Vikings serie tv, una guida ragionata

VIKINGS, LA STORIA, LA LEGGENDA, LA SERIE

(Attenzione, contiene una marea di spoiler) Stiamo seguendo la stagione definitiva di “Vikings” la serie che in 5 stagioni ha raccontato la saga di Ragnar Lotbrok e dei suoi figli, l’epopea danese in Europa, ma che ha anche fornito con cura e dettagli una narrazione del mondo normanno, “norreno” come veniva chiamato da inglesi e francesi un po’ meno folkloristica di quella degli elmi con le corna e dei drakkar.

CON RAGNAR PROTAGONISTA “GAME OF THRONES” SAREBBE DURATO TRE STAGIONI. AVREBBE UCCISO TUTTI LUI E SAREBBE ANDATO A LETTO ANCHE CON I DRAGHI.

Mi sono avvicinato a “Vikings” dopo la fine di “Game of Thrones” con la necessità di trovare qualcosa che attenuasse oltre al senso di abbandono anche quella vaga delusione che portano le conclusioni affrettate e le storie scritte male. Ero diffidente perché da quello che avevo visto, mi dava più l’idea che i vichinghi fossero un pretesto per far vedere fisici da urlo, uomini e donne con muscoli, culi e tette scolpiti nel marmo piuttosto che raccontare una storia, ma mi sono dovuto ricredere, fatto salvo che, in effetti, di brutti, tra i vichinghi ce n’erano veramente pochi, almeno secondo questa serie.

Prima di tutto, “Vikings” non è una serie inventata di sana pianta, ma elaborata liberamente sulle saghe nordiche che raccontano le storie e le leggende di questo popolo, ancora relativamente misterioso, riportate dal “Gesta Danaroum” di Saxo Gramaticum.  Tutto ciò che riguarda Ragnar Lothbrok è leggenda, mentre ad esempio, l’esistenza dei “figli di Ragnar”, così come della “grande armata vichinga” che arrivò sulle coste inglesi nell’865 conquistando Northumbria, Mercia e Wessex, proprio alla guida di Ivar Ragnarsson detto il “senz’ossa” sono documentate storicamente.

La storia diventa ancora più precisa e abbastanza fedele alla realtà quando racconta degli avversari dei vichinghi, i sassoni che occupavano buona parte dell’isola: Wessex, North Umbria, Mercia, Anglia orientale. Re Ekbert del Wessex, il figlio Aethelwulf, la nuora Judith, figlia di re Hella della Northumbria, re Leonard, nipote di Ekbert, sono riportati, seppur con le necessarie licenze narrative, con una discreta fedeltà rispetto ai cenni storici.

La narrazione elaborata e strutturata per avere un necessario flusso continuo dal regista Max Hirst, non si limita però, solo a raccontare un’epopea che già non è una cosa semplice. Ci addentra in un mondo che noi “romanocentrici”, per cui dopo l’Impero Romano d’occidente cala il sipario e scendono le tenebre, non conosciamo affatto.

La storia d’Inghilterra che per la maggioranza è Re Artù, Robin Hood e Riccardo cuor di Leone, viene sviscerata in quella che è la sua genesi, ovvero i primi regni sassoni successivi alle guerre con i Britanni, la presenza capillare del mondo religioso, le faide e le lotte intestine tra i diversi regni e al loro interno. Gli albori di una nazione presentita, ma ancora lontana nel tempo. Il regista mette a confronto la civiltà vichinga con quella sassone consentendoci di indugiare nelle rispettive tradizioni, abitudini e costumi e non solo.

Lo sguardo di Ragnar

Un altro piano di lettura globale della serie, ovvero che tiene conto di entrambi gli schieramenti, quello sassone e quello normanno, è psicologico. Nonostante le profonde differenze che dividono le due popolazioni che pure, come vedremo, a noi appaiono speculari, alcuni dei personaggi sembrano possedere “qualcosa in più” quella che Lacan chiamava “la petit chose” e che soggettivamente gli altri sentono come “mancanza”. Per un magnetismo misterioso si attraggono al di là delle differenze, dei loro obblighi religiosi, morali e politici, si piacciono e senza averne una vera e propria consapevolezza. Intorno a loro altre figure si muovono, non meno interessanti, ma prive di quel “non so che”. Alcune di queste figure presentono qualcosa che a loro manca  e diventano antagonisti, rivali, altri invece sono fissi nel binario della loro storia e delle loro tradizioni e guardano increduli, scandalizzati e infuriati alle evoluzioni dei primi senza cogliere nessi e suggestioni di sorta.

Athelstan nel suo “periodo” vichingo

Figura centrale di questa lettura è il monaco Athelstan, rapito dai vichinghi alla loro prima scorreria in Northumbria, salvato da Ragnar perché in possesso di una vaga conoscenza della lingua norrena, Athelstan diventa una chiave attraverso cui si leggeranno  e cambieranno diversi personaggi della saga. Lui stesso entrerà in un profondo conflitto interiore tra la sua anima cristiana e quella vichinga che prorompe come per un ancestrale richiamo “pulsionale” della foresta (la violenza, il sesso,il rappoto con la natura), attraversato trasversalmente dall’amicizia con Ragnar e dall’amore della bella Judith, moglie dell’erede al trono del Wessex. Lui è il “deus ex machina” assolutamente inconsapevole dei cambiamenti degli altri, travolto sistematicamente dagli eventi, inviso ai sassoni e ai normanni per la sua “diversità” resta il “fantasma” di uno “stile di vita” fuori dai dettami delle rigide regole delle rispettive credenze e tradizioni, stili di vita   messo in atto arditamente, di volta in volta, dai desideri dei protagonisti di andare “oltre” le linee invisibili delle loro traiettorie decise da ranghi parentali, religioni e tradizioni.

Esiste, anche se molto tenue, una traccia “fantastica” nei loro mondi. Athelstan vede il demonio, Odino va a fare visita a Kattegat, la capitale vichinga, alle donne lasciate sole dai loro compagni durante le spedizioni di guerra, lo stesso Odino, in persona, annuncia ai figli di Ragnar la morte di loro padre. Visioni e suggestioni mistico religiose accompagnano i personaggi dell’una e dell’altra parte, sino alla grande battaglia finale dove la dimensione esistenziale e visionaria va di pari passo con la strage degli eserciti.

Letterariamente c’è chi ha trovato una specularità tra i personaggi della saga vichinga con le divinità della stessa popolazione, con Ragnar Lotbrok figura centrale speculare a Odino. In alcuni passaggi il regista innesta il vissuto di Odino nella stessa vita di Ragnar.

Dalla parte sassone il racconto guarda verso l’epica cavalleresca e romantica seppur con un certo anticipo sui tempi. Pur non essendo il personaggio principale della storia, Judith, figlia di re Hella di North Umbria e sposa di Aethanwulf erede al trono del Wessex per suggellare l’alleanza tra i due regni, è il motore dei diversi passaggi. Amante di Athelstan, poi dello stesso suocero Ekbert, madre di Leonard, il suo personaggio ondeggia tra l’eroina romantica e la vera e propria strega shaekspeariana quando decide di uccidere il suo primogenito per favorire l’ascesa al trono di Leonard, il figlio avuto dal rapporto con il monaco.

La shieldmaiden Lagertha

Il mondo femminile è ben rappresentato nella parte vichinga e la protagonista incontrastata è Lagertha. Come Ragnar, anche lei è citata solo nella leggenda e nella storia della serie assume maggiore importanza di quanto narrato nella letteratura, diventando una vera e propria controparte femminile di Ragnar. Per quanto le donne vichinghe, le leggendarie “shieldswoman” avessero un ruolo nel mondo norreno assai più importante e emancipato che le donne tra i sassoni, Lagertha deve lottare per emergere tra rivali sentimentali e rivali nel potere. Il suo principale alter ego nel mondo vichingo è Aslaug, una vera e propria semidea, l’incontro tra lei e Ragnar è una delle pagine più romantiche della storia e uno dei momenti più belli della serie. Asluag è bella da far mancare il respiro per quanto anche Lagertha sia una donna attraente e sensuale.

Aslaug, nonostante sia una veggente, rappresenta una donna più tradizionale, non dedita alle armi, ma alla cura della casa e dei figli. Sarà lei a portare via Ragnar a Lagertha, mentre nella leggenda entrambe sono mogli dell’eroe, ma con una discontinuità nella storia che non le fa entrare in conflitto così come vediamo invece nella serie. Altre donne degne di nota popolano il mondo vichingo e combattono la loro personale battaglia di mogli, guerriere, amanti e madri.

L’incontro tra Ragnar e Aslaug. “Se questa giovane è bella come come è stato detto – disse il re – ordinatele di venire a conoscermi. Non voglio che sia vestita o nuda, non saziata o affamata e non venga da sola, anche se nessun’altra persona dovrebbe accompagnarla”.

VIKINGS: L’ARTE DELLA GUERRA

La ricostruzione delle battaglie è accurata e precisa, così come la messa in scena delle cerimonie, delle celebrazioni e dei riti da una parte e dall’altra. Apparentemente meno rudi i sassoni e certamente meno preparati all’arte della guerra, sono più evoluti nell’agricoltura, nell’architettura e nelle arti. Preti e nobili sanno leggere e scrivere, vantaggio non indifferente rispetto ai vichinghi. Pur essendo meno violenti dei norreni, ma non ci vuole molto, l’aggressività si manifesta in una forma di classismo più rigido soprattutto tra uomini e donne, nobili e semplici contadini. I sassoni, dal punto di vista del costume sessuale seguono la morale cristiana, sono rigidi nei costumi e con una politica di alleanze che passa principalmente con i matrimoni delle rispettive stirpi. Gli aristocratici godono nei costumi sessuali di ampie libertà rispetto ai ceti inferiori. Tra i più nobili e colti come re Ekbert c’è il senso di una nostalgia verso un lontano passato che arriva attraverso le scritture, gli affreschi, le statue. Segni che solo minimamente sono decifrati e che vengono fortemente osteggiati dalla chiesa e dai chierici indicati come “tracce del demonio”. La stessa vasca dove ama rilassarsi Ekbert è un’eredità dei romani a cui, lui che ha combattuto a fianco di Carlo Magno, guarda idealmente per prendere ispirazione sia nelle sue decisioni politiche che in quelle belliche.

VIKINGS: I PERSONAGGI “SUPERIORI”

Come accennavo, in questa serie molto più che in altre, (il paragone con GOT, in certi casi è quasi imposto) l’approfondimento psicologico e la caratterizzazione dei personaggi è estremamente curata, tanto da tracciare una specie di spiegazione antropologica dell’avanzamento della storia dell’umanità. Il mondo raccontato è fortemente radicato nei rispettivi principi, nelle regole religiose e politiche di ogni popolazione, ma il regista sembra volerci far osservare come i diversi personaggi reagiscano diversamente a queste, ognuno con le sue diversità, ma con effetti diversi sui loro comportamenti, anche quelli più intimi.

I vichinghi sono politeisti, non sono particolarmente strutturati politicamente, sono divisi in clan litigiosi e diffidenti l’uno con l’altro. Sarebbero contadini e mercanti, ma buona parte delle loro ricchezze proviene dalle razzie che compiono nei confronti di altri clan o delle popolazioni vicine. Sarà l’ambizione per maggiori ricchezze a spingere Ragnar verso l’Inghilterra.

La grande armata vichinga distrugge l’esercito della Northumbria

Sono abili guerrieri capaci di una buona organizzazione militare sul campo (il muro di scudi), ma soprattutto imbattibili nel corpo a corpo. La loro forza consiste, oltre che nella dotazione di un fisico possente, nell’assoluta convinzione che morire con una spada in mano consenta di accedere al Wahalla in compagni dei compagni che li hanno preceduti e degli dei. Questo li rende coraggiosi e spregiudicati sul campo di battaglia, molto più, in genere, dei loro avversari. Dal punto di vista dei costumi sessuali sono liberi da ogni inibizione, la deriva orgiastica delle loro celebrazioni religiose è abbastanza frequente, le coppie sono disinvolte e il rapporto omosessuale non crea alcuno scandalo. Sono feroci con le popolazioni sottomesse e considerano il cristianesimo una follia, lo odiano atavicamente, considerandolo corruttore dei loro principi e nemico dei loro dei.

RAGNAR E ATHELSTAN: OLTRE LORO STESSI

Ragnar chiede a Athelstan come fa a comunicare con il suo Dio

Ragnar il re non elude nessuna di queste caratteristiche. Rispetto agli altri è più coraggioso e temerario, più scaltro, ma anche più saggio quando c’è da decidere una strategia. In poche parole, più intelligente, di una intelligenza formata per certi versi anche da una particolare empatia che lo aiuta a cogliere prima degli altri i comportamenti di chi gli sta di fronte, sia un esercito che un individuo. Per questo è rispettato incondizionatamente. Come tutti i capi è anche visionario, capisce in anticipo quello che può accadere e ha il raziocinio di cercare non solo bottino, ma anche informazioni. La cattura del monaco Athelstan, episodio centrale in tutta la saga, è il colpo di genio aiutato da un po’ di fortuna, di Ragnar. Athelstan è la “stele di rosetta” umana che lo aiuta a comprendere il nuovo mondo appena conosciuto e Ragnar passa sopra ogni precedente convinzione tradizionale per ascoltare il monaco, capire quelli che saranno i suoi storici avversari. Athlestan, a sua volta, mostra una simpateticità profonda nei confronti dei vichinghi dopo una prima legittima diffidenza (hanno ammazzato tutti gli altri monaci che erano nel suo monastero). Il rapporto con Ragnar si tramuta in amicizia, tra loro si comprendono a un livello “superiore” che sfugge agli altri vichinghi, anche a quelli più vicini a Ragnar, dotati di maggiore intelligenza e carisma rispetto agli altri. Qui si vedono le differenze tra Ragnar e questi ultimi. Il fratello Rollo feroce e coraggioso guerriero (ispirato a un personaggio storicamente esistito, Rollone) è invidioso della maggiore “brillantezza” del fratello, soffre un rapporto che lo tiene sempre in ombra e aspira a una sua affermazione che nel tempo avverrà. Il rapporto con Athelstan rientra per lui nelle “stranezze” di Ragnar, un inutile sentimentalismo. Lagertha, nello stesso modo, non comprende questo connubio ed è preoccupata che un cristiano possa interferire nei pensieri del re soprattutto vedendo le reazioni non benevole dei vichinghi rispetto a questa amicizia. Floki, il costruttore di navi, amico fraterno di Ragnar è geloso del posto che si è conquistato il monaco a fianco del suo re e amico e nello stesso tempo nutre un odio profondo nei confronti del cristianesimo, mentre lui vive profondamente il culto degli antichi dei e delle tradizioni vichinghe.

Con il tempo Athelstan avrà una trasformazione e accantonerà il suo Dio per abbracciare lo stile vichingo, tramutandosi in un guerriero. Per lui, però, la parola definitiva sulla sua appartenenza religiosa e culturale ondeggerà sino alla fine.

ECBERT E LA NOSTALGIA DEL PASSATO

Dall’altra parte dello schieramento è Ekbert, il re del Wessex a incarnare la figura di leader carismatico e visionario. Machiavellico nelle scelte politiche, disinvolto nei confronti della religione, libertino in amore, attratto dai numerosi segni lasciati dai romani, per lui non tutti decifrabili. Anche lui incontrerà Athelstan e lo salverà da sicura morte quando quest’ultimo viene catturato durante una spedizione vichinga e condannato come apostata a morire in croce. Athelstan finisce così per avere con Ekbert lo stesso ruolo che ha avuto con Ragnar. Spiegargli le figure rappresentate negli affreschi, non dissimili dalle divinità vichinghe, riscrivere gli antichi testi romani contenuti nelle pergamene, essere la compagnia di conversazioni colte, altrimenti impossibili a corte. Athelstan attira l’attenzione anche di un altro personaggio della corte, Judith, la moglie di Athenwulf, figlio di Ekbert ed erede al trono. Lei è attratta dal “non so che” dell’ex monaco ritornato monaco nel frattempo, se ne innamora ricambiata e rimane incinta, sfortunatamente per lei mentre il marito è assente in una spedizione di guerra. Mentre Athelstan è stato costretto a tornare con Ragnar, Judith a sua volta dovrà sostenere da sola l’accusa di aver tradito il marito in sua assenza. Torturata in pubblico, ammetterà il suo tradimento svelando il nome del suo amante, ma verrà salvata da Ekbert che in lei intravvede qualcosa di sé o il qualcosa di più che questi personaggi colgono l’uno nell’altro, affratellandosi o accoppiandosi a seconda dei casi. Judith che avrà a lungo un ruolo nella saga, diventa l’amante di Ekbert tradendo il marito andando a letto con il padre di quest’ultimo, ottenendo in cambio che le sia insegnato a dipingere e a colorare i manoscritti e le miniature, cosa proibita alle donne.

JUDITH E LAGERTHA: SEDUZIONE E FEROCIA A CORTE

Judith spiega a Lagertha il bagno “romano”

Judith è speculare a Lagertha, le due si incontreranno nella maturità riconoscendosi l’una nell’altra.

Lagertha, non all’altezza di Ragnar per visionarietà è in ogni caso, una leader pronta a trasgredire regole e tradizioni pur di ottenere quello che vuole. Tra tutte le “shieldmaiden” è la più libera sessualmente: dopo la fine del rapporto con Ragnar di cui resterà comunque innamorata, non mancano flirt e relazioni anche occasionali, una anche con re Ekbert, e una relazione lesbica ostentata quando diventerà regina di Kattegat. Con la bellissima Astrid.

In queste figure, si chiude il nucleo evolutivo di due civiltà che si incontrano e si scontrano. Questi personaggi, nelle loro traversie, anche attraverso le loro debolezze riescono a costruire ponti. Judith e Lagertha, in quanto donne, devono combattere non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per la loro credibilità. 

Altre donne animano la saga con caratteri interessanti e psicologie strtturate. Siggy la ex regina di Kattegat, risparmiata da Ragnar al momento della cruenta successione nel duello con il vecchio re Haraldson. Siggy rimarrà nel villaggio come compagna di Rollo. Morirà salvando i piccoli Ubbe e Hvitserk dall’annegamento. Torvi, fedele amica di Lagertha, ex moglie di re Borg ucciso da Ragnar con la crudele tortura detta “l’aquila di sangue”.

Successivamente diventa la moglie di Bjorn da cui ha due figli, ma anche con Bjorn finisce e la sua traiettoria sentimentale la porta, infin, tra le braccia di Ubbe. Shieldmaiden coraggiosa e fiera, è una sintesi efficace della classica donna vichinga. Infnedegna di nota è la principessa  Kwenthrith che rivendica il trono di Mercia. Assetata di potere e sesso, non priva di una sua sagacia, finirà schiacciata nei giochi di potere.

Ragnar ha due figli con Lagertha, Bjorn e Gyda che morirà durante un’epidemia, ancora bambina. Con Aslog nasceranno poi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar detto il “senz’ossa” per la sua malformazione.  Premoesso che Sigurd morirà per mano d Ivar, nei figli di Ragnar si ritrova per ciascuno una caratteristica della personalità del padre, tanto era complessa e articolata.  Bjorn forse assomiglia più a sua madre Lagertha, all’ardimento in battaglia si accompagna una discreta disinvolura a letto, ma di Ragnar non possiede la visione e l’acume. Ubbe ha la saggezza e l’equilibrio, l’empatia che lo porta a essere il primo vichingo cristianizzato sul serio, non possiede la ferocia e l’astuzia di Ragnar, Hvitserk ha la sensibilità e la fragilità del padre, ma è debole e privo di carattere. Infine, Ivar, l’ultimo nato di Aslaug e Ragnar, con problemi ossei che lo rendono strpio per tutta la vita, ma gli infondono una rabbia e una ferocia che animano un’intelligenza brillante e visionaria. Viene cresciuto da Asalug e Floki nel culto degli antichi dei, come un vero vichingo e più di tutti gli altri è legato alla madre. Si tratta del personaggio che dopo Ragnar riesce a farci comprendere lo spirito norreno nella sua autenticità, anche quella più tenebrosa e feroce.

Sigurd, Ivar, Ubbe e Hvitserk figli di Ragnar e Aslaug

Dall’altra parte, quella sassone, due nuove figure ravvivano gli ultimi episodi delle serie e danno profondità e spessore all’analisi storica: Alfred il grande, re del Wessex, il figlio di Judith e Athelstan che riverbera nella sua personalità la libera passione sentimentale dei suoi genitori e la loro intelligenza empatica. Alfred guiderà il suo esercito con l’aiuto di Bjorn, Lagertha, Ubbe e Torvi, contro l’esercito di Harald arrivato per l’ennesima volta in Inghliterra per razziare. La battaglia è quella di Ashdown, nell’871 riportata storicamente. L’altro personaggio è il vescovo guerriero Heahmund, visionario e feroce, sedotto anche lui dalla bellezza di Lagertha, muore in battaglia, invocandola.

Per finire, una curiosità. Lo stratagemma con cui nella fiction Ragnar riesce a espugnare Parigi, storicamente è accertato che sia stato usato dai vichinghi per conquistare, nell’861, Luni, scambiata da loro per Roma, sia per le scarse conoscenze geografiche in loro possesso, forse anche per la bellezza e i palazzi di Luni ornati da marmi ricavati dalle montagne vicine. Chi era il capo vichingo che riuscì a ingannare tutti con quello stratagemma? Sembra proprio che si trattasse di Bjorn Ragnarson detto “la corazza”. 

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