Zio Giuanin che sapeva fare le cose

Mio padre amava nei suoi momenti di espansività (una, due volte all’anno) raccontarmi episodi della sua gioventù tribolata tra deportazioni, guerra e lavori devastanti. Uno dei racconti che io preferivo era quello di un vecchio zio che aveva lavorato con lui nelle acciaierie savonesi prima che alla metà degli anni ’50 fossero smantellate. Il vecchio zio, operaio e fieramente comunista nonostante il regime, tra gli anni ’30 e ‘40 dopo essere stato varie volte incarcerato era fuggito in montagna con i partigiani. Alla liberazione era ritornato e aveva ripreso il suo lavoro in fabbrica. Zio “Giuanin” (da piccolo ero fierissimo di avere il suo stesso nome) aveva cominciato a 15 anni a lavorare nel maledetto “serpentaggio” (pratica lavorativa di passarsi con delle tenaglie pezzi di metallo incandescente) e nel tempo aveva mostrato una spiccata capacità nel suo lavoro, a capire i tempi e le temperature, le sfumature di un lavoro ai limiti dell’impossibile che probabilmente ne provocarono la morte. Fatto sta che era diventato maledettamente bravo.

In fabbrica i suoi colleghi lo rispettavano ai limiti dell’adorazione. Giuanin era l’uomo che pur sapendo a malapena leggere e scrivere, sapeva parlare bene, convincere, perché con la sua esperienza aiutava tutti e le sue parole erano sempre suggerimenti e conforto: Giuanin non ti lasciava mai solo, lui sapeva già prima l’errore che avresti fatto, il pericolo che avresti corso e arrivava provvidenziale a salvarti. I capi, tutti di provata fede democristiana (e qualche anno prima fascista) sapevano che lui in cuor suo era pronto alla rivoluzione (Giuanin lo Sten lo aveva usato sul serio) e lo tenevano d’occhio ma in fabbrica tutti sapevano che il capo ingegnere che sovrintendeva alle diverse fasi del trattamento “a caldo” dell’acciaio aspettava un cenno di Giuanin prima di procedere con la colata. Mio padre insisteva molto su questo aspetto: tutti lo rispettavano perché lui sapeva fare le cose e non perché aveva studiato sui libri ma perché aveva lottato e aveva vinto. Contro l’ignoranza, contro i fascisti e contro l’acciaio. Quello voleva dire essere comunista. (traducete pure liberamente oggi “di sinistra”).

Poi mio padre taceva per circa un anno. Questa storia mi è venuta in mente in questi giorni di campagna elettorale. Assisto a conferenze dove si spiega il da farsi, si esplicano ragioni e contraddizioni, l’esercizio sacerdotale del sacrificio del capro espiatorio in sala stampa, il rimbalzo delle responsabilità come pratica dialettico oratoria. E poi vedo il discanto, lo sconcerto e la sofferenza della gente “normale”, reali come una sberla che brucia, un graffio profondo nella carne viva.
E penso a zio Giuanin: forse nel tempo mio padre aveva ingigantito la storia, magari non tutto andò come l’aveva raccontato lui ma avrei voluto tantissimo che prima e in questi giorni ci fosse stato zio Giuanin, tanti come lui, o almeno uno, tra quelli che ci hanno amministrato o ci amministreranno. Uno che aveva dominato il sopruso e l’ingiustizia, che aveva lottato contro l’acciaio. Uno che sappia fare le cose.

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