Blade Runner 2049, l’insostenibile leggerezza del reale

(Ho evitato accuratamente eventuali spoiler di Blade Runner 2049 certe ulteriori riflessioni, quindi, le rimando con chi ha visto il film)

Il film “Blade runner” mi rincorre da più di trent’anni, dalla prima volta che lo vidi in una fumosa sala del cinema “Ars” di Savona, già mezzo iniziato alle infinite volte che negli anni successivi, le melodie dei Vangelis, le rincorse notturne nella piovosa San Francisco, la stralunata e inquietante bellezza di Daryl Hannah, mi hanno rapito ogni qualvolta mi si presentava l’occasione di confrontarmi con un film che era qualcosa di infinito, da cui traevo ogni volta uno spunto nuovo per giocherellare con la mente, incalzando pensieri e riflessioni che da lì scaturivano. Poi nel giro di poco tempo, una quindicina di anni dopo lessi quasi nello stesso tempo il romanzo di Philip Dick che mi preparò alla visione del “director’s cut” che restituì alla pellicola molto del senso originale della filosofia di Dick e del tema fondamentale della sua opera.

Ho approcciato con diffidenza “Blade runner 2049” con il malcelato timore che con un film mi potessero mandare in vacca riflessioni profonde, ricordi struggenti che nel tempo le immagini del vecchio film si erano avviluppate a quelle della mia vita: Ratchel che si scioglie i capelli e suona il piano, la sua nostalgia di ricordi veri o falsi che fossero e poi il metodo Voigt-Kampf, spiegato magistralmente da Dick, che consisteva nel questionario – interrogatorio capace di individuare gli androidi per la loro innata incapacità a provare pietà e pathos (un metodo a cui avrei sottoposto diverse persone che incontrato nella vita, per sincerarmi di qualche dubbio.)

“Blade runner 2049” non solo è un gran film e regge alla grande, forse superandolo, il confronto con il suo precedente illustre, ma in qualche modo va oltre, mettendo a fuoco, grazie, diciamo, a una maggiore disinibizione, il nucleo centrale della poetica di Dick.

Si potrebbe dire, che pur dovendosi confrontare all’originale come sequel, riesce laddove, il primo, solo grazie alla seconda edizione, ci aveva fatto intuire.
I temi centrali sono diversi, ma spessi: quello centrale bastato sulla dualità autenticità/inautenticità, quelli laterali basati sull’affettività che dal tragico dilemma del non essere autentici ne deriva.

Oltre, quindi, a una consapevolezza di non essere autentici, cioè di essere macchine sofisticatamente prodotte per essere in tutto e per tutto, simili all’uomo, i personaggi dell’ultimo film rispetto a quello precedente, dove in forma più rassicurante, il protagonista era pur sempre un uomo autentico, vivono gradazioni diverse di nostalgia.

Oltre alla nostalgia di una origine autentica, gli androidi del film vivono una struggente malinconia sentimentale, spiegato con delicatezza dal regista nel rapporto tra K e Joi, l’ologramma innamorato del suo “padrone” e impotente anche solo nella semplice possibilità di abbracciarlo e baciarlo. Nella reificazione della realtà del mondo in cui i protagonisti del film vivono, Joi assomiglia molto a una fata del mondo magico, uscita più dalla fantasia di un Barrie, l’autore di Peter Pan, che non dall’emulatore portatile che consente a K di portarla con se, anche fuori casa.

Non è solo con Joi, labile sfaccettatura sentimentale di un mondo assediato da violente perturbazioni atmosferiche e climatiche, e costretto a vivere in città divise in più livelli assai simili a formica, l’immaginario femminile del film offre altri due personaggi che completano una triade degna della complessità greca: il capo/madre Joshi, un’umana molto simile alla miss Moneypenny di 007, che verso K rivolge un affetto protettivo venato da una malinconica attrazione erotica non corrisposta, e Luv, una “sorella” (in quanto androide come K) spietata e feroce, agli ordini del padre/creatore Wallace, intransigente e gelosa, anch’essa sofferente per la sua alienata inautenticità, che impone distruggendo, a sua volta, ogni traccia di “umano” nei suoi simili.

La controparte paterna è rappresentata dal creatore Niander Wallace, profetico, psicopatico, assoluto, proprietario della Wallace Industries rinata dalle ceneri della vecchia Tyrrel fallita per i difetti dei replicanti Nexus.
La sua parte di artefice è l’elemento più alto di astrazione della realtà di quel mondo, una proiezione prometeica del tutto autoreferenziale che si oppone naturalmente al padre Rick Deckard: balordo, umano fino al midollo, marginalizzato, vecchio e malato.

“E’ vero o è falso?” chiede K a Rick indicando il cane che beve il whisky e l’uomo gli risponde con disincanto: “E che ne so io, chiediglielo…”
L’elemento della finzione innestato su un criterio di realismo in un sistema duale fondato sull’opposizione vero/falso, reale/non reale si trasporta facilmente dalla dimensione immaginifica, visionaria del film a una più concreta speculazione filosofica che non può non coinvolgerci.
Joshi, in un momento di tristezza sussurra a K: “Tutti cerchiamo qualcosa di reale”. Un’ansia che non caratterizza solo i personaggi del film, ma che immediatamente ce li rende vicini, paradossalmente come dicono loro “più umani degli umani”. Perché quella “assenza” innaturale in loro grida molto più di quanto possa farlo nella nostra consapevolezza appagata di un’origine. Se poi andiamo a guardare bene, invece, “l’assenza del reale” è una nostalgia ben presente anche in noi, come una tara che a differenza loro, non riusciamo a giustificare manifestamente nella nostra condizione, visto che un padre e una madre li abbiamo, ma che si ripresenta drammaticamente ogni qualvolta proviamo a scendere al di sotto della superficie ordinaria delle cose.

La sensazione è che “l’irreale” e la “falsificazione” sistemica stiano progressivamente reificando l’oggettività del mondo e il “kipple”, il caos crescente delle cose individuato da Dick, non sia un disordine fattuale, quanto un ordine reificato apparente dove, l’umano è riordinato attraverso le categorie dei “robot” che non sono le macchine antropomorfe dei film anni ‘50, ma demoni maligni della semantica e dell’algoritmo. Il nostro rapporto con gli androidi di Blade runner è in qualche modo speculare: a noi viene letalmente è lentamente sottratto (forse da quelli che potremmo considerare dei loro antenati) quello di cui loro sentono la mancanza.

Un rapporto bi-univoco ci lega alle speranze, alle passioni e alle delusioni di K: lui sente la drammatica nostalgia di una presenza che a noi viene lentamente sottratta da un mondo che li preconizza, che desidera ci sia qualcun altro al suo posto perché ha deciso che non è più compito suo occuparsi dell’altro, si tratti di salvare l’umanità o abbracciare una persona.

L’impotenza di K si manifesta tutta nell’ologramma gigantesco del corpo nudo e sensuale di Joi, ormai indifferente; l’impossibilità gigantesca di una dolcezza femminile, affettiva e erotica tanto desiderata quanto impossibile da ottenere.

Una parabola circolare che può consentirci di riflettere ancora, da “questa parte” dall’inarrivabile autentico di un personaggio di Shakespeare o Cechov, dall’irriducibilità del potere di poter generare ancora da noi i nostri ricordi e non vivere nella nostalgia dei ricordi di qualcun altro pensando che siano i nostri ricordi.



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