“Fragile al mondo” il quotidiano magico di Antonella Sica

Diverso tempo fa, per alcune mie ricerche, mi capitò di leggere l’importante, direi addirittura fondamentale, saggio sulla nascita e l’essenza della poesia: la Dea bianca di Robert Graves. Si tratta di un testo difficile e impegnativo, improbo per la fragile preparazione intellettuale contemporanea e mi ci picchiai diversi mesi, anzi, è una lettura talmente densa che gli inesauribili significati che essa contiene sono ancora, almeno per me, quasi tutti da scoprire. Nonostante ciò rimasi sorpreso quando nell’introduzione Graves spiega che, per riconoscere una vera poesia, nel momento in cui la scrivi o la leggi provi un profondo turbamento emotivo con delle reazioni fisiche sensibili, le lacrime oppure i brividi sulla pelle. Rispetto alla difficoltà estrema di tutto il libro questa spiegazione mi sembrava semplicistica e un po’ ingenuamente romantica, ma mi dovetti ricredere. Ma andiamo per gradi.
Graves dice anche che la poesia è l’invocazione o lo svelamento di una “presenza”, partendo dai primordi dell’umanità quando poesia, magia e religione erano tutt’uno questa “presenza” sarebbe quella della “grande madre”, meglio conosciuta come la “dea bianca”, divinità centrale delle civiltà precedenti a quella greca e vero e proprio spettro di tutta la nostra civiltà da Platone in poi, rimossa, ma sempre presente, nei sogni e negli incubi, “presenza” in assenza delle pulsioni segrete dell’umanità, l’unica in grado di liberare definitivamente l’uomo dalla sua rappresentazione terrena e svelare finalmente il “Segreto” della realtà.

Ricacciata nei territori onirici prima dalla razionale civiltà greca e poi dal cristianesimo, la Dea Bianca è, a tutti gli effetti, la “madre” che si cela nel mistero dell’evocazione poetica. Una poesia vale tanto, secondo Graves, quanto è capace di individuare questa “presenza”, evocandola o riconoscendola nel multiforme gioco “magico” della combinazione delle parole, delle figure retoriche, dei segni. Tutto questo per dire che una sera, mentre sfogliavo pigramente Facebook prima di andare a letto, incappai in una poesia di Antonella Sica, una collega di lavoro e peripezie telegiornalistiche di un po’ di tempo fa. Accadde proprio ciò che non avrei mai creduto, ovvero il brivido sulla pelle e quella misteriosa sensazione che chiunque di noi ha provato, l’istante in cui hai la percezione di qualcuno insieme a te e che non ti aspettavi all’interno di un ambiente.

Molto spesso questi momenti si sciolgono in un attimo, quando si tratta di una persona di famiglia e non ci fai neppure caso, ma accadono. Il soprassalto di cogliere una presenza inattesa che strania per qualche istante, e quello che poi ho scoperto con le poesie di Antonella, è la sua grande potenza di cogliere ed evocare questa “presenza”. Con sapienza, le poesie di Antonella vertono sul quotidiano, con espedienti che ricordano il cinema di cui lei è grande conoscitrice. Una casa vuota, i vestiti da rammendare, i giocattoli in disordine di un bambino, gli elementi banali del nostro vissuto che però, improvvisamente, si animano di una vita “altra” e arriva potente la visione, del precipizio, molto spesso, ma anche il tiepido calore di una speranza mai doma nonostante le avversità della vita.

Calze rotte, spaiate
sconfitte
magliette lise, giallite
bucate
lugubri avanzi
di vita dismessa
manomessa
come la memoria

A piedi nudi
Entra, amore,
nella mia casa.
E’ vuota
che il tempo della vita
trascorsa
lo porto addosso
muove i miei passi
e non lo vedo
e non c’è sedia
dove piangere
o letto dove
nascondersi.
E’vuota,
ma le finestre
sono grandi
e il sole scalda
il legno antico
sotto i nostri piedi.

Lo “svelamento” del reale al di là della sua radicata rappresentazione ai nostri occhi, è stato un dilemma dell’uomo sin dagli albori degli inizi. La consapevolezza critica di essere parte del mondo, ma anche di essere “altro” dalla fissità naturale di ciò che lo circondava ha tormentato l’uomo alla ricerca della chiave per comprendere il significato del tutto. Maghi, oracoli, visionari e infine, poeti hanno rappresentato nella storia dell’umanità, “il piccolo popolo” “iniziato” al segreto.

Per “vedere” oltre occorre non solo la potente consapevolezza delle percezione di “altro” ma anche la raffinata capacità di esorcizzarlo a parole. Questa “presenza” non si manifesta in modo palese, ma come un’antica divinità greca, di quelle di cui si narra nei miti, deve quasi essere sedotta, ingannata dalla parola. Ciò che vediamo non è mai ciò che vediamo, se vogliamo parafrasare Matisse, la vita è fatta di contenuti, segni e presenze non decifrabili da chiunque anche se presentite, il poeta, in questo caso Antonella; ce le indica, attraverso la sua sofferenza o la sua gioia, nel rischioso gioco della parola che apre la porta di inferni “invisibili” anche a due passi da casa, ma ci può ancora indicare la strada per tiepidi paradisi dove riscaldarsi al sole e sorridere ancora.

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