Piazza Indipendenza: la Polizia e gli scontri di piazza

“E camminando di notte, nel centro di Milano, semideserto e buio e vedendomi venire incontro, l’incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastricoduodenale che a buon diritto chiamai, paura o vigliaccheria emotiva.
Sono i momenti in cui amo la polizia. E lei lo sa, e si fa desiderare.”

G. Gaber

POLIZIA, QUANDO IL PROTETTORE DIVENTA UNO “SBIRRO” E VICEVERSA

Qualcosa ci manca dell’elegante ironia con cui Gaber nel pieno degli anni ’70, tra scontri di piazza, terrorismo e stragismo, faceva riferimento alle forze dell’ordine. Oggi all’indomani dei fatti di piazza Indipendenza a Roma, nonostante le infinite possibilità espressive offerte dal web siamo schiacciati nell’angusta polarizzazione tra #iostoconlapolizia senza se e ma e le feroci condanne per l’inciviltà usata contro persone inermi.

Eppure, al di là degli schieramenti, comodi anche per incanalare ideologicamente la lettura di questi episodi, quanto accaduto a Roma avendo ecceduto i livelli di una normale amministrazione, qualche domanda all’opinione pubblica la dovrebbe porre.

Avendo seguito negli anni più o meno da vicino molti episodi di cronaca in cui ho visto in azione i reparti antisommossa, io ne ho alcune, ma prima facciamo un po’ di storia, velocemente, di questi reparti.

LA STORIA: I CAROSELLI DELLA “CELERE” E LO SMACCO DEL 30 GIUGNO A GENOVA

Senza andare troppo lontani, ma è doveroso farlo, tocca in questo caso partire dagli scontri di Genova e di Reggio Emilia nel 1960. Da una parte manifestanti dichiaratamente comunisti, dall’altra la famosa “Celere”, i nonni dei reparti antisommossa di oggi, composta da agenti specializzati negli scontri di piazza, reparti voluti dall’allora ministro degli Interni Scelba. La loro vocazione era strettamente anti operaia e antisindacale, affrontavano manifestazioni di lavoratori forgiati in molti casi dagli anni della resistenza e da dure ore di lavoro in fabbrica. Gente tosta da una parte e dall’altra.

A Genova la “Celere” subisce una cocente sconfitta per la strategia dei manifestanti di rifugiarsi negli stretti vicoli del centro storico impedendo così alle camionette della polizia di compiere i famosi “caroselli”, lambendo ad alta velocità la folla e disperdendola facendo, quindi, scendere gli agenti che finivano il lavoro a colpi di manganello. In quel caso a disperdersi fu la “Celere” e a finire nella vasca di De Ferrari furono poliziotti e camionette. La rivincita, se così si può definire, avvenne a Reggio Emilia qualche giorno dopo: una manifestazione sindacale fu repressa nel sangue da una serie ininterrotta di cariche e dai colpi d’arma da fuoco sparati dagli agenti che uccisero cinque persone. Quelle manifestazioni e quei morti provocarono un profondo travaglio politico: la fine dei monocolori democristiani e i primi governi di centrosinistra.

Gli anni ’70 furono anni terribili per le forze dell’ordine impegnate nell’ordine delle piazze. La contestazione e poi in un continuo crescendo la militarizzazione dei contestatori spesso in piazza con il chiaro obiettivo di cercare lo scontro o con le fazioni avversarie o con polizia e carabinieri costarono un tributo di sangue enorme anche per le stesse forze dell’ordine. I drammatici fatti del terrorismo furono un ulteriore aggravio di difficoltà e spargimento di sangue.

VALLE GIULIA E GLI ANNI ’70: LA PIAZZA “POLITICA”

In piazza la polizia trovava masse fortemente ideologicizzate e coese, dotate di un servizio d’ordine paramilitare, nato per difendere, ma assolutamente in grado anche di offendere. La manifestazione da ricordare, tra le centinaia che avverranno nel decennio che arriva sino alla fine degli anni’70, è quella del 1 marzo 1968 a Roma, a Valle Giulia a cui Pier Paolo Pasolini dedicherà una poesia schierandosi con i poliziotti. (Una poesia che ormai viene citata a casaccio). Gli scontri tra polizia e studenti furono innescati da una manifestazione di protesta per lo sgombero avvenuto qualche giorno prima alla facoltà di architettura. La battaglia durò diverse ore con centinaia di feriti e di fermati. Il 16 marzo alla Sapienza, un corteo guidato da Giorgio Almirante in persona e composto da esponenti del MSI si diresse verso l’univeristà per dare una lezione al movimento studentesco. Seguirono diverse ore di scontri con ancora tanti feriti e fermati.

Chi erano quei poliziotti che andavano in piazza? Spesso, come li descrisse Pasolini, ragazzi che provenivano dalla provincia e dalla campagna, poco istruiti e ancora meno addestrati. In un corpo militarizzato, la preparazione politica era scarsa, allineata a quella dei superiori e dei questori molto spesso ancora in continuità con la Polizia del regime. Si era in piena “guerra fredda”, il pericolo era il comunismo senza particolari sfumature di carattere sociologico.

Gli anni ’70 furono di profonda trasformazione della società italiana, attraversata da un’ondata di violenza senza precedenti. Lo stragismo e il terrorismo, il golpe “bianco” del sequestro Moro accompagnarono fino agli anni ’80 un paese che si ritrovò totalmente cambiato nei suoi connotati. La rivolta dei “colletti bianchi” La cosiddetta “marcia dei 10.000” della Fiat sancì la fine di un’ egemonia sindacale di sinistra nella principale azienda italiana segnando così l’inizio del cosiddetto “riflusso” che con la fine del terrorismo portò a un sempre più graduale disimpegno degli italiani dalla politica.

“IL GRANDE FREDDO” E LA GUERRA NEGLI STADI

La Polizia ebbe un profondo cambiamento al suo interno: strutturata per combattere il terrorismo ai nuclei di “celere” aveva affiancato nel tempo reparti investigativi specializzati nella politica e negli stupefacenti che erano entrati prepotentemente nell’economia del crimine. Smilitarizzandosi con la riforma del 1981, cambiò assetto, attrezzandosi per una società più moderna e meno ideologicizzata.

Nel 1979 accade però un episodio che segnerà un ciclo lunghissimo e un cambio profondo di scenario per la polizia italiana. Durante il derby Roma – Lazio, un razzo lanciato dalla curva romanista attraversa tutto lo stadio e si pianta sulla faccia del tifoso laziale Vincenzo Paparelli.

E’ l’inizio di una nuova stagione che vedrà le forze di Polizia e in particolare i reparti antisommossa, impegnati su nuovi scenari e con persone profondamente diverse da contenere e da cui difendersi. A Trieste nel 1984, un tifoso muore ucciso dalle gravi lesioni cerebrali inferte dalle manganellate della polizia. Nell’89, a Bergamo, un altro tifoso muore d’infarto dopo essere stato travolto da una carica della Polizia. La violenza dentro gli stadi è sorda, meccanica, feroce in una sua essenziale anomicità. Lo scontro da parte delle diverse tifoserie (politicizzate sia a destra che a sinistra inizialmente, ma con una prevalenza a destra con il passare degli anni) sia tra di loro che con le forze dell’ordine, non ha alcun motivo ideologico: E’ uno “sporco” gioco di sfide incrociate, appuntamenti e vendette che si sviluppano intorno ai campi di calcio, con morti e feriti. I due episodi più eclatanti avverranno a Genova nel gennaio del 1995 con la morte del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo ucciso tifoso milanista Simone Barbaglia. Nella giornata, intorno allo stadio Luigi Ferraris, ci sarà una lunga guerriglia tra tifosi genoani e forze dell’ordine. Nel 2007 morirà l’ispettore di Polizia Filippo Raciti colpito durante gli scontri tra tifosi prima della partita Catania – Palermo.

QUALCOSA CAMBIA…

Qualcosa cambia all’interno delle forze dell’ordine e tra i poliziotti dei nuclei che devono presidiare gli stadi. Un processo psicologico di adattamento sembra caratterizzare le forze dell’ordine in questi anni: L’avversario introduce codici di comportamento nuovi, nuove strategie di combattimento e di difesa. Cambia la la stessa concezione dello scontro di piazza: la progressiva e sempre più accentuata focalizzazione intorno agli stadi, una manifestazione della violenza fine a se stessa, portano a una sostanziale riduzione delle capacità di analisi e di prevenzione dello scontro.

Il cambio di paradigma lo si vede nel corso del G8 di Genova, ma già qualche mese prima a Napoli, nel corso di una manifestazione antiglobalizzazione.

Ad affrontare la gigantesca manifestazione del 20 luglio 2001 sono utilizzati poliziotti sostanzialmente addestrati per gli scontri con i tifosi. Formazioni a falange o testuggine, comportamenti ostentatamente aggressivi, (chi c’era ricorderà il ritmico clangore dei manganelli battuti sugli scudi), una formazione politica generale arcaica fondata sulla mitologia fasulla della destra più estrema, fatto ancora più grave perché identifica nella piazza un nemico da sconfiggere innestando parole d’ordine e una sottocultura che si riveleranno disastrosi.

Ali di là di questo, la lentezza degli spostamenti degli assetti in piazza, la totale incapacità “investigativa” a distinguere tra manifestante e manifestante, portano la polizia e i carabinieri, tra il 20 e il 21 luglio del 2001, a compiere una serie di errori grossolani.

Si verifica quello che poi accadrà anche successivamente: la totale inadeguatezza ad annullare il pericoloso black bloc, (più veloce a sciogliersi e a riformarsi anche solo centinaia di metri più distante), il letale impatto con situazioni e manifestanti estranei a comportamenti violenti.

Al netto di episodi come quello della Diaz e di Bolzaneto che assumono a tutti gli effetti una dimensione delittuosa e criminale che dovrebbe essere del tutto estranea alle forze dell’ordine di un paese occidentale, le forze di Polizia scese in campo nel G8 genovese mostrano due sostanziali difetti: lentezza operativa sul campo a scapito della capacità della forza d’urto. Se, come nel G8 non si ha a che fare con un unico fronte ostile, la falange diventa inutile se non dannosa. Secondo, un’arretratezza politico culturale abnorme. Buona parte delle forze di polizia è coesa in una visione dell’ordine pubblico come di una battaglia dove c’è un avversario da sconfiggere. Ancora peggio, ciò che viene impattato nelle lente operazioni di assetto e poi carica è il nemico. Buon gioco ha il black bloc a utilizzare il fronte dei cortei pacifici come banderuola rossa da agitare di fronte al toro.

ARRIVANO GLI HOOLIGANS…

Arriviamo, quindi, ai giorni nostri con qualche domanda in più. Nel febbraio del 2015 in occasione della partita di coppa Roma – Feyenoord, dai Paesi Bassi partono migliaia di hooligans olandesi alla volta della capitale. Arrivati a Roma mettono a ferro e fuoco il centro della capitale danneggiando e distruggendo tutto quello che incontrano senza trovare una minma resistenza. Sarà così difficile individuare 6000 tifosi che sulle strade d’Europa sono diretti a Roma attraversando, giocoforza, metà del paese? Eppure quel giorno le forze dell’ordine restano a guardare, inspiegabilmente.

A maggio dello stesso anno, a Milano, in occasione dell’inaugurazione dell’Expo, il black bloc distrugge il centro mentre la Polizia sta a guardare e non riesce a trovare modo di intervenire: manovre troppo lente per intercettare il black bloc che non cerca lo scontro frontale. L’unico bersaglio possibile per le forze antisommossa italiane è un bersaglio fermo, che a sua volta cerca lo scontro. Forse, perché nel caso degli hooligans non è andata così.

PIAZZA INDIPENDENZA: ESIBIZIONE DEI MUSCOLI

Veniamo a Roma, a piazza Indipendenza. Era il caso di mettere in campo tutta quella forza? A occhio e croce no, al di là del paventato pericolo delle bombole a gas che poteva essere ovviato i molti modi, la resistenza di quel gruppo di rifugiati eritrei con bambini e anziani non appariva tale da far scendere in campo blindati e agenti in quell’assetto. La vera domanda che ci si deve porre è: ma le nostre forze dell’ordine sono capaci di un altro tipo di azione al di fuori di quella? A quanto pare, no. Culturalmente arretrati, politicamente non funzionali al loro ruolo, poco duttili anche in una operazione investigativa minima (riconoscere chi è in grado di offendere e chi no). Mettere in campo la Polizia in quella forma, una volta stabilito che quello è ciò che sanno fare, è una scelta politica, muscoli mostrati alla vetrina mediatica per offrire a una nazione spaventata quello che purtroppo sembra volere: la rimozione della povertà come fosse l’esorcismo della propria povertà, quella materiale, perché quella morale e etica la stiamo via via perdendo anche con le botte di piazza Indipedenza.

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