Perdendo Anna – Memorie di un’estate

Un racconto estratto dalla memoria per un puro esercizio di stile, oppure per rivivere seppur in minima parte le emozioni di quei giorni. Il 90% degli eventi raccontati sono veri, il nome della protagonista no. I fatti si svolsero vicino ai bagni della fotografia in evidenza, citati nel racconto, nell’area che si scorge in fondo, dove c’è una costruzione bianca.

La professoressa fissò per qualche interminabile secondo il registro, poi alzò lo sguardo, fissandoci con i suoi occhi da squalo:
“La vostra sufficienza, Giaccone e Gismondi, la devo verificare ancora con un’ interrogazione; mancano dodici giorni alla fine della scuola, e noi ci dobbiamo vedere ancora due volte. Potrei, quindi, chiedere a un collega di farvi uscire nel suo orario di lezione se non riuscissi a interrogarvi nelle ore a nostra disposizione…”
Io e Anna Gismondi annuimmo senza troppo entusiasmo, mentre l’insegnante raccoglieva le sue cose dalla cattedra per uscire. Ci guardò soddisfatta e sorniona.
“Bene allora ci vediamo la prossima settimana!” proferì con un sinistro sorriso, avviandosi verso il corridoio sculettando soddisfatta come un funzionario della Gestapo che ha appena fissato un appuntamento con due rabbini.
Io e Anna, a nostra volta, raccogliemmo gli zaini dai nostri banchi e ci avviammo all’uscita. Era venerdì e la prof di matematica aveva mostrato ancora una volta la sua mirabile potenza nel saper rovinare il week end alla derelitta umanità studentesca che capitava tra le sue fauci.
Fuori dall’istituto tecnico commerciale G. Boselli di Savona ci sedemmo senza dire una parola, sui gradoni dell’entrata.
“Questa ci apre in due come una mela renetta… Hai presente il rumore che fanno le mele renette quando si aprono?” cominciai io, guardando lei con un uno sguardo misto tra l’afflizione e il terrore.
“Eh… Non c’è scampo” mi rispose seduta alle mie spalle due gradini più in alto.
“Se Monica non ci avesse passato quell’esercizio l’ultimo quarto d’ora del compito in classe saremmo già belli che rimandati a settembre…” Continuai io guardando la strada davanti a me.

Di matematica non ci capivo assolutamente nulla e ogni anno era sempre peggio. Il mio cervello si rifiutava proprio di addentrarsi tra espressioni e problemi, supplizi senza senso, una vera e propria dimensione parallela di sofferenza fine a se stessa. Evitavo con cura le lezioni tra una scusa e l’altra e con stratagemmi degni di Alfred Hitchcock riuscivo brillantemente a trovare soluzioni per ricavare delle sufficienze che non erano frutto del mio impegno diretto, ma di un altrettanto sudato, ingegnoso quanto rocambolesco piano per fa ricadere il desiderato 6 sul registro.

L’ultima volta avevo rischiato di brutto, ma mi aveva salvato in extremis una compagna, nonché amica, che avendo già finito lei il compito in classe e desiderando, per una volta, essere protagonista delle mie macchinazioni diaboliche, mi aveva passato le soluzioni. Dal fondo della classe, mentre lo sguardo della prof sembrava quello di Sauron alla ricerca dell’anello, avevo sentito il colpo di tosse di Anna che in codice era una disperata ricerca di aiuto. Con la precisione e la velocità degna di uno sport olimpico se mai esisterà il “lancio della pallina di carta con le soluzioni” avevo scagliato verso di lei, sopra la testa della prof, peraltro bassina, il foglio appallottolato che venne raccolto con la presa sicura in un giocatore di baseball americano della premier league o quello che è.
Tutto inutile. La prof aveva rilanciato con la storia della verifica, mettendoci con le spalle al muro.
“Io salto tutto” dissi.
“Cioè”…”
“Cioè oggi è l’ultima volta che vengo a scuola. Da lunedì non vengo più…”
“Ma come fai? Sono dodici giorni quasi due settimane” domandò lei allibita.
“Niente, non vengo. Prima che se ne accorgano passano tre o quattro giorni, poi voglio vedere: ho tutte le sufficienze, come fa a farmi rimandare per un 6 che deve essere verificato Non glielo lasceranno fare, è contro la giustizia, la convenzione di Ginevra o quello che cazzo è…”
“Ti rimandano…” mi fissò con lo sguardo di una che vuole a tutti costi farti capire che stai facendo una cazzata, ma poi non è così convinta.
“Mi rimandano se mi becca quella merda lì” risposi sprezzante.
“E cosa farai in questi dodici giorni? Cosa racconti a casa? Come pensi di cavartela con i tuoi?”
“Semplice, esco con lo zaino e i libri, ma invece di venire qui vado al mare. Poi ritorno come se niente fosse. Non se ne accorgerà nessuno”.
“Tu sei pazzo, ti beccheranno…” raccolse la sua borsa e si alzò per andarsene. Scese le scale e dopo quattro passi si girò
“Dove andresti al mare?”
“Vicino alla Madonnetta, non proprio i bagni, una spiaggia libera carina dove vado con i miei amici d’estate. E’ un po’ appartata, si sta da Dio, l’acqua è pulitissima. Ci si arriva dall’Aurelia passando dietro al distributore vicino al Blue moon.”
“Il locale degli spogliarelli?!” Esclamò scandalizzata.
“Sì sorrisi io, e la spiaggia è dove andavano sempre le spogliarelliste a farsi un tuffo. Solo che è chiuso dal 1973… Non c’è più nessuno” conclusi sorridendo.
Mi osservo con un po’ di esitazione poi mi chiese
“Posso venire anch’io?”

Fu così che io e Anna Gismondi decidemmo di entrare in una specie di parziale latitanza. All’epoca la parola andava molto di moda, nella cronaca politica e in quella della “nera”.
Non eravamo amici, era la classica compagna di scuola a cui rivolgi tre parole in un anno, non abitavamo neppure troppo distanti, ma le nostre amicizie erano diversissime. Io bazzicavo gli amici d’infanzia del mio quartiere, che mi tenevano ancorato a una latenza felice, ero timidissimo con una grande passione per la lettura. Per quei giorni al mare avevo in programma di rileggermi tutta la saga di Tex, Mefisto e Yama, Tes e El Morisco, Zagor contro il lupo mannaro e il vampiro e i miei libri horror preferiti, “Dracula”, “Frankenstein” e altri.

Lei era estroversa e bellissima. Nell’intervallo a scuola, la nostra classe era presa d’assalto da frotte di rincoglioniti posseduti da tempeste ormonali che sbavavano solo per un suo sguardo. La leggenda narrava che lei fosse fidanzata a uno storico ragazzo a cui rimaneva fedele nonostante gli assalti quotidiani di decine di pretendenti. Discotecara incallita, i suoi argomenti di conversazione con le sue amiche erano le canzoni e i cantanti di successo in quel momento e la cronaca al minuto del fine settimana trascorso nelle discoteche tra Albisola e Spotorno.

Di che cazzo avremmo parlato io e lei? Me lo chiedevo ogni tanto in quei giorni che precedevano l’impresa, poi il pensiero tornava allo sguardo vitreo e sadico della prof di matematica e un brivido mi correva lungo la schiena. Il problema non verteva sulla conversazione che avremmo avuto io e la mia occasionale complice. Tutt’altro.

Alle 8.50 circa di quel lunedì, un 16 o 17 maggio, in riva a un mare limpidissimo, guardavo la leggera brezza che increspava la superficie liscia; dei pesciolini venivano a curiosare tra i miei piedi immersi nell’acqua, per comprendere la misteriosa natura dell’intruso. Il cielo era terso, negli stabilimenti balneari a fianco stavano lavorando per prepararsi alla stagione imminente. I bagnini mi guardarono con sospetto poi vedendo che mi fermavo nel tratto “libero”, continuarono il loro lavoro senza badare a me.

Anna sarebbe arrivata a momenti. Pensai che sarebbe stato bello se arrivando mi avesse trovato a dare due bracciate in acqua piuttosto che rannicchiato come un paralitico sull’asciugamano. Non che dovessi fare colpo, ma almeno difendere la dignità. Con un po’ troppa leggerezza passai dal pensiero all’azione e mi tuffai.

Riemersi trattenendo l’urlo disumano che affiorava in me. L’acqua era gelida. Guardai all’asciugamano a riva e al desiderio di averlo sulle mie spalle entro un nano secondo, ma nello stesso tempo pensai che se lei fosse arrivata in quel preciso momento, la mia disfatta sarebbe stata totale. “Resisto” pensai e diedi qualche bracciata per quanto cominciassi a sentire in me i primi sintomi di una sincope o dell’assideramento, o di entrambe le cose. Furono minuti immensi poi, dal sentiero che dalla strada portava al mare, vidi scendere una figura minuta con un vestitino a fiori e il mio cuore ebbe un sussulto di speranza. Mi immersi totalmente per riapparire quasi a riva.
“Ciaooo, sei già in acqua? Come si staaaa?”
“Da Dio!”
“Vieni, ho portato la focaccia…!” Mi urlò lei e credo non avesse ancora terminato la parola “focaccia” che io ero già a riva, al suo fianco con l’asciugamano sulle spalle che aspettavo mi ritagliasse la mia parte.
“Scusa ti ho interrotto la nuotata… Magari volevi continuare?”
“Sì, amo tuffarmi in mare la mattina presto, ma per questa volta vabbè, poi la focaccia va mangiata calda…”
Mentire è un’arte innata.

Poche volte nella vita accadono eventi minimi capaci con potenza impressionante di insinuarsi nelle profondità meglio custodite della memoria e lì rimanere come quei proiettili, portatori di distruzione, ma ormai parte integrante dei corpi di quegli antichi soldati che dovevano uccidere, utili per avvisare se il giorno dopo ci sarebbe stata la pioggia.
Le mani bagnate dall’acqua di mare e le goccioline che mi scendevano dal viso inzupparono la focaccia avvantaggiandola di quel salino che le conferì un sapore intenso, marino, insieme ai profumi di pane e olio. Mentre i miei neuroni decifravano e codificavano questo piccolo incantesimo del gusto, ai miei occhi irruppe la visione incantevole di Anna che si toglieva il vestitino a fiori e con uno splendido bikini si rivolse a me, in tutta la sua terrificante bellezza, e mi domandò

“Ti piace? Io lo preferivo bianco, ma a Luigi (il fidanzato) piaceva nero.”
“Ti sta bene…” Riuscii a dire. La masticazione mi si era rallentata e lo spettro visivo della memoria aveva registrato per sempre l’immagine da calendario americano anni ’50 di Anna che con disinvoltura si era messa in posa da pin up per farmi apprezzare meglio il taglio super moderno del suo bikini.

Per quanto, con una certa esagerazione, a scuola fosse definita la “Brooke Shields della 3A G”, a posteriori credo che nello spettro delle possibili somiglianze, il suo viso fosse più simile a quello di Vanessa Paradis, una cantante francese che ebbe un discreto successo nei primi anni ’90, complice una leggera distanza negli incisivi superiori e i capelli castano scuri mossi. Comunque tanto bastava per costringere i bagnini che lavoravano nella spiaggia a fianco a fermarsi una manciata di minuti per osservare le mosse di Anna in riva al mare a prendere confidenza con le piccole onde che le si infrangevano sui piedi.

“Troppo fredda” stabilì facendo dietrofront di fronte al mare e sedendosi al mio fianco. Ricapitolammo tutti i passaggi salienti della nostra avventura, tra risatine di godimento pensando ai compagni piegati sui loro banchi e brividi di incertezza su come avrebbe reagito la prof di matematica notando le nostre assenze.

“Si insospettirà, ma capirà tutto la prossima volta che non ci rivedrà in classe” dissi io cominciando a cercare tra i miei Tex quello con cui cominciare la “maratona” che mi ero organizzato.
“Bisogna avere pazienza, mi sa…” mi rispose lei, estraendo dal suo zaino su cui campeggiava la foto di Marilyn Monroe un piccolo registratore portatile con le cuffie. Lo guardai con curiosità, non avendone mai visto uno.
“Sono una novità, me l’ha regalato Luigi per il mio compleanno. Puoi andarci in giro attaccandoli alla cintura o dove vuoi, è comodissimo… “

“Tutto Umberto Tozzi” era scritto sulla cassetta che stava inserendo e notò il mio sguardo perplesso
“Perché fai quella faccia? Non ti piace Tozzi? Io i tipi come te li conosco…. Ascolti i cantautori intelligenti, quelli che suonano quella musica strana, i testi impegnati, la barba lunga, l’eskimo… chiusi nella vostra cameretta… con il poster di Che Guevara…. “
“No, io ho il poster di Bo Derek in camera, a dire il vero… E ascolto Battiato e Lucio Dalla… Poi non sono testi impegnati, sono testi… Tozzi dice tre parole in croce e le ripete per tutta la durata della canzone…”
“Ti sbagli, hai dei pregiudizi, ha scritto anche delle belle canzoni e dei testi profondi, ma voi uomini cosa volete capire di sentimenti, di sensibilità…. visto che avremo tempo, avrò modo di farti ricredere facendoti ascoltare questa cassetta un centinaio di volte” e rise.

Anna era simpatica, di una simpatia che andava oltre il gesto di circostanza; aveva la capacità di metterti a tuo agio, a suo modo era materna, anche se la sua prorompente femminilità rendeva ostico cogliere immediatamente questo lato del suo carattere.

La saga di Mefisto e gli episodi con il medico-scienziato El Morisco erano quelli che preferivo nella storia di Tex. Contaminare il western con l’horror e il mistery fu un idea che anticipò di trent’anni Indiana Jones o certe storie di Quentin Tarantino. Alcuni episodi li avevo riletti decine di volte, la fantasia correva ancora più libera laddove nell’essenziale cosmogonia del far west si inseriva l’irrazionale della presenza demoniaca o di una presenza aliena e ostile.

Immerso nella lettura notai che Anna si era assopita ascoltando la musica. Il sole si era alzato nel frattempo e cominciava a fare caldo.

“Vai a prendere qualcosa da bere? La focaccia mi ha messo sete” mi chiese lei, socchiudendo gli occhi e togliendo per un momento le cuffie.
“Estathe al limone, ok?”
“Sì, c’è anche un Juke box al bar, l’ho visto quando sono passata… Metteresti tre volte “Perdendo Anna” di Umberto Tozzi così intanto comincia a farti una cultura… Luigi la fece andare tutta la sera in pizzeria la sera che ci siamo fidanzati…”
“Chissà com’erano contenti tutti gli altri…”
“Cretino”

La mattinata standard era così: io mi tuffavo, ei arrivava con la focaccia, io andavo a prendere gli estathe; a metà mattinata un bagno che finiva sempre in una battaglia di a spruzzarci l’acqua addosso. Poi ogni tanto si parlava dopo che magari eravamo stati in silenzio lei a sentire la sua musica e io a leggere i miei fumetti…

“Ma davvero Luigi ti ha dedicato “Perdendo Anna”?” al tuo fidanzamento?
Ma è una canzone che parla di una che porta sfiga e rompe anche un po’ i coglioni… Sentila bene…”
“No cosa dici? E’ una canzone d’amore, tenera e poi c’è il mio nome, forse ti è sfuggito questo particolare…”
“Ma è anche il lato B di un disco… Non faceva prima a dedicarti “Ti amo” già che c’era?”
“Lo sai qual è il tuo forte? Che sei romantico… Dovresti tenere dei corsi…. “e si rimise le cuffiette mentre dal juke box del bar, un po’ scoppiato risuonava la voce di Umberto Tozzi.

Il lunedì successivo ricevemmo la visita di un nostro compagno di scuola che per evitare un’interrogazione aveva deciso di aggregarsi alla nostra compagnia.

“La prof di matematica è entrata venerdì in classe e ha detto che se non vi vede questa settimana, vi rimanda d’ufficio quest’anno e per i prossimi quarant’anni. Ha detto che tu (indicando me), per lei, sei un uomo finito mentre tu (guardando Anna) te la puoi ancora cavare perché le stai simpatica e sei più intelligente…
Poi, alcuni compagni sono incazzati con voi perché quando lei non vi ha trovato ha cominciato a interrogare così come gli veniva e ha spaccato il culo a tutti. Cosa pensate di fare?

“Io resto qui” dissi senza esitazioni. Voglio vedere come mi rimanda…
“E tu Anna?” chiese il compagno.
Lei esitò un attimo, poi si alzò e con una corsa si tuffò in mare sotto lo sguardo sbigottito, mio e del mio compagno. Riemerse e urlò
“Io resto qui, io ODIO LA MATEMATICA”.

Quella visita e la risoluzione che prendemmo ci rese più allegri. Andato via il io compagno, passammo la mattinata a ridere e scherzare, Un po’ ci dispiaceva per quelli che avevano dovuto subire l’ira della prof al posto nostro, ma neanche tanto. Gli eroi eravamo noi che stavamo rompendo le regole, mica loro.

“In fondo, non sei poi l’orsacchiotto mezzo addormentato che sembravi a scuola, sei simpatico a conoscerti bene…”

Sull’”orsacchiotto mezzo addormentato” non ci ho dormito per due anni.

“Beh grazie… anche tu lo sei nonostante tutto…”
“Nonostante cosa?”
“La tua fissa per discoteche, i tuoi interminabili discorsi sui cantanti, quella marea di scemi che ti porti dietro…”
“Se non fosse stato per la prof di matematica non ci saremmo mai incontrati… voglio dire mai conosciuti così bene… “
“Bene… adesso so che VERAMENTE ti piacciono le canzoni di Tozzi… Forse era meglio prima: il beneficio del dubbio”. MI riempì l’asciugamano di sabbia per quella battuta.

Conobbi uno di quei giorni anche Luigi, il leggendario fidanzato di Anna. Era più vecchio di noi di soli quattro anni, ma ne dimostrava almeno dieci di più. Aveva mollato la scuola a sedici e si era messo a lavorare in un’officina di riparazioni per le auto come garzone crescendo sempre di più arrivando a essere assunto. Robusto, occhi stanchi di chi ha cominciato a pensare “da grande” troppo presto, impacciato in tutto ciò che non fosse aggiustare un’auto o una moto, guidare un’auto o una moto, parlare di auto e di moto.

Arrivava a prendere Anna con un Gilera 125, ma diceva lui, con orgoglio, aveva lavorato tanto su quel motore che quel “Gilerino” aveva la potenza per volare. Dopo poche parole, tra me e lui c’era poco da dire. Lui rimaneva con i suoi carburatori e le sue candele, io con Tex e i testi di Franco Battiato. Anna e Luigi si conoscevano da quando erano piccoli, dicevano per scherzo che si erano fidanzati all’asilo, ma non stentavo a crederlo: il loro menage era quello di una coppia alle nozze d’argento, lei mi parlava di intricati legami con suoceri e nuore che mi lasciavano attonito.

Il mio curriculum sentimentale all’epoca dei fatti consisteva in: due innamoramenti finiti in modo catastrofico e una ragazza con cui ero stato (a prendere un gelato sul lungomare) un week end. Però avevo un cane e parecchie zie.

Li vedevo partire con la moto, mentre Anna mi faceva ciao con la mano e mi sembrava così lontana e remota la possibilità che un giorno anch’io avrei avuto una ragazza che mi comprava le magliette di Umberto Tozzi e si ricordava dell’anniversario del fidanzamento che quasi quasi, mi sembrava più plausibile trovarmi nella foresta dell’Alabama a cercare Mefisto insieme a Tex e ai suoi pards.

“Sì ma se tu senti sta musica la ragazza la trovi nel 2000”
mi punzecchiò lei dopo che ero andato a fare la scorta di Estathè al bar e avevo, per ripicca, invece dell’ormai mantrica “Perdendo Anna”, inserito nel Juke box due delle mie canzoni preferite. Nell’ordine: “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato, e “Generale” di Francesco De Gregori.
“Ma dai, ma cosa vuol dire ‘tra noi si scherzava a raccogliere ortiche’ ma che testo è? E poi hai visto come balla?”

Anna si alzò e mimò le goffe movenze di Battiato nel video e il maestro mi perdonerà, ma ballata dalla mia amica “centro di gravità permanente” prendeva tutto un altro significato e una sensualità inaspettata. Quando partì “Generale” si scatenò in tali risate che non potei trattenermi neppure io.
“Ma dove vai con questa? E’ una marcia funebre… Senti che tristeeee… Non si balla neanche… Gio, dammi retta. Cambia musica. Baglioni è meglio, poi non so, i Matia Bazar, I Pooh… Non puoi andare avanti così” e rideva.

Ridevo anch’io come un’idiota e quando la vidi nei pressi del bagnasciuga con abile colpo di piatto alzai un bel getto d’acqua che la prese in pieno facendola urlare per la doccia gelata che le avevo provocato. Quella mattina fini così, con lei che mi nascondeva i fumetti sotto la sabbia per farmi i dispetti e mi elencava le amiche che mi avrebbe presentato per farmi uscire dal mio letargo da “orsacchiotto”.

Il giorno dopo, mentre eravamo sdraiati sulla spiaggia a prendere il sole, entrambi semi addormentati, fummo risvegliati bruscamente da un urlo disumano e dallo schianto in acqua di qualcosa di molto grosso. Neanche il tempo di capire cos’era e un altro urlo sopraggiunse con relativo schianto.

Era finita la scuola. I nostri compagni arrivavano a far festa con noi e si lanciavano in acqua belli vestiti com’erano urlando come degli ossessi. E le belle notizie non erano finite. Il giorno prima alla rappresentante di classe era stato riferito che la prof di matematica seguiva il marito e si trasferiva in un’altra città e che per questo probabilmente, non aveva voluto andare sino a fondo nel braccio di ferro con noi e che avevamo ottime possibilità di essere promossi perché lei sarebbe stato in un imprecisato posto dell’Italia centrale già a settembre. Intorno a noi la piccola spiaggia si era popolata di ragazzi che urlavano cori da stadio. Io e Anna fummo gettati in acqua più volte. Solo qualche ora dopo ci trovammo di fronte bagnati fradici e stanchissimi: fu lì che con un gesto inaspettato lei mi abbracciò sussurrandomi un “grazie” all’orecchio. Sentii il suo corpo aderente al mio, a mia volta le accarezzai i capelli bagnati e la baciai con delicatezza sulla guancia. Quel giorno fu la prima volta che abbracciai realmente una persona che non fosse un parente.

Arrivò anche Luigi. Riuscì a intortare due compagni per rifargli il motore dei loro vespini “50 special”, vestito con i suoi jeans e la sua maglietta di Umberto Tozzi, fece un cenno a Anna che cominciò a raccogliere le sue cose per andare via. Ci salutammo, questa volta con meno calore anche per la presenza di Luigi, ma non la persi di vista fino a quando non arrivò al juke box dei bagni dove si fermò per inserire, ancora una volta, “Perdendo Anna”. Guardò verso di me, i nostri sguardi si incontrarono, lei alzò le mani al cielo come i calciatori quando hanno segnato un gol e mi salutò ancora con le mani, poi girò l’angolo seguita da Luigi.

E’ l’ultima immagine che ho di lei perché non la vidi mai più. Mi dissero che il padre aveva cambiato lavoro e che si era trasferito con la famiglia che Luigi li aveva seguiti che, forse, si erano sposati e lei aveva avuto due figli. Ho sempre preferito ricordarli in moto, in viaggio intorno al mondo, cantando a squarciagola una canzone di Umberto Tozzi.

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