Barbara Bouchet, la seduzione e la modernità dei ’70

La bellezza femminile ha, per motivi ancestrali, un ruolo centrale nel sistema iconografico di una società, se non di una civiltà. Per Elena e per la sua bellezza, si scatenò una guerra che nel mito rappresentò il passaggio a un diverso rapporto tra la storia, le divinità e gli uomini. Non fu soltanto una questione di corna, come amiamo beatamente ridurre la questione noi barbari. Chi “possedeva” la bellezza di Elena aveva il favore degli dei a prescindere dalle sue (di lei) preferenze di letto: era una questione di “segni”. E’ per questa ragione che nel tempo, l’iconografia femminile ha rappresentato non poco il grado di evoluzione ma anche la percezione della realtà da parte dei devoti medievali del 1000 piuttosto che degli illuminati del ‘700.
Tutto questo per dire che parlare di Barbara Bouchet come spesso si fa, si perde una buona occasione per capire come eravamo e come siamo diventati negli ultimi sessant’anni.

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L’attrice tedesca, con una infanzia travagliata dalla fine della seconda guerra mondiale emigra con la famiglia negli USA dove compie i primi passi da artista. In Italia, subito dopo la guerra, si imponeva come figura femminile la “maggiorata”. Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Pampanini si imponevano per il loro fisico opulento e mediterraneo. La “pruderie” cattolica e popolare di allora non molto dissimile a quella comunista peraltro, si concentrava sui grandi seni e su rigogliosi posteriori. La sociologia corrente diceva che in un periodo in cui c’era da tirare la cinghia, era l’eterna rappresentazione femminile che richiamava la regressione orale del desiderio sessuale a inmporsi. Dopo tanti spaventi, l’immaginario maschile desiderava una donna potenzialmente in grado di rassicurare e proteggere. Negli anni, consolidandosi la ripresa economica, resta in voga la “maggiorata”, ma il potere politico, l’allora dominante DC comincia a coglierne la forza pulsionale “eversiva” di questo soggetto: la statuaria Anita Ekberg non era più la grande madre protettrice e dispensatrice di un sesso appagante e consolatorio, ma diventava la sirena di uno stile di vita alternativo e sogno inconfessabile di una fuga dal “quotidiano”. La paura è finita e si comincia a sognare. La bellezza si struttura e ricompone in diverse forme, il “sex symbol” non è univoco. Dagli States arrivano, contemporaneamente, le icone opposte di Bettie Page e Marilyn Monroe. Entrambe partono senza veli sui calendari per camionisti, la prima sarà la pioniera del “fetish” e di un sesso esplicito con venature sado maso, l’altra diventerà la fidanzata di tutti, amata anche dalle donne; per entrambe la fine sarà, comunque, tragica. In Italia, la bellezza prorompente di Silvana Mangano, quella classica di Claudia Cardinale e quella sofisticata di Monica Vitti attraverso le straordinarie regie di artisti come Leone, Antonioni e Pasolini immettono segmenti nuovi nell’immaginario collettivo. Non più solo icone di fertilità e prosperità, ma esseri pensanti e complessi, figure con una loro profondità psicologica non solo a esclusiva gratificazione del maschio. I ’70 sono alle porte con una modernità che deriva da due fattori: un benessere economico che tocca tutte le fasce della popolazione e un innalzamento complessivo dell’istruzione. Il cinema perde la sua classicità e va

in cerca di nuovi modelli che rinverdiscano gli stereotipi ma nello stesso tempo sappiano catturare un pubblico più esigente e evoluto. Si affermano nuovi modelli comportamentali e irrompe la contestazione. La spaccatura con il passato emerge nuovamente nella figura femminile. Negli USA esce il primo hardcore in cui la protagonista (Linda Lovelace) è alla ricerca di un maschio che sappia soddisfare la sua particolare insaziabilità sessuale. Da preda a predatrice, almeno nella finzione cinematografica (la Lovelace rigetterà la sua carriera nel porno raccontando di essere stata costretta dal marito), cambia nuovamente l’iconografia femminile, l’immagine statuaria viene sostituita da donne non perfette ma ricche di emozioni, sfaccettature psicologiche, desideri.

Al di là del fenomeno del porno, i film si arricchiscono di una narrazione più reale e il corpo della donna svelato nelle sue nudità è l’arma in più delle nuove pellicole. Le storie sono ispirate alla cronaca, al cinema spetta ancora il ruolo di raccontare i personaggi e le storie che raccontano i giornali, la televisione arriverà a far questo solo dopo la metà degli anni ’80. In Italia, un folto gruppo di registi produce pellicole definite “polizieschi”: si tratta di film dove violenza e sesso, vengono raccontati senza mezzi termini: sparatorie e nudi femminili raccontano vicende torbide e violente, insomma, quello che passava la cronaca degli anni ’70. Un gruppetto di giovani attrici si fa notare per la bellezza e l’originalità dei ruoli: sino ad allora le rappresentazioni femminili si erano attenute il più possibile a interpretazioni edificanti, se qualche personaggio sgarrava aveva due destini: o faceva una brutta fine oppure si redimeva prima della fine del film. In questi film invece cambia tutto: ragazze equivoche, esplicitamente alla ricerca del piacere, subdole e calcolatrici.

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Ce n’è per tutti i gusti e Barbara Bouchet, Edvige Fenech, Lilli Carati, Laura Antonelli e altre ancora entrano trionfalmente nell’immaginario sexy dei maschi italiani. Barbara Bouchet ha dalla sua qualche arma in più: arriva dagli Stati Uniti, conosce il mondo del cinema avendo già esordito in quel paese, è dotata di una bellezza archetipa ai limiti della perfezione. Non è formosa come altre sue colleghe, ma questo non la penalizza, anzi conferisce alle sue buone qualità attoriali la condizione per poter interpretare più personaggi. Di lei rimane indimenticabile e irrinunciabile la danza del ventre in “Milano, calibro 9”. Barbara Bouchet è l’evoluzione della specie, un mito inarrivabile. Rappresenta la donna predatrice per eccellenza, dinamica, aggressiva, psicologicamente complessa. Gli uomini diventano preda e comprimari. In uno dei film più belli di Lucio Fulci “Non si sevizia così un paperino” domina con la sua immagine una storia torbida e violenta della provincia italiana. I personaggi della Bouchet non sono consolatori ne tantomeno si conquistano, sono loro che scelgono per poi liberarsi di te una volta avuta la loro soddisfazione.

E’ il massimo, benchè si tratti di film bistrattati dalla critica di allora, come “qualunquisti” se non, tout court ,“fascisti”, sono indicatori di diverse qualità di quel momento storico. Intanto, perla libertà dei registi di raccontare storie anche scomode (la corruzione della politica, la violenza urbana divenuta brutale e crudele, situazioni psicologiche limite come la follia omicida, le violenze sessuali) e poi c’erano loro, le attrici, che permettevano di rappresentare l’intimità sessuale del paese, entrando nelle loro alcove, raccontando e esplicitando i loro sogni.

Infine, nonostante le mille critiche di allora per la loro disinvoltura senza veli davanti alla cinepresa, queste attrici si riveleranno alla distanza, artiste accorte e donne intelligenti capaci di reinterpretare la loro carriera. Sono capaci di diventare protagoniste e di incarnare donne emancipate e libere. Non possiamo neppure non sottolineare che se non fosse stato per Quentin Tarantino che ripescò questi film dal dimenticatoio, noi non ce ne saremmo mai accorti. Nulla mi toglie dalla testa che il personaggio interpretato da Uma Thurman, Beatrix Kiddo, in Kill Bill, sia un preciso transfert di Barbara Bouchet. Il genere “poliziesco” così come le commedie “sexy” tramontarono con gli anni ’80 quando la televisione commerciale richiamò gli italiani davanti al piccolo schermo e iniziò una forma di restaurazione al femminile con le “maggiorate” del “Drive in” di Canale 5, che mettevano in soffitta i personaggi ribelli e sancirono la fine di quei modelli.

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