Giuseppina Ghersi: una storia cresciuta nell’ombra

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Il “caso” di Giuseppina Ghersi, la giovane uccisa dai partigiani nei giorni immediatamente successivi alla caduta del nazifascismo, riemerso dalle nebbie del tempo e riportato alla ribalta da un’infausta dichiarazione del presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani di Savona, ha messo a nudo quanto sia profondo il deficit che la coscienza collettiva, storica e politica, ha rispetto alle vicende che hanno nel bene o nel male determinato la nascita dell’Italia drammatica e repubblicana. Il deficit, in particolare, è quello della verità e della chiarezza, di una trasparenza storica che dovrebbe aiutarci in una sintesi laica e collettiva degli eventi, costruendo una narrazione comune, mentre ci si trova a percorrere con strappi e vuoti prospettici vicende che non sarebbe ancora impossibile chiarire una volta per tutte.
In questa storia sono importanti soprattutto le parole. Partiamo da quelle del presidente dell’Anpi:

«Siamo assolutamente contrari. Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo col comune di Noli e con la prefettura», dice Samuele Rago, presidente provinciale dell’Anpi. «Eravamo alla fine della guerra, è ovvio che ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili»

Una dichiarazione che ha sollevato critiche da ogni parte e che mostra concettualmente due errori sulla base di quanto viene narrato intorno a questa esecuzione. Il primo è una contestualizzazione ideologica: “Era fascista”. Il secondo, teso a giustificare un episodio che appare evidentemente violento, in quanto il periodo era quello.

Opinione personale: non si difende così la memoria dei partigiani.

Per quanto concitati e drammatici fossero quei momenti, nessun comportamento barbaro e violento si può considerare ammissibile, a prescindere. Tantomeno giustificato per l’appartenenza al nemico considerando che si trattava di una ragazza molto giovane.

Ci sarebbe stato un altro modo in tutti questi anni per rendere giustizia ai partigiani (tutti, perché il sospetto sull’operato di alcuni si riversa su tantissimi che rischiarono la vita per portare l’Italia fuori da quel delirio agendo con nobiltà e correttezza). Questa strada è quella di ricostruire la storia di Giuseppina Ghersi e dei suoi ultimi giorni. L’Anpi può risalire ai nomi dei partigiani che l’hanno arrestata e interrogata, può risalire, forse, anche al nome di chi ha proceduto all’esecuzione anche perché questi nomi sono stati fatti.
In attesa di un impegno che aiuti a chiarire e magari a chiudere la vicenda, qualcosa si può cominciare a fare, su una storia che nella sua anche superficiale verifica, mostra più di una lacuna.
Esistono almeno tre versione di questa vicenda che variano sensibilmente. Cominciamo ad affrontarle, intanto, partendo dalla ragione per questa condanna terribile. Secondo il blog

http://giuseppinaghersi.blogspot.it/2012/02/giuseppina-ghersi-violentata-e-uccisa.html?m=1

La colpa di Giuseppina sarebbe stata un tema in cui decantava le lodi del duce Benito Mussolini. Per questa ragione sarebbe avvenuto l’arrestato.

In altri casi, secondo alcune testimonianze raccolte dal Secolo XIX in questi ultimi giorni, Giuseppina sarebbe stata una delatrice, o meglio, una “spia” e per questo i partigiani l’avrebbero catturata. I carteggi pubblicati ultimamente, originale documentazione dei partigiani di allora, la indicano appunto con l’appellativo di “spia nazifascista”.

Secondo Giampaolo Pansa che cita il giornalista de “La Stampa”, Massimo Numa, quindi una fonte di secondo grado, la ragazza “aveva visto qualcosa che non doveva vedere” e aveva informato i fascisti. Una tesi che ritornerebbe nelle testimonianze raccolte recentemente proprio dal Secolo. Giuseppina, secondo la versione di un testimone, avrebbe sentito due persone parlare male dei fascisti all’interno di un rifugio durante un allarme aero e avrebbe riferito alle brigate nere i contenuti di quei discorsi, indicando i protagonisti. I due, sulla base della delazione, sarebbero stati picchiati dai fascisti. Giuseppina, oggettivamente, si sarebbe fatta così due nemici. Sul caso esiste una testimonianza della madre in un esposto presentato alla Procura di Savona, anni dopo la morte, nel 1949 che spiegherebbe alcuni aspetti. RaccontaLaura Mongoli:

“Nel mese di febbraio 1944, una sera alle 19, si presentarono nella nostra abitazione due individui mascherati, i quali rivolgendosi a me ( mio marito era assente ) puntandomi una rivoltella, mi chiesero dove si trovasse mia figlia. Era evidente la loro intenzione di prelevarla. Per fortuna la ragazza non si trovava in casa, ed i due dovettero desistere dal loro proposito. Io mi misi ad urlare ed i due fuggirono. Non mi resi conto subito del perche’ i due che indovinai essere partigiani, cercassero di portare via mia figlia: soltanto piu’ tardi, seppi che era stata messa in giro la voce che la bambina fosse una spia. Questa diceria , probabilmente era nata dal fatto, che a piano terreno, della mia casa, in un appartamento di nostra proprieta’, alloggiavano alcuni San Marco, con cui qualche volta la bambina si intratteneva”.

Due persone. Forse le stesse che Giuseppina aveva denunciato?

Di Giuseppina, i partigiani annotano nei giorni del suo arresto che “gira armata di pistola” e in camicia nera. Subito dopo il 25 aprile appare una follia, visto che a Savona si verifica nella settimana precedente una drammatica battaglia tra la colonna “nera” che si dirige verso il tradotto della Valtellina e i partigiani. I fascisti impauriti e incattiviti dall’ormai palese ostilità della popolazione piazzano cecchini sulla loro strada per rallentare l’inseguimento dei partigiani e vendicarsi del tradimento “ideale” del popolo che li ha abbandonati. Con loro tutti i famigliari, proprio per la paura delle verosimili rappresaglie che si sarebbero potute verificare. Giuseppina, però, non è con loro. Perché?

Qui si arriva a un punto in cui le narrazioni discordano parecchio. L’arresto. Secondo il sito citato, i partigiani vanno a casa dei genitori che: “Vengono portati (da due partigiani) al Campo di Concentramento di Legino , situato nella zona dell’odierno complesso delle Scuole Medie Guidobono, dove un terzo partigiano sequestra loro le chiavi dell’appartamento e del magazzino. Dopo circa mezz’ora viene deportata al Campo anche la cognata e i partigiani, senza testimoni, possono finalmente procedere rubando le merci dal negozio e tutti i beni della famiglia presenti in casa. Solo Giuseppina manca all’appello perché ospitata da alcuni amici di famiglia in Via Paolo Boselli 6/8.”

La madre fornisce particolari importanti in merito all’arresto di sua figlia. Con “minacce e percosse” viene costretta ad accompagnare i partigiani a prendere Giuseppina. Una versione diversa da quella di Pansa secondo cui la ragazza “viene sequestrata in viale Dante Alighieri e scompare”. A questo punto si arriva a uno dei passaggi più agghiaccianti della storia. Racconta il blog:

L’intera famiglia Ghersi viene dunque tradotta nuovamente al Campo di Concentramento dove inizia il primo giorno di follia. E’ il pomeriggio del 27 Aprile 1945: madre e figlia vengono malmenate e stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere al macabro spettacolo percosso dal calcio di un fucile su schiena e testa. Per tutta la durata della scena gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e oggetti preziosi.

Pansa cambia la versione dove non ci sono più i genitori, ma a essere violentata è solo la ragazza. “Le tagliarono i capelli a zero. Le cosparsero la testa di vernice rossa. La condussero al campo di raccolta dei fascisti a Legino nel Comune di Savona. Qui la picchiarono e la violentarono. Una parente (n.b.) che era riuscito a rintracciarla la trovò ridotta allo stremo. La ragazzina piangeva, implorava “Aiutatemi mi vogliono uccidere”. Non ci fu il tempo di salvarla perché fu prima freddata da una raffica di mitra vicino al cimitero di Zinola. Chi ne vide il cadavere lo troò in condizioni pietose”.

Il blog descrive i momenti prossimi all’esecuzione così:

Verso sera inizia a piovere e le belve, stanche di soddisfare i propri istinti, conducono Giovanni e Laura Ghersi presso il Comando Partigiano di Via Niella dove viene chiaramente detto che a loro carico non è emerso nulla. Nonostante ciò i partigiani li rinchiudono nel carcere Sant’Agostino.
Giuseppina subisce da sola un lungo calvario di sofferenze finché, il 30 Aprile 1945, viene finita con un colpo di pistola per poi essere gettata davanti alle mura del Cimitero di Zinola su un cumulo di cadaveri.

Mitra o pistola per la vittima non fa molta differenza.

Resta da capire quale sia la fonte del giornalista e quale quella del blog. Per la storia questi particolari sono importanti.

La versione della madre, a sua volta, è completamente diversa:

“Tutti e tre rientrammo al campo. La sera del 27 aprile, io e mio marito, fummo trasferiti presso il carcere di S. Agostino, dopo pochi giorni ( non ricordo la data precisa ) io venni liberata, invece mio marito fu rilasciato l’11 di giugno. Appena uscita da S. Agostino, seppi da mia sorella e da una mia amica, che circolava la voce, che mia figlia fosse stata uccisa. (…)Mio marito, in carcere, seppe da fonti attendibili, fascisti fucilati successivamente, che mia figlia era stata uccisa da un certo Gatti, di Berteggi, con un colpo di rivoltella alla nuca.”

Allora chi ha visto, vissuto le ultime ore di Giuseppina, tanto da poterle raccontare così precisamente? Secondo le testimonianze, nessuno. Solo la dichiarazione della madre può considerarsi attendibile.

Una dichiarazione del padre, più circostanziata, aggiunge dei particolari sulla morte:

«Alla mia bambina hanno fatto sentenza di morte il 30 Aprile 1945 passata la mezzanotte dal comando di Legino e la sua uccisione avvenne alle 4 del mattino il 1° Maggio assieme a certa Delfino Teresa abitante a Savona Vico Crema n 1/1 prelevata il 30 Aprile alla sera nella sua casa. Pare che ne sia autore di questi delitti certo Gatti Pino abitante a Bergeggi.»


A ricostruire la vicenda, diversi anni dopo però, è Stelvio Murialdo, attivista di destra savonese, che nel 2008, nel libro “Cercando Valentino” così racconta la storia dal suo punto di vista.
Dato da annotare., molto importante, è che Murialdo è del ’34 e all’epoca dei fatti ha solo 11 anni e non conosce Giuseppina.

Così, In quei giorni, lui ricorda di aver visto un cadavere che solo anni dopo andrà ad associare alla persona di Giuseppina Ghersi.

«E proprio il primo era un cadavere di donna molto giovane; erano terribili le condizioni in cui l’ avevano ridotta, evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane eta’. Una mano pietosa aveva steso su di lei una SUDICIA COPERTA GRIGIA che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia. La guerra ci aveva costretto a vedere tanti cadaveri e in verità, la morte concede ai morti una distesa serenità; ma lei, quella sconosciuta ragazza NO!!! L’ orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue, con un occhio bluastro, tumefatto e l’ altro spalancato sull’inferno. Ricordo che non riuscivo, come paralizzato, a staccarmi da quella povera disarticolata marionetta, con un braccio irrigidito verso l’ alto, come a proteggere la fronte, mentre un dito spezzato era piegato verso il dorso della mano.»

Murialdo, risale, quindi, la storia sulla base di un ricordo e di qualche vaga testimonianza come quella della parente di Giuseppina, l’ultima ad averla vista.

«Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza… (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire).»

Tra parentesi la considerazione personale di Murialdo che è la frase che più è approssimata all’ipotesi dello stupro nella raccolta di elementi su questa vicenda. Nessun testimone oculare, ma soprattutto una dichiarazione, quella della madre che smentisce una “vulgata” feroce e macabra.

Per finire, la foto che con prepotenza è stata assimilata alla figura di Giuseppina. Non è lei, è una ragazza che subisce la triste sorte delle collaborazioniste, a Milano, dopo il 25 aprile 1945. Altre fotografie sono state assimilate all’episodio di Giuseppina, ma si tratta per lo più di materiale che arriva dalla Francia realizzato nello stesso periodo. Non c’è alcuna traccia delle drammatiche giornate di Giuseppina. Molto spesso questa fotografia è accostata ai fatti relativi al “dopo liberazione”, ma in alcun modo si tratta di Giuseppina.

nuova immagine ghersi

Giuseppina è stata uccisa dai partigiani a 14 anni, molto probabilmente, con l’accusa di essere una spia questo resta un dato agghiacciante. A qualcuno però non è sembrato sufficiente.

Molti particolari e un definitivo chiarimento potrebbero arrivare proprio dall’Anpi. A che formazioni appartenevano gli uomini citati dall’esposto? Si parla di sentenza, ci fu un processo? Chi emise la condanna a morte. In quei giorni per un comando del CLN le spie catturate venivano passate per le armi direttamente. Fu questo che decise la sua sorte? Non lo sappiamo, possiamo solo immaginare.
Certo è che questa vicenda insegna che la storia va rispettata. Ognuno faccia a sua parte con serietà e compostezza.

In questa ricostruzione mi sono avvalso delle dichiarazioni di Stelvio Murialdo riportate nella ricostruzione del “caso Ghersi” del gruppo collettivo di scrittori Wu Ming.

https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/09/il-caso-giuseppina-ghersi-1/#more-30337

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