Alfredino e una memoria d’infanzia

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa sul luogo in cui sono nato e ho vissuto la mia infanzia, ma devo ringraziare altri per avermi permesso di estrarre dalla gran massa di ricordi l’esile traccia di un filo conduttore, di un’evoluzione e infine di riuscire a focalizzare la fine della storia tra me e quel luogo. Devo dire grazie, quindi, a tre canzoni dei Baustelle (“Le rane”, “Le vacanze dell’83” e “Alfredo”) oltre ai preziosi reperti filmati che mi ha concesso un vicino di casa di allora, Mauro Cerulli, che riportano le immagini di quel luogo così come difficilmente sarebbe difficile raccontare.

Il ricordo più chiaro e vivo del quartiere dove sono nato e ho abitato sino alla mia adolescenza è la presenza dei bambini. I bambini in bicicletta occupavano la scena intorno alla quale si muovevano massaie indaffarate, uomini stanchi dopo una giornata di lavoro, appoggiati alla ringhiera di un balcone a fumare una sigaretta.

Era un quartiere popolare alla periferia di Savona, Valloria, (esiste ancora oggi, ma è molto cambiato, si è trasformato nel tempo in un quartiere residenziale) un costone di roccia che scendeva verso l’elegante e esotica Albisola Mare, meta di turisti e belle ragazze a passeggio.
La vicinanza del porto, la vista delle navi dal panorama della “Punta”, il lembo di roccia sopra la via Aurelia che passava qualche decina di metri lì sotto, le colline di macchia boschiva alle spalle, proteggevano quelle quattro vie che si incrociavano tra di loro, attraversate da nugoli di bambini in bicicletta che scorrazzavano indisturbati, dove ogni aspetto di quel posto, dal piccolo bosco dietro le case all’antica e diroccata villa sulle alture, diventavano un varco e uno spazio per il gioco e l’esplorazione del mondo.

“Perchè il tempo ci sfugge,
ma il segno del tempo rimane”

(“Le Rane” – Baustelle)

La realtà era adeguata ai bambini: non che fossero intervenuti pedagoghi e filosofi a decidere le linee guida di un quartiere modello, ma semplicemente tutto era adeguato a quella presenza e i bambini la trasformavano, adattandola alle loro esigenze di svago, controllati a distanza da un mondo adulto che, a differenza di quello attuale, pur essendo assai più autorevole rispetto ai propri e figli pronto a emendare ogni comportamento negativo anche severamente, lasciava fare, intento a occupazioni semplici come leggere un giornale, fare la spesa del giorno, i lavori domestici, pulire l’auto o esplorarne il motore alla ricerca di un misterioso guasto.

L’impressione che mi pervade progressivamente è che quelle lentezze, quegli impacci, i colori sbiaditi che attribuiamo alla pellicola e all’usura del tempo, siano, invece, le rigidità di quei tempi, di psicologie intrise di ingenuità, timidezze che si esprimevano anche nella goffaggine dei movimenti.

La partita di calcio, giocata tra alberi e piante, con distanze e spazi risibili rispetto alla realtà di un vero campo da gioco, sono il segno di un vissuto più immaginato che reale. I bambini vestiti di tutto punto, forse appena usciti da scuola, oppure quelli con una sgualcita maglietta da calcio, ci raccontano non solo di una dignitosa modestia del vivere quotidiano che dava più importanza ai doveri che alle lusinghe dell’immagine (immaginatevi oggi un bambino vestito così), ma anche l’imprendibile capacità dei bambini di ricrearsi un mondo pur nella pochezza delle condizioni offerte. “La punta”, i giardini pubblici dove ci trasferivamo in massa dalla primavera alla fine dell’estate diventava magicamente un campo di calcio, una foresta dove si nascondevano pericolosi e bellicosi pellerossa, una pista per sfrenate corse in bicicletta a seconda della fantasia e del gioco del momento.

Ogni luogo si “epifanizzava” nell’immaginario collettivo di noi bambini e la realtà trascendeva nella fantasia alla ricerca di fantasmi nella villa diroccata, dietro alle improbabili tracce lasciate dai partigiani nei sentieri che portavano verso i paesi dell’entroterra, all’albero di ciliegie che offriva generoso i suoi frutti ai margini dell’orto custodito da un burbero contadino armato di fucile a aria compressa.

Non mancavano i pericoli e le inquietudini: le precipitose fughe dai bulli del quartiere, remote presenze di un “male” che emergerà potente negli anni ’80 con il diffondersi dell’eroina, ai notturni e misteriosi fatti di sangue che un quartiere popolare contiguo al porto e al contrabbando, nascondeva nelle sue pieghe.

Il mare non era distante, lo si raggiungeva in estate, attraversando sentieri e un piccolo tratto di Aurelia e tutto proseguiva nell’incantesimo di una bolla di relazioni e equilibri che sembravano eterni. Non mi è difficile immaginarli tutti i volti che mi aspettano già in sella alle loro biciclette per andare al mare o chissà dove…

L’amore e la sensualità comparvero all’improvviso quell’anno che, in coda per la classica doccia dopo il bagno in mare, ci accorgemmo dei cambiamenti profondi e rilevati delle nostre compagne di banco, di giochi e di scherzi. Impercettibilmente cambiò qualcosa che si andò velocemente a connotare per non farci tornare più indietro.

Non era la stessa cosa che andare a spiare le goffe avance dei ragazzotti più grandi di noi nel quartiere alle ragazze del night club che prendevano il sole a seno scoperto nella spiaggia di fianco alla nostra, era qualcosa che accadeva al nostro corpo fisico collettivo che ci separava, che ci faceva sospirare, invidiare come non avevamo mai fatto prima di allora. Cambiavamo cercando di resistere, ma qualcosa ci portava via l’uno dall’altro, qualcosa succedeva che spezzava equilibri e ci separava. Gli abbracci, i giochi e gli scherzi non valevano più nulla di fronte a quella mano tenuta teneramente e a quel bacio sfuggente…

“C’era una storia d’amore
c’era un reggiseno
mentre lo slacciava
mi ricordo che
il complesso suonava
e poi solo tenebre…”

(“Le vacanze dell’83” – Baustelle)

L’ultima volta che vidi il mio quartiere così come l’avevo visto sino ad allora fu nei giorni tra 10 e il 13 giugno del 1981 quando a Roma il piccolo Alfredino Rampi cadde in un pozzo artesiano per non uscirne mai più vivo.

Il quartiere si riversò nelle strada mentre dalle finestre aperte si sentiva all’unisono la voce metallica delle tv accese, gli occhi rossi dal pianto delle massaie, lo sguardo con gli occhi lucidi dei padri. Ricordo un signore già un po’ anziano, che rimbrottò alcuni ragazzi che giocavano con il pallone ignari forse o indifferenti alla tragedia, erano miei amici, andarono via e mi salutarono distrattamente canzonando l’uomo. Mi guardai intorno, tutti piangevano in un afflato commosso verso quella tragedia così lontana nello spazio eppure così vicina. Alfredo poteva essere uno di noi, forse, ancora meglio, uno di noi come eravamo stati e che non eravamo più. Quelle mamme e quei papà che vedevo piangenti come si trattasse di un figlio loro erano un po’ più invecchiati di come li ricordavo e i bambini con le biciclette non c’erano più da qualche tempo. Si piangeva il fantasma immenso di qualcosa e qualcuno che non sarebbe più tornato. Quanto amavo quel posto eppure quel giorno ebbi la sensazione che un periodo era finito per sempre e forse non solo la mia storia con il luogo dove ero nato.

“Scivolo nel fango gelido
il cielo è un punto
non lo vedo più
L’uomo ragno mi ha tirato un polso
Si è spezzato l’osso, ora
dormo oppure sto sognando”

(“Alfredo” – Baustelle)

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