “per sbaglio” il corteo delle “tute bianche” autorizzato innescando così gli scontri del pomeriggio. A Milano, secondo Alfano, le forze dell’ordine hanno contenuto i rischi stando a guardare. Ad oggi resta il fatto che il “blocco nero” è come “l’Olandese volante”, un fantasma nel mare sconosciuto della complessità di ciò che intorno a noi si muove più o meno chiaramente.

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