Dandismo alcolico, ovvero non berremo mai come volete voi

“Dandismo alcolico” arriva da lontano, precisamente da 5 anni fa quando, dopo il successo di “Coktailsofia” e “L’arte di bere d’estate” mi posi il problema di continuare questo inedito e fortunato “ciclo alcolico”. L’idea di approcciare il mondo del vino era invitante, ma allo stesso modo, pur essendo un buon bevitore, mi rendevo conto di non avere abbastanza elementi per intraprendere un “viaggio” simile a quello dei due libri precedenti con la stessa leggerezza e brillantezza, trovandomi di fronte non a un’anedottica di un secolo come quella della mixology, ma di  più di due millenni, gravata da una cultura massiccia, regolare, disciplinari rigidissimi, una letteratura straripante. Il mondo del vino esige un grande impegno per essere affrontato, in qualsiasi modo lo si voglia affrontare. Le basi le ho costruite in due anni di corso da sommelier, faticoso, esigente, per quanto illuminante e divertente. Poi si è trattato di capire come scrivere un libro, con quale taglio, con che approccio.

Soldati, Veronelli e Monelli…

Anche in questo caso, se nella mixology sono rari i libri di divulgazione e di storia, a fronte di miriadi di manuali, per quello che riguarda il vino la situazione è ben diversa. A fianco di colonne di manuali e guide, esiste anche una vera e propria letteratura fondata in primis dalle pietre miliari dei libri di Soldati, Veronelli e Monelli e poi di seguito, decine di epigoni illustri, sommelier di prestigio, enologi di fama che a buon diritto si sono cimentati nella scrittura raccontando vini, regioni e territori del vino, storie, recensioni e così via. Non è stato per nulla facile trovare da scrivere qualcosa che fosse diverso da tutta questa letteratura del buon bere. Alla fine, la “falla” in questa “corazzata” l’ho trovata, anzi due. La prima consiste in una specie di “vizio di forma”: nessuno dopo i giganti citati prima, osa più affrontare il vino in prima persona, ma ha bisogno di un testimonial che valorizzi e certifichi la sua posizione, avvalorandola dall’alto del suo status. Quindi, si intervistano prestigiosi produttori del vino, rockstar, attori, giornalisti, per avere un sostegno culturale nel giudizio su questo e su quel prodotto. L’altra “falla” la rilevavo in molti altri testi, scritti da grandi sommelier, talmente bravi e talmente esperti, da scrivere testi difficilmente comprensibili ai più, ma soprattutto diretti sostanzialmente a interlocutori bravi e preparati come loro.

“Popsophia” e vino

La strada spregiudicata e un po’ folle che ho seguito è stata quella di affidarmi principalmente, al vino e alla letteratura, attribuendo oltre alla classica analisi sensoriale (vista, olfatto e gusto) anche la “memoria” come prerogativa stessa del vino, capace di attivare ricordi e sensazioni dimenticate e disperse nella nostra corteccia cerebrale.  A sostenermi oltre gli immancabili Soldati, Monelli e Veronelli, un’eterogena quantità di fonti da Parini a Gianni Brera, da Gozzano a Conte, da Game of Thrones a Casanova.

L’approccio è stato quello che caratterizza la “collana” del Melangolo, ovvero la filosofia “pop”. Con un accorgimento paradossale, laddove nella “popsophia” si rintracciano archetipi e miti classici nella cultura contemporanea, ho agito al contrario, utilizzando “classici” contemporanei (per il vino anche Parini è discretamente moderno) per disinnescare la severa muraglia di monumentale cultura che difende da sempre la cultura vinicola.

Il bello di essere dandy…

E poi ci sono i dandy. Del dandismo ho cercato la radice più vera di un fenomeno che si dipana per quasi un secolo da Byron a Wilde, passando per Baudelaire e Lord Brummel, su cui si è scritto il classico fiume d’inchiostro. Per farla breve, l’elemento che accomuna i vari dandies tra loro (il dandismo non è un movimento culturale come il romanticismo o il decadentismo per intenderci, nessun dandy intendeva essere dandy)è l’ostilità verso la cultura ottocentesca, quella della restaurazione e vittoriana (molti erano inglesi) e in particolar modo il culto del “tempo”, inteso come scansione temporale della giornata, e del denaro che ossessionava i “nuovi ricchi” di allora. La letteratura dell’epoca è piena di questa insofferenza nei confronti della velocità del tempo: dal Bianconiglio di Lewis Carroll, sempre di corsa con l’orologio in mano, al coccodrillo con la sveglia nella pancia nelle avventure di Peter Pan di Barrie.

In questo senso, dandismo e vino trovano un profondo rapporto simpatetico: il vino ha il suo tempo e nessuno può permettersi di sottrarglielo, la resistenza parte dalla maturazione dei grappoli sino alle complesse operazioni di vinificazione e invecchiamento imprescindibili da ogni pretesa di un mercato consumistico sempre più pressante e pretenzioso. Vino e dandy sono irriducibili alle leggi del marketing e della moda, alla grossolana volgarità dell’arricchito e del piccolo borghese, vivono il “loro” tempo e sono resistenti a ogni schema nonostante le sirene e le forzature del “mercato” ogni giorno, tendano trappole. Nel libro parlo di dandismo e vino, quindi, nelle accezioni più paradossali e estreme: si può essere cafoni bevendo vini pregiati e vestendo eleganti perché non basta essere ricchi per risolvere l’equazione del “dandismo alcolico”. Ci vuole intelligenza, voglia di sorridere e molto coraggio ricordandosi poi alla fine che solo un cretino può definirsi dandy, ma saper distinguere una bottiglia di vino da un’altra e saperla bere di conseguenza è la cosa più dandy che si possa fare.

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