Stranger Things e IT: l’epica del nostro quotidiano

Quando pensiamo a noi stessi, come e dove ci immaginiamo? Gli antichi, quelli molto antichi, avevano come riferimento l’epopea di Omero, l’Iliade e l’Odissea, ogni richiamo alle loro azioni era, consapevolmente o inconsapevolmente , rimandato alle gesta di qualche eroe, ninfa, divinità che fosse. La realtà prendeva così significato, si giustificava nella sua accezione più tecnica, ricalcando un’azione già codificata. Ma noi? Noi, nel senso, di abitanti del pacificato, sazio e decadente mondo occidentale a quale archetipo attingiamo? In quale momento scatta la necessaria identificazione con un’alterità che giustifichi i nostri gesti e li “accetti” nella nostra realtà?

L’EPICA DEGLI ADOLESCENTI

In un vecchio film di Woody Allen, il protagonista è seguito dall’ombra di Humphrey Bogart che lo incoraggia e gli passa consigli su come trattare con le donne: inutile dire che per le generazioni del dopoguerra il cinema e successivamente la tv hanno offerto esempi e simboli da imitare, ma c’è stato un momento in cui questo “passaggio” si è codificato stilisticamente focalizzando non nei “baby boomers”, ma nella generazione successiva quella definita “generazione X” l’epicentro dell’epica. Un’epica, che ha come eroi gli adolescenti e le vicende sentimentali, scolastiche e familiari che sono costretti ad affrontare. Anno più, anno meno, “American graffiti” e la serie tv “Happy days” uscirono nello stesso periodo, seguiti, più tardi, dall’irriverente “Animal House” che, però a modo suo diventa il suggello ai più didascalici precedenti, confermando che pur essendo un po’ pazzoidi nel “mondo” ci si poteva integrare senza problemi una volta messa la testa a posto. Il musical “Grease”, ci informò, infine, che quel mondo era perfetto basta non fare “cazzate” come la povera Rizzo che a quel punto doveva autoemendarsi dalla storia e vergognarsi non poco per aver rotto tutti gli equilibri, rimanendo incinta. Tutto qui? Manco per niente, come si direbbe oggi. L’idillico mondo costituito da “pezzi” di Bill Haley e dei Platters, da ragazzine acqua e sapone e goffi coetanei solo bravi negli sport doveva avere delle pecche, e come tutti gli universi che si rispettino, un inferno o ade che equilibrasse una manifestazione di realtà troppo lineare: il gusto di milkshake alla fragola in eccesso è un po’ nauseante.

STEPHEN KING E I “LOSERS”

Il primo ad accorgersene fu Stephen King. Nell’idillico (ma neanche tanto, poi) paesino di Derry, nel New England, individua lo scenario per anatomizzare l’adolescenza anni’60 americana, dove gli eroi, sono nevrotici repressi e violenti e i personaggi volutamente scartati nelle rappresentazioni precedenti, diventano i veri protagonisti dell’horror: il ciccione, il balbuziente, il nero, il secchione, la ragazzina “disturbata” sono gli avversari di IT, creatura maligna arrivata da un altro pianeta, capace di manipolare la realtà e l’immaginario della normalità, tranne loro, i “Losers” che quello scenario lo hanno già “strappato” dovendo affrontare le loro sfighe quotidiane.
Il romanzo “IT”, nonostante si tratti di una capolavoro viene colto solo in parte nella reale portata. La forza del personaggio IT, mette un po’ in ombra l’attacco all’immaginario collettivo, tirannico, con cui gli adolescenti di allora devono fare i conti. L’incomunicabilità con gli adulti, la violenza feroce tra coetanei (quello che oggi chiamiamo bullismo), una sessualità disturbata e nascosta di cui i ragazzi sono vittime, rimangono uno scenario di contorno. Una ragione, forse, consiste proprio nel fatto che chi ha gli strumenti intellettuali per approcciare il ciclopico romanzo, è in quel momento della sua vita impegnato a tenere in piedi QUELLA rappresentazione della realtà.

Non è un caso, credo, che mentre il film per tv tratto da IT, ribadisce l’”horrorificità” del pagliaccio interpretato da Tim Curry, quello uscito nel 2017 riesce, laddove non si era riusciti prima (salvo qualche grave omissione) a dare più forza ai “Losers”. Nella storia riescono, infatti, ad emergere i ragazzi che con le loro complessità e difficoltà, tengono saldamente il centro della scena.

Come può essere successo? Una spiegazione può essere questa: nel frattempo che passavano gli anni, la digitalizzazione ha portato a un uso e una fruizione delle fiction anche attraverso dispostivi diversi rispetto ai tradizionali tv e cinema. I tablet e gli smartophone, attraverso piattaforme come Netflix (ma negli USA ce ne sono molte di più), sono sfuggiti al controllo degli adulti, fruiti per lo più dai giovani “millenials” alla ricerca di prodotti che parlassero dei loro problemi e delle loro ansie adolescenziali. Colto il business, le produzioni hanno puntato su film e serie che avessero al centro loro, o loro simili. “Stranger things” è la produzione archetipo che non solo identifica i personaggi adolescenti nelle loro tipologie, ma ne segue le loro evoluzioni da vicino, il cambiamento dei loro caratteri e come affrontano le crisi personali e della vicenda. Non è un caso che nel cast di IT ci sia Finn Wolfhard, attore centrale anche nella serie Netflix.

STRANGER THINGS E IL “SOTTOSOPRA”

(RISCHIO SPOILER)

Cosa aggiunge “Stranger things”? Rispetto a “IT” la compagnia di amici è più numerosa e se è vero che si mantiene sul gruppo l’”aura” degli sfigati in conflitto con i bulletti e con i ragazzi più “svegli”, il nucleo centrale finisce per essere un gruppo di ragazzini “normali” capaci di mediare con figure, permettetemi l’abuso del termine, più “sfigate” di loro. Sono proprio queste ultime, infatti, per via di questa debolezza, le prime vittime del “Demogorgone”, la mostruosa creatura che emerge dal “sottosopra”, una dimensione parallela alla nostra, solo infinitamente più desolata e oscura, popolata da misteriose e feroci creature malvage. Will è materialmente più solo di altri, la madre è separata e fatica a stargli dietro, Barb, l’amica di Nancy, grassottella e bruttina, subisce la pesante umiliazione di essere esclusa e mandata via durante una festa tra ragazzi (con sesso finale). Per quanto la vicenda non lo sottolinei più di tanto, il Demogorgone aggredisce le sue vittime proprio nel momento in cui percepiscono la loro debolezza interiore di fronte al manifestarsi dell’abisso della solitudine. In questo senso, senza spoilerare troppo, le persone più deboli e sensibili, sono quelle che non solo evocano, ma hanno una maggiore consapevolezza di una multidimensionalità e della spettralità del reale, laddove nell’incomunicabilità con i coetanei e con i genitori, passa la materia di cui è composto il “sottosopra”. A differenza di IT dove i “Losers” restano un gruppo chiuso sino alla fine, in “Stranger things” esiste una possibilità di redenzione: qui è lo scatto in più, di carattere psicologico. Gli amici tengono fede a un genuino sentimento di fratellanza e proprio per questo, per salvare gli altri, anche loro hanno accesso alla possibilità di “vedere”. La stessa mamma di Will, riscatta le sue disattenzioni, evocando in sé l’attaccamento e l’amore al bambino, ritrovando il figlio grazie ai suoi minimi segnali dall’altra dimensione e affrontando eroicamente non solo i mostri, ma lo scetticismo e le bugie imposte dalla “normalità”.

In definitiva, anche la nostra “normalità”, il più lungo periodo vissuto dall’Europa occidentale senza guerre e carestie, ci impone di essere più prudenti di quanto, forse, lo siamo stati. L’abbondanza materiale (che non stigmatizzo), la qualità della vita e il benessere non hanno per nulla intaccato una tragicità della vita che esiste nella sua essenza e che va rispettata. Il “sottosopra” di “Stranger things” è qualcosa che ci appartiene molto più intimamente di quello che possiamo immaginare. La negazione di questa “tragicità intrinseca” e l’incapacità di concepirla come “realtà” , alterata da algoritmi e sofisticazioni della virtualità e della chimica sta alla base dell’”inferno dei viventi” di cui parlava Calvino. Capirlo, mentre i “rumori di guerra” si stanno avvicinando sempre di più, un inferno in terra e non in una dimensione parallela, potrebbe essere una chiave per risolvere tanti piccoli grandi problemi della nostra esistenza e di noi stessi.

No Comments Yet.

Rispondi