“Cocktailsofia”, quando bere un cocktail diventa sapienza

Indagare sui cocktail come su altre cose della vita è sempre stato un mio vezzo che arriva un po’ dalla deformazione professionale di sapere sempre qualcosa di più oltre a ciò che appare, dall’altra ha sempre soddisfatto la mania di “sapere tutto” di ciò che per una ragione o per l’altra attirava la mia attenzione. Dall’età di sette anni, da quando più o meno ho imparato a leggere, mi sono appassionato ai più svariati argomenti che per periodi della mia vita, più o meno lunghi, sono diventati veree proprie fissazioni. Alcuni esempi: la guerra d’indipendenza americana, la battaglia di Waterloo, i misteri di Genova, Il signore degli anelli, la ricerca del tempo perduto, l’arrosto alla ligure… Per citarne alcuni. Dei cocktail mi ha sempre affascinato la miscelazione e quell’aria di leggenda che li contornava. Nomi antichi e misteriosi, volti e e aneddoti che apparivano e scomparivano alla mia attenzione lasciando brandelli di conoscenza di tanto in tanto… Chi era il conte Negroni? Chi inventò il Manhattan? E il Mojito? Storie, le storie che mi piacevano di più perchè leggendarie, fantasiose ai limiti del cialtronesco in alcuni casi… Raccontarle e approfondire ancora di più è stato il ponte per accedere a luoghi misteriosi e fantastici… Antiche taverne, covi di spie, città infestate da pirati, allegre brigate di soldati in libera uscita e storie avventurose tra la Russia rivoluzionaria e Los Angeles. Bere un coktail è una forma di contemplazione estetica che ci riporta alle atmosfere che lo hanno generato. Antichi liquori, passioni, musica, arte… Certo è anche un piacere berlo, ma saperne di più è come entrare in parte nella loro leggenda. Se devo parlare di qualcosa di mio anche se si tratta di un lavoro che mi ha divertito e appassionato,scatta in me una forma di pudore,l’autoelogio non è il mio forte… In occasione della ristampa di “Cocktailsofia – L’arte di bere con sapienza” mi affido alle parole del socio Federico Sirianni che con grande arguzia e magari l’aiuto di un Gin tonic, nella post fazione del libro stesso, ha reso in modo efficace il rapporto profondo che mi lega ai cocktail.

wdw

“Avere la possibilità di scrivere qualche riga a chiusura di questa singolare e imprescindibile guida nell’impervio mondo del cocktail è per me, come per un ragazzino goloso e ipoglicemico, entrare da Fauchon a Parigi.
Io e Giovanni Giaccone abbiamo trascorso molte piacevolissime ore della nostra vita a disquisire di massimi e minimi sistemi davanti a diversi tipi di cocktail, appoggiati rudemente al bancone del bar o seduti con eleganza ai tavolini di un dehor e, posso garantire senza rischio di smentita, che il cocktail non è mai e, ripeto mai, stato uno solo. Ricordo crepuscoli di primavera diventare sera a gustare le ultime gocce di Negroni sciolte tra i cubetti di ghiaccio, parlando di letteratura, cinema e musica buona e sorseggiando il nostro nettare preferito, il Cocktail Martini di hemingwayana memoria e di hemingwayana rigorosa preparazione con variazione vodka quando ci si sentiva pronti a una missione in stile James Bond. Facevamo lo stesso mestiere, quello del giornalista, ci tuffavamo nelle oscurità della città infima a scovare notizie e stralci di cronaca nera, imbucati su volanti della polizia per seguire il giro della prostituzione e del suo sfruttamento o infrattati in qualche tugurio del centro storico per raccogliere una storia o frammenti di essa che, alla fine, interessava quasi sempre solamente noi.
Il cocktail era l’inizio di tutto. Quel liquido trasparente o rosso sangue buono al gusto, all’olfatto, all’umore e al coraggio dell’impresa.
C’erano bar di fiducia a Genova, i barman conoscevano noi e noi conoscevamo loro, si entrava, non c’era bisogno nemmeno di chiedere, bastava uno sguardo e quelle mani esperte a sfiorare calici e tambler entravano in azione, il ghiaccio tintinnava tra shaker e bicchiere, era un rito, una liturgia alcolico religiosa non ancora violentata dalla barbara usanza dell’apericena, valida invece per villani e incolti dei nostri tempi decadenti anche in questo ambito.
Devi cercarlo con il lanternino, oggi, il barista di mano esperta che sa dosare e mescolare gl’ingredienti giusti coi tempi e i modi giusti.
La movida e i suoi compulsivi consumatori hanno ucciso la liturgia, la calma che ci vuole per una corretta preparazione, sostituendole con il chupito veloce o il beverone malfatto ingurgitato, volgare, senza poesia.
Mi si dirà che siamo vecchi, laudatores temporis acti, sorpassati alcolisti pregni di malsana letteratura. E’ esattamente così, almeno per quello che mi riguarda.
Fieri di esserlo e fieri di poterlo raccontare.
Questo non è un libro di ricette, è storia e letteratura allo stato (alcolico) puro.
C’è un vissuto macerato come lo zucchero di canna e il lime nel Mojito tra una riga e l’altra, ci sono anni di camminamenti, visioni, letture e canzoni.
Tenetelo presente quando, al bancone del bar, ordinerete qualcosa del genere:
non state ordinando solo un cocktail, state ordinando un’epopea.
Salute!”

Federico Sirianni

No Comments Yet.

Rispondi