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	<title>Giovanni Giaccone</title>
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	<description>Qualcosa su Giovanni</description>
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		<title>Il signore degli anelli</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 17:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei libri più fraintesi è “Il signore degli anelli”.  Ne ho parlato diffusamente nel blog ma mai affrontato frontalmente il ronanzo perché si tratta di qualcosa che poi sai che rileggendo avresti voluto scrivere qualcosa di diverso o di meglio.  Frainteso perché ne ho sempre sentito parlare anche da chi non l’ha letto con un tono tipo “Ah, Tolkien, no non leggo quella roba lì…” quasi si trattasse di un merito. Tutto perché, in modo forse anche più amplificato di quello che era la portata degli eventi, una certa destra degli anni ’70 si impossessò, declinandole a suo modo, delle linee narrative del romanzo e chiamò i propri raduni “Campi Hobbit” (in alcuni di questi avvenivano delle vere e proprie esercitazioni paramilitari, ma Tolkien non lo sapeva).<br />
Nell’Italia provinciale e ideologica di allora bastò a tacciare il libro “di destra”  e una certa propaganda “di destra” stralunata e grossolana aiutò.<br />
Il romanzo, ovviamente, con questa roba non c’entra nulla. Anzi.<br />
Cominciamo proprio da qui.<br />
Nel “SdA” non vi è alcuna forma di razzismo e neppure alcun accenno a forme di “superomismo” che pure si possono trovare nel genere fantasy che, questo è vero, parte pur sempre dal “SdA”.<br />
Nel romanzo sono esaltate le figure più deboli, quelle apparentemente meno significative nel contesto della storia che si racconta. Gli eroi tradiscono e i re vacillano mentre i piccoli hobbit poco inclini al combattimento, buffi e semplici, sono i protagonisti positivi aiutati da nani e donne. L’universalità dell’essere umano e la nobiltà dell’animo attraversano ogni essere, dice Tolkien, non esistono anormalità e il grande Aragorn afferma questo principio inginocchiandosi di fronte ai piccoli hobbit al termine della storia quando diventa re. Non esiste, tantomeno differenza di sesso; è la giovane principessa di Rohan Eowyn a uccidere il Nazgul, il potentissimo spettro al servizio di Sauron.<br />
La trama del “SdA” poi, ha una sua peculiarità. Tutto ruota intorno non al tentativo di conquista ma al paradossale impegno di “perdere” qualcosa.<br />
L’anello creato da Sauron per soggiogare magicamente tutti gli anelli che aveva forgiato e regalato a uomini, elfi e nani per blandirli e soggiogarli, è l’algebra del dominio.<br />
Si tratta di una delle più belle e filosoficamente azzeccate metafore del potere. Qualcosa che può scatenare eserciti ma che può incidere in pochi secondi nell’animo umano e nella vicenda di una singola persona, violentandola oscenamente, smascherando le più remote regioni dell’io sedotto dalla bramosia del possesso di quell’oggetto. “Il mio tesoro” ripete ossessivamente Smigol/Gollum devastato dal desiderio dell’anello, e anche il buon Bilbo manifesta il dissesto psicologico prodotto dalla lunga convivenza con l’amuleto. Un potere “irreale” astratto e concreto al tempo stesso. Quando il “SdA” venne pubblicato i critici videro in questo potere l’ideologia, il nazismo o il comunismo, lettura che Tolkien rigettò senza fornire però ulteriori spiegazioni. Più tardi ci fu chi vide nelle scene di guerra e battaglie i riflessi dei trascorsi di Tolkien nelle trincee della prima guerra mondiale. Non si può certo negare a priori che uno scrittore non riporti nel suo lavoro le sensazioni forti e violente del suo vissuto, ma riletto ancora dopo il “SdA” mostra di contenere un soffio di universalità che lo libera da una lettura strettamente storica. Il potere “virtuale” dell’anello non è sorprendentemente attuale nella finanza “selvaggia” di questi tempi? E le schiere dei guerrieri urukai diretti verso il fosso di Helm non richiamano l’omologazione violenta e la distruzione di tutto ciò che è “diverso” tipico della nostra modernità? Del resto, la lettura ecologica del “SdA” è palese. Il malvagio Saruman sedotto dal potere dell’anello per averlo troppo studiato trasforma Isengard, una delle più belle città della terra di mezzo, in una immensa fabbrica e l’Ent (il grande albero che salva la vita agli hobbit Merry e Pipino) dice che Saruman ha una mente di “ferro e ingranaggi” e decide di rivoltarsi quando vede gli alberi della sua foresta abbattuti dagli orchi che li usano per alimentare le fornaci di Isengard accese giorno e notte.<br />
La Contea, del resto, la terra degli Hobbit sembra la rielaborazione della “Felice Inghilterra” medievale precedente e opposta alle terre del nord (vittoriane) travolte dal potere delle macchine. Una cultura contadina a misura d’uomo, dove si lavora ma sono frequenti gli spazi per l’ozio e il divertimento.<br />
La vita è una lunga serie di passaggi e la morte è solo un altro stadio dell’esistenza dello spirito ma se nessuno può giudicare chi nasce chi no nessuno può decidere la morte di un altro. Gandalf risponde a Frodo con un tono lievemente irritato quando l’Hobbit gli chiede perché non uccidere Gollum, una creatura così spregevole. “Anche lui ha un ruolo in questa storia” dice e come si vedrà non è un ruolo da poco. Tutti i personaggi di questa immensa storia vivono una loro vicenda personale degna di essere conosciuta e ascoltata. Da Sam Baggins gregario di Frodo che non rinuncia a seguire e a rischiare la vita per l’amico anche quando questo lo accusa di tradimento a Arwen, la regina degli elfi che decide di raggiungere  Aragorn e di stare al suo fianco anche nel momento in cui tutto sembra precipitare. Infine Frodo l’hobbit scelto per essere il portatore dell’anello, una scelta di sottile intelligenza da parte di Gandalf, l’idea che sia un piccolo uomo e non un fiero condottiero il portatore dell’anello per attraversare più facilmente le linee nemiche e dare meno nell’occhio; un compito gravoso, oggi diremmo una missione “impossibile” senza possibilità di salvezza, quella di portare l’anello nel cuore del regno di Sauron, nelle viscere magmatiche del monte Fato, dove era stato forgiato, per distruggerlo. In questo percorso Frodo vive il doloroso paradosso di essere colui che possiede l’anello ma che non può trarne alcun vantaggio anzi, è costretto a soffrire per negarsi alle sue lusinghe, un dissidio interiore talmente violento che nonostante il suo successo lo segnerà profondamente.<br />
E dentro questo percorso che poi regge nella sua tensione narrativa tutta la struttura del romanzo che si trae la riflessione più acuta di Tolkien, un’analisi che appare una critica filosofica alla modernità concepita come “conquista del progresso”. La salvezza dice Tolkien sta non nel “conquistare” ma nel “perdere”, non nelle lusinghe del successo ma nella capacità di sapersi difendere da queste. Tra tutte le figure proposte dallo scrittore, tutte più o meno irrisolte e non compiute nel precario equilibrio del comprendere questo dissidio, emerge Tom Bombadil, un personaggio misterioso, allegro e divertente, il signore assoluto della foresta “Il signore non il padrone” come lui puntualizza, dove il male non può toccarlo. Non è attratto dall’anello e stranamente, non beneficia neppure dei suoi poteri. Quando gli viene chiesto chi sia risponde di esistere da prima di tutto, ma quando viene proposto di affidarlo a lui proprio per queste ragioni, Gandalf si oppone “Bombadil” dice “non è interessato a questo genere di cose e finirebbe per dimenticarlo e perderlo”. L’ennesimo paradosso, quello centrale nonostante la posizione defilata di Bombadil nella storia:  per potersi effettivamente liberare  dell’anello e del suo potere occorre necessariamente esserne attratti.  </p>
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		<title>Aforismario dei tempi peggiori</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un aforisma o aforismo è una breve frase che condensa, similmente alle antiche locuzioni latine, un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale. Sono noti in tempi moderni quelli di Oscar Wilde e karl Kraus. Il piacere nell&#8217;ascoltare o leggere un bell&#8217;aforisma sta nella capacità che ha questo per un secondo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un aforisma o aforismo  è una breve frase che condensa, similmente alle antiche locuzioni latine, un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale. Sono noti in tempi moderni quelli di Oscar Wilde e karl Kraus. Il piacere nell&#8217;ascoltare o leggere un bell&#8217;aforisma sta nella capacità che ha questo per un secondo di sollevarci dall&#8217;ordinarietà della vita quotidiana, di disvelarci attraverso un sapiente ordine nelle parole dette o scritte un&#8217;altra realtà oltre quella che stiamo vivendo. Come se la verità si rivelasse per un istante più chiara e intellegibile e le parole costrette alla grigia forma della prassi ordinaria si ribellassero e per magia ci costringessero a vedere l&#8217;Essenziale. Con l&#8217;avvento di Twitter lo stile di grandi scrittori, oltre a quelli citati ricordo Ennio Flaiano, Gesualdo Bufalino e lo spezzino Gino Patroni, è stato in qualche modo ripercorso dai tanti che costretti dalle 140 battute imposte dal social network hanno deciso di cimentarsi con successo. Di seguito oltre a quelli miei alcuni di quelli che mi sono particolarmente piaciuti firmati dai loro autori. Raccontano i nostri tempi con freschezza e lucidità (parlo di quelli degli altri, ovviamente) e dopo un po&#8217; risulta difficile farne a meno. Qui come dicevo alcuni, nel riquadro dedicato a twitter sulla mia home quelli twittati e ritwittati tutti i giorni&#8230;</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Le persiane per loro natura sono portate ad aprirsi verso l&#8217;esterno. Sono gli iraniani che non glielo permettono.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Stralcio conversazione Gabrielli/Alemanno: &#8220;Sindaco, risalga a bordo della slitta, cazzo”</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Qualche volta mi piace dare ragione agli altri non perché io non ne abbia, ma solo per il gusto di sapere come si sta ad avere torto.</p>
<p>lasoncini lasoncini</p>
<p>quandoerosindaco. quandoerosegretariodelpd. quandodissiche. veltroni sembra me, quandoeromagra</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Per amare il prossimo bisogna avere molto tempo libero.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Ieri tutti ammiragli della marina, da stasera tutti comandante Nobile disperso tra i ghiacci. Se sommersi da fiume di merda? Tutti stronzi?</p>
<p>@David_IsayBlog<br />
David Di Tivoli<br />
Quando ero piccolo volevo essere grande. Ora che sono grande voglio essere ubriaco.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Incendi, fatto. Alluvione, fatto. Terremoto, fatto. Qualcuno ha letto la Bibbia di recente? Non ricordo più a che punto siamo della trama.</p>
<p>AsinoMorto asino morto</p>
<p>Bisognerebbe sempre trovare il tempo per guardarsi dentro. Poco però, che se no è peggio.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>&#8220;volevo dire&#8221; la sottile arte di far intendere che avete ancora voglia di pensare a qualcosa&#8230;</p>
<p>spinozait Spinoza</p>
<p>Torino, nuovo crollo al liceo Darwin. Nessun ferito, grazie a Dio. [cani &#038; porci]</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Banditi gli &#8220;spaghetti allo scoglio&#8221; dal menù delle navi Costa.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Concorde&#8230; Concordia&#8230; Se c&#8217;è qualcosa in terra che ha questo nome io consiglierei di evacuare senza indugi.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Un genovese era sulla Costa Concordia per festeggiare di essere sopravvissuto all&#8217;alluvione di novembre&#8230; Prossima destinazione, please?&#8230;</p>
<p>twitstupidario Twitstupidario</p>
<p>Il Pentagono ha annunciato tagli. Diventerà un quadrato.</p>
<p>ConradGoldsmith Conrad Goldsmith ♔</p>
<p>Quando pensi che a nessuno importa se sei vivo, prova a non pagare per due mesi la rata della macchina.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Dopo il caso Cortina i film dei Vanzina devono essere considerati nel neorealismo?</p>
<p>insopportabile insopportabile</p>
<p>Abbandonare l&#8217;euro per tornare alla moneta che ci ha dato più soddisfazione: il sesterzo.</p>
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		<title>Il Titanic (oggi)</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 17:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; Si costruisce un albergo di quarantacinquemila tonnellate fatto di sottili lamine d&#8217;acciaio, per assicurarsi il patrocinio di un migliaio di nababbi (&#8230;) Lo si decora in stile faraonico per soddisfare il suddetto manipolo che hanno più soldi che idee su come spenderlo e con il plauso dei due continenti si lancia quella massa in mare. (&#8230;) Da parte mia sarei più pronto a credere in una nave inaffondabile di tre mila tonnellate che in una di quarantamila. Non si puà aumentare lo spessore di lamine e travi all&#8217;infinito. (&#8230;) Se quella sventurata nave fosse stata un centinaio di piedi più corta sarebbe scampata al pericolo. ma in quel caso, forse, non avrebbe avuto una piscina o un café francese.<br />
Tutti quelli che si trovavano a bordo vivevano in un falso senso di sicurezza (&#8230;). Gli unici requisiti (per la sicurezza) sono la maneggevolezza e il numero delle persone a bordo. E&#8217; da qui che scaturisce la sicurezza. Ma con la moderna e sciocca fiducia nei materiali e con questi alberghi galleggianti, ciò è diventato impossibile. Un uomo può fare del suo meglio, ma non può riuscire in un compito che per avidità o, più probabilmente per mera stupidità è stato reso troppo grande per le forze di chiunque.<br />
A quanto pare esiste un punto in cui lo sviluppo smette di essere un vero progresso &#8211; nel commercio, nello sport, nella mirabile opera delle mani dell&#8217;uomo, come pure nelle sue esigenze, ambizioni, aspirazioni di ordine morale e mentale. Esiste un punto in cui il progresso, per essere un vero avanzamento, deve variare leggermente la sua linea di direzione.&#8221;<br />
&#8220;Il Titanic&#8221; Joseph Conrad<br />
P.s.<br />
Parole che sembrano scritte da un commentatore su un giornale di stamane. Parole su cui non si è riflettuto abbastanza&#8230; <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/515owJy7ooQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Gli scomparsi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 18:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si avvicina il 27 gennaio, la cosiddetta &#8220;Giornata della memoria&#8221;. Da tempo sono piuttosto critico con l&#8217;utilità di questa commemorazione che sembra avere solo lo scopo di anestetizzare l&#8217;opinione pubblica &#8220;spettacolarizzando&#8221; la tragedia e creando distorsioni percettive tra ciò che non deve ripetersi più e non si ripeterà salvo una delle più abnormi coincidenze della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicina il 27 gennaio, la cosiddetta &#8220;Giornata della memoria&#8221;. Da tempo sono piuttosto critico con l&#8217;utilità di questa commemorazione che sembra avere solo lo scopo di anestetizzare l&#8217;opinione pubblica &#8220;spettacolarizzando&#8221; la tragedia e creando distorsioni percettive tra ciò che non deve ripetersi più e non si ripeterà salvo una delle più abnormi coincidenze della storia e ciò che drammaticamente accade ora, tra Africa, sud America e Asia (con crescenti fenomeni di razzismo anche in Europa anche organizzato in partiti politici) senza che ci sia un minimo sforzo da parte dell&#8217;opinione pubblica, della politica e del mondo intellettuale di cogliere nessi nelle dinamiche sociali, culturali e economiche che portarono alla catastrofe di allora e quelle attuali. Propongo la lettura di un&#8217;intervista che qualche anno fa Alessando Piperno realizzò con DANIEL MENDELSOHN l&#8217;autore del romanzo &#8220;Gli scomparsi&#8221; uno dei più bei libri che trattano l&#8217;argomento della shoah.</p>
<p>Dopo Auschwitz c&#8217;è solo la Bibbia<br />
«L&#8217;arte non si è esaurita con la Shoah ma deve ispirarsi ai grandi modelli: le storie che parlano di Noè e Diluvio, di Caino e Abele, della moglie di Lot»<br />
colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN<br />
Sono di fronte alla porta dell&#8217;appartamento di Daniel Mendelsohn nell&#8217;Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorchese. Non lontano da qui c&#8217;è Barney Greengrass, la «Deli» dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli scomparsi (Neri Pozza).<br />
«Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere». Ecco l&#8217;incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della sua somiglianza con lo zio Shmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi né in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli scomparsi non è che il tentativo di spezzare l&#8217;assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn — talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista — ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.<br />
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi d&#8217;un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un&#8217;esperienza che conosce dall&#8217;interno.<br />
Non hai l&#8217;impressione che loro siano morti e che noi ci prendiamo il merito?<br />
«Sai, in letteratura un argomento vale l&#8217;altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D&#8217;altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull&#8217;Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un&#8217;impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell&#8217;Olocausto».<br />
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una «triviale generalizzazione». E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall&#8217;ossessione. «Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull&#8217;argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall&#8217;Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema».<br />
La gelida perentorietà con cui parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli scomparsi è l&#8217;assenza di patetismo e la cura maniacale per i dettagli.<br />
Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah.<br />
Gli chiedo se lo conosce: «Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall&#8217;approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami le Grandi Domande. Ma non per questo Gli scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Oprah (da Oprah Winfrey la più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, eppoi si sente migliore. Al museo dell&#8217;Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli su cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un&#8217;insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: &#8220;Ora ho capito cosa è successo agli ebrei&#8221;. È disgustoso. D&#8217;altra parte perché stupirsi? L&#8217;Olocausto non è un&#8217;esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano».<br />
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio.<br />
«Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l&#8217;interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L&#8217;arte impone l&#8217;estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati».<br />
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l&#8217;estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L&#8217;estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.<br />
«Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l&#8217;artificiosità dell&#8217;impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: &#8220;Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?&#8221;. E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che la poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l&#8217;arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l&#8217;inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significa ammazzare un fratello? Per questo c&#8217;è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione».<br />
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L&#8217;ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.<br />
«Non amo il prefisso &#8220;post&#8221;. Non sono una post-persona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D&#8217;altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l&#8217;intricatezza della prosa è un riflesso dell&#8217;ossessione per l&#8217;oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodoto. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro».<br />
Un mio amico francese un po&#8217; troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un&#8217;autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l&#8217;autobiografia, la finzione. Non c&#8217;è stato verso. «Avrei trovato ripugnante e ridicola l&#8217;idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d&#8217;accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un&#8217;esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell&#8217;Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che uno corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti mémoires americani. Ce l&#8217;ho messa tutta affinché il racconto di zio Shmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c&#8217;è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell&#8217;immaginazione. Sono affascinato dall&#8217;ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c&#8217;è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D&#8217;altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l&#8217;arte da tutto il resto».</p>
<p>Martedì 26 Febbraio 2008 </p>
<p>p.s. il trailer del film &#8220;La chiave di Sara&#8221; sembra seguire una giusta direzione sulla consapevolezza che dovremmo avere tutti</p>
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		<title>Buena vista &#8220;social tv&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 16:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa significa oggi fare giornalismo ai tempi di facebook e twitter e quanto influiranno i social network su un mestiere che con l’avvento della tv prima e di internet dopo ha subito radicali trasformazioni?<br />
Partiamo dall’inizio, l’Inghilterra della prima rivoluzione industriale, ai tempi di Charles Dickens, uno dei più grandi precursori della professione più o meno come la conosciamo noi, nel suo “Viaggio in Italia” disse dei genovesi: “gente che ride poco e si chiamano tutti Baciccia”. Una riflessione che sarebbe stato un bellissimo tweet e uno stato di fb degno di parecchi “I like it”.  Poche parole per dire che i primi quotidiani si chiamavano “Observer” e “Guardian” e si prefiggevano lo scopo di raccontare la realtà da parte di spiriti estrosi e decisamente flaneur, poco propensi a lavorare ma curiosissimi di quello che vedevano, pronti a folgorarlo con battute pungenti. Due secoli di giornalismo sono difficilmente sintetizzabili in un post, ma quando si comprese che l’attività di quei simpatici istrioni poteva avere un ruolo sociale influente e redditizio sia dal punto di vista economico che politico le cose cambiarono parecchio. Due note tanto per rendere l’idea: i fili del telegrafo tra Francia e Gran Bretagna furono tirati perchè in continente arrivassero puntuali le cronache su Jack lo squartatore e circa cento anni dopo due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein costrinsero alle dimissioni con le loro rivelazioni il più potente uomo del mondo, il presidente degli Stati Uniti.<br />
Poi la storia la conoscete tutti, la tv, lo sbarco sulla luna, Peter Arnett,  la CNN, Al Jazeera, i satelliti e il digitale terrestre con una proposta infinita di canali e di informazione.<br />
Eppure in tutta questa esplosione di geometrica potenza è sempre più netta la sensazione che quell’inizio, quegl’importuni gentleman che ponevano domande imbarazzanti e sbeffeggiavano sui loro fogli con beffarde battute e articoli taglienti i prepotenti di turno e gli ipocriti costumi di allora siano ancora oggi ciò a cui dobbiamo guardare quando pensiamo al giornalismo e che il loro spirito, libero ovviamente, in fondo in fondo, alberga in ciascuno di noi.<br />
Lo penso quando leggo formidabili tweet, oppure pagine colte e brillanti di blogger sconosciuti o ancora nei fantasiosi mix di parole e immagini che offre la combinazione tecnologica di facebook. Nonostante la terribile omologazione dell’epoca in cui viviamo la tecnologia, di per sé violenta e distruttiva ma con il limite di essere ignara di sé, ci ha posto la condizione di usare lo spazio virtuale della rete per l’antico mestiere di essere originali ed eccentrici, arguti e dispettosi, pigri e simpatici. Tanti piccoli Dickens, osservatori e curiosi, giornalisti appunto, come in quei tempi lontani.   </p>
<p>P.S. Comincia su Primocanale condotta  dal collega Giuseppe Sciortino e dal sottoscritto la trasmissione “Social Tv” dalle 19.45 alle 20.45 con l’intento di incrociare le nuove forme di scrittura e comunicazione su Twitter e Facebook con la tv. Dateci un occhio….http://www.facebook.com/primocanale?sk=app_4949752878<br />
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://www.giovannigiaccone.it/archives/1234"><img src="http://img.youtube.com/vi/MevrQ-X19Cw/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Negroni</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 18:22:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul “Negroni” è interessante soffermarsi già partendo dal nome. Il cocktail prende questo nome dall’usanza del conte di Negroni di far correggere dal barman il classico “Americano” con del gin. Poi la frase “Un Americano come quello del conte Negroni” arrivò alla massima sintesi possibile, ed ecco il “Negroni”. Formula base: 1/3 vermouth, 1/3 carpano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul “Negroni” è interessante soffermarsi già partendo dal nome. Il cocktail  prende questo nome dall’usanza del conte di Negroni di far correggere dal barman il classico “Americano” con del gin. Poi la frase “Un Americano come quello del conte Negroni” arrivò alla massima sintesi possibile, ed ecco il “Negroni”. Formula base: 1/3 vermouth, 1/3 carpano, 1/3 gin, ma con il tempo il carpano e il gin sono cresciuti proporzionalmente nella dose. Va servito in un tumbler con ghiaccio e una fetta d’arancia. Sin qui l’accademia, ma non è il punto. Il “Negroni” è un cocktail invernale, si abbina bene alle giornate fredde e alle ore serali. Si fa bere bene in compagnia e in genere, e se quest’ultima non è proprio scadente, si finisce sempre con il berne almeno due. Ma il “Negroni” è ancora di più che un ottimo agente per sciogliere giornate sacrificate alla nevrosi del lavoro, è anche un’ottima finestra per un’altra dimensione. Non particolarmente lontana e neppure difficilmente raggiungibile ma pur sempre altra e senza un buon “Negroni” difficilmente raggiungibile.<br />
Intanto, guardatelo bene quando ve lo portano al tavolo. Il “Negroni” va vissuto prima, è essenziale. Il rosso fiammante è quello di un demone un po’ blasé come quei diavoli rossi, con il pizzetto,  i baffi all’insù e il forcone, dall’aria un po’ gay, che popolavano le reclamè dei primi del novecento accompagnati da diavolesse scosciate  che ammiccavano a distinti signori in cilindro e frac  in visibilio per le porzioni di carne scoperta. Mescolatelo. Il ghiaccio produce un tintinnio sordo sulle pareti del tumbler e il profumo intenso del cocktail solletica il vostro olfatto. Fermatevi qui, per il momento. Come tutti gli inferni, più o meno personali, più o meno pericolosi della vita, il meglio lo danno nei preliminari. Gustate questo momento perché se cogliete l’attimo il più è fatto. L’ascensore per l‘inferno è preso. Un diavolo rosso vi accompagnerà al piano e le porte si apriranno in uno spazio di conturbanti promesse e seducenti inganni. Tutto è più semplice, lineare se non brillante. Spumeggiante.  Ora ne avete bevuto metà. Vi sentite più tranquillo e sciolto, i concetti arrivano veloci alle sinapsi stressate della vostra materia grigia, la spiegazione dei misteri più oscuri dell’universo è a un passo. Vi spiegate e tutti comprendono, la prima volta in tutta la giornata. State parlando in aramaico. E’ un classico. Succede sempre. La cameriera vi osserva, è pazza di voi. Vi vuole, ORA! Manca un sorso. Fermi. Godetevela ora. Non saprete mai più l’aramaico così bene e difficilmente la cameriera vi desidererà così tanto.  A questo punto si commette l’errore di bere l’ultimo goccio per farsi coraggio: spiegare l’origine dell’universo in aramaico non è una cazzata e la cameriera sembra una tipa tosta. Comprensibile. Il “Negroni” lo sa e vi suggerisce la frase magica : “Un altro”. Adesso dipende da voi. Con “Un altro” parlerete correntemente sanscrito e babilonese e sarete considerato un genio sessualmente irresistibile da tutto il locale, ma sotto di voi si cominceranno ad aprire  voragini di  feroci emicranie e maelstrom indicibili nel vostro letto . C’è anche chi è andato ben oltre le soglie degli inferi accompagnato da molti “altri” Negroni. Di loro non so. So che l’ultima essenza del “Negroni” la vedrete dopo un po’,  sotto un cielo nero e stellato, uscire come una nuvoletta dalla vostra bocca  mentre voi seduti sui gradini di un portone smaltendo l’aramaico e la “cotta” per la cameriera aspettate che vi portino su, con l’ascensore.<br />
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		<title>Il trono di spade</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 21:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono molti pregiudizi verso la letteratura fantasy, e non sta certo a me in queste poche righe cercare di confutarli però, se in queste sere non rispondo al telefono oppure sto correndo velocemente verso casa e non vi offro neanche un bicchiere, sappiate che mi sto precipitando a vedere in tv “Il trono di spade”.<br />
Si tratta della versione televisiva delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” di George R. R. Martin, una saga che riconcilia con la lettura e la riporta alla dimensione originaria della favola intesa come fascinazione del puro racconto, di una trama che non si estingue mai, in perenne rigenerazione.<br />
Il paragone corre obbligatoriamente al “Signore degli anelli” che resta il punto di riferimento più preciso per tutto il fantasy, simili sono la creazione di una realtà parallela geograficamente determinata e storicamente immaginata in un alto medioevo  nella convivenza consapevole dell’umanità con elementi magici e soprannaturali. Ma se il “Signore degli Anelli” attinge da cosmogonie pagane e s’impegna in una narrazione dove sono forti gli elementi e i paradossi del cristianesimo, le “Cronache del ghiaccio e del fuoco” puntano dritto alla letteratura politica, con l’analisi e la cura con cui il mondo cinquecentesco accolse “Il principe” di Niccolò Macchiavelli.<br />
Se Tolkien poeticamente rappresenta la lotta dello spirito umano nei confronti del potere, dell’anello, attraversando la narrazione con la necessità di indicare la catarsi necessaria per essere liberarsene, Martin  affronta lo stesso problema da una prospettiva più all’altezza del personaggio e necessariamente, più prosaica. Il trono di spade, in questo caso il simbolo del potere, non ha alcuna valenza magica, rappresenta il dominio, ed è fatto materialmente dell’acciaio fuso di tutte le spade dei re e dei cavalieri che sono stati sottomessi. Nei sette regni dominati dal trono di spade il “potere” è il padrone incontrastato delle storie. Se qualcuno immagina una narrazione facile, una storia semplice dove i buoni e i cattivi sono contrapposti e i primi l’avranno sempre vinta sui secondi ebbene si avvia verso grandi delusioni. Con precisione minuziosa Martin avverte che il lieto fine non esiste e essere eroi buoni e coraggiosi non basta praticamente mai per tenere la testa attaccata  al collo. Nei sette regni si muore facilmente, la decapitazione è la forma più comune ma l’avvelenamento, lo sgozzamento, la fine in battaglia, arso vivo restano alternative assai probabili. L’autore, crudelmente, ci fa simpatizzare per un personaggio e poi ce lo ammazza sotto i nostri occhi increduli. Il desiderio del potere e della vendetta attraversano quei luoghi dove ogni abominio e’ possibile e in poco tempo ci si accorge che i cattivi saranno pure antipatici ma rispetto ai buoni hanno sempre migliori chance. Il male trionfa e il racconto avvince seguendo le storie personali di miriadi di personaggi, sfortunate principesse costrette ad assistere alla decapitazione del padre o nobili cavalieri alla ricerca del loro onore e di una rivincita, non manca nulla per comprendere che poi alla fine il travaglio  è  il nostro, sempre alla ricerca di una ragione sfuggente per dare un senso all’accadere tumultoso della vita intorno a noi, un caos informe e ostile che ci tiranneggia e se poi i manager di oggi vengono definiti “tagliatori di teste” certi accostamenti diventano anche più credibili. E poi c’è la barriera. Una specie di vallo di Adriano a nord dei sette regni custodito dai guardiani della notte, un ordine monastico cavalleresco, che protegge lo statu quo (?) dei sette regni dal pericolo che si trova oltre, dove bruti, giganti e misteriose creature chiamate “estranei” più simili a zombie che a esseri umani rendono assai minaccioso l’orizzonte. I costumi sono assai liberi e donne e uomini soddisfano i loro desideri sessuali con partecipazione e assiduità. Il rischio di essere stuprati da un intero esercito di metamorfi è comunque dietro l’angolo, e il troppo ovviamente, stroppia. Innamorarsi è, invece, pericoloso. Vuoi perché la testa dell’amato rischia di finire in poco tempo conficcata su una picca in bella vista all’entrata di un castello, vuoi perché la delusione può arrivare sotto la forma di un valoroso cavaliere innamorato però del suo scudiero oppure di una splendida cortigiana tanto perversa sotto le lenzuola quanto veloce a tradire per un po’ d’argento in più. Non ci si annoia nei sette regni ma non solo per questa ragione si dorme poco. Non manca la poesia e il respiro profondo di una narrazione avvolgente e calda e nonostante tutto, non mi dispiacerebbe  certe sere essere nella fortezza di Grande Inverno, sulla torre di avvistamento a scrutare l’orizzonte imbiancato di neve, sorseggiando una coppa di vino speziato e accarezzando il mio fedele meta-lupo.  </p>
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		<title>I&#8217;m your man</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2011 20:40:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[insostenbile pesantezza del sublime]]></category>
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		<description><![CDATA[Tentare un azzardo e trovare analogie tra Leonard Cohen e Paolo Conte è un gioco partorito da questa pigra domenica in attesa dell’ennesimo temporale. A parte il nome, assonante, l’età, ambedue del trenta e rotti, entrambi poeti più che cantanti ma con una splendida voce, a parte che è stato De Andrè che in Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tentare un azzardo e trovare analogie tra Leonard Cohen e Paolo Conte è un gioco partorito da questa pigra domenica in attesa dell’ennesimo temporale. A parte il nome, assonante, l’età, ambedue del trenta e rotti, entrambi poeti più che cantanti ma con una splendida voce, a parte che è stato De Andrè che in Italia per un certo periodo ha trovato più punti di contatto con Cohen,  a parte questo mi sembrano  interessanti i luoghi mentali, gli spazi immaginari dove si spingono e ci portano con le loro canzoni.  Non sto a farvi la pippa di tutte le loro storie, sarebbe lunga e verrebbe male, consiglio fortemente di ascoltarli con un mezzo sigaro acceso in mano, ma anche se si spegna fa niente, un rhum agricolo dall’altra che annebbi un po’ la vista e le banalissime frequenze mentali che, almeno io voi magari no, siamo costretti a ricevere e seduti su una poltrona stazzonata ma calda e comoda, lasciatevi andare. Ora, non è che possiamo fuggire da quella porcheria di realtà che, almeno io voi magari no, agiamo e viviamo, ma l’invito a riflettere è se le parole, le melodie e le atmosfere indicate dai due non possano essere una possibile chance di una realtà non immaginaria, ma che, semplicemente, a me a voi magari no, è sfuggita sotto gli occhi.<br />
Certo le atmosfere hooperiane di Cohen c’entrano poco in senso fisico-geografico con le osterie e le tabaccherie di Conte ma a ben vedere è tutta una questione di spazi fisici non  mentali e di analogie se ne possono trovare parecchie.  Entrambi raccontano di fughe grottesche, disadattamenti vari, tragedie più o meno ridicole non di ribelli rivoluzionari ma di gente comune, “sfigati” come la parola nella sua area semantica in vertiginosa espansione ne sta includendo a migliaia in queste precise ore, non so voi ma a me sì. E allora? Il “default” non è la cifra di un fallimento personale ma di un fallimento “fattuale” di interi stili di vita, concezioni metafilosfiche che per anni abbiamo assimilato, distruggendo con il napalm del nostro personal-nichilismo ciò che non solo si opponeva ma obiettava a quella che ritenevamo essere la rappresentazione più valida della realtà così come ci veniva imposta e con sottile piacere sadomasochista accettavamo. E così ci siamo persi le bajadere, le Suzanne, le orchestrine, le signore melanconiche in attesa alla stazione,  le stazioni di periferia e i distributori di benzina aperti di notte li abbiamo visti di sfuggita senza mai fermarci. Ma ora è arrivato il momento. La realtà ci sta crollando sotto i nostri occhi ma siamo ancora in tempo. Nessuna fuga esotica.  Si tratta di fare il passo. Quando volete. Osservate il cielo che promette pioggia sopra di voi,  ascoltate la musica che proviene da una finestra, sorridete alla vecchietta che vi passa accanto e offritevi un bicchiere di vino (“quello buono” chiedetelo proprio così) alla prima trattoria aperta che incontrate. Sedetevi, chiudete gli occhi e ripetete il mantra “I’m your man”    <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/tKjSr1zOTq0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>I greci lo sapevano&#8230; Sull&#8217;alluvione del 4/11</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 19:02:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I greci lo sapevano. Assistere a una tragedia benchè fossero in un teatro, non era come andare a vedere una commedia con Marco Columbro, si trattava di un esercizio spirituale a tutti gli effetti. Le storie di Oreste, Antigone, Clitemnestra e Edipo non erano a distanze siderali dalla loro esistenza pur essendo miti, erano vicende [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I greci lo sapevano. Assistere a una tragedia benchè fossero in un teatro, non era come andare a vedere una commedia con Marco Columbro, si trattava di un esercizio spirituale a tutti gli effetti. Le storie di Oreste, Antigone, Clitemnestra e Edipo non erano a distanze siderali dalla loro esistenza pur essendo miti, erano vicende con cui era fondamentale confrontarsi per comprendere meglio la misura dell’umano, le dinamiche che s’innescavano quando ci si trovava costretti a confrontarsi in condizioni estreme con avvenimenti che  mettevano alla prova le dinamiche interne dell’individuo, episodi violenti e crudeli,  spesso prodotti da divinità dispettose, che insidiavano l’equilibrio della persona, irrompevano e rovesciano la linearità e la quotidianità delle cose umane. Tragedie, appunto. E i greci lo sapevano, che la tragedia era dietro l’angolo, collettiva e personale, irrompeva sulla scena, improvvisa e inaspettata e sulla scena i protagonisti la rivivevano come dall’inizio dei tempi con la stessa violenza, follia e disperata umanità. I greci lo sapevano che poteva accadere e si preparavano. Scrutavano i personaggi, li studiavano minuziosamente, ascoltavano le loro parole, ponevano delle domande. Come può una donna divorare i suoi figli? Perché un uomo può arrivare al punto di uccidere sua madre? Perché una sorella decide di rischiare la sua stessa vita per una degna sepoltura del fratello? Cosa è giusto?  Come l’animo umano si comporta di fronte alla sua stessa crudeltà ai suoi stessi errori? Perché gli uomini possono commettere tali empietà? I greci lo sapevano, che la tragedia è un avvenimento improvviso a cui bisogna preparare lo spirito perché è immanente e eterna, è una rivolta della realtà che oltre a distruggerci materialmente irrompe nera nella nostra stessa vita, trascinandola via. I greci sapevano e seppur con timore guardavano e riflettevano su Medea e gli altri, ne esorcizzavano i comportamenti perché sapevano che pur essendo estremi li riguardavano da vicino.<br />
I greci lo sapevano, e ogni volta che assistevano a una tragedia lo facevano insieme per esorcizzarla collettivamente. I greci lo sapevano, noi a quanto pare, non più. La tragedia è stata rimossa e quando accade come è successo a Genova, ci ritroviamo spauriti alla ricerca impazzita e impotente di verità, negando evidenze e nascondendoci dietro le parole grigie e violente del non-essere della burocrazia politica, lo spettro lontano della coscienza della polis, la consapevolezza della comunità  luogo laico e spirituale nello stesso tempo. La tragedia non esiste più e la colpa è rimossa perché non esiste, ma se si negano le evidenze allora non ha più senso nulla e la “realtà” è relativa e non ha più significato. La comunità deve dare un senso alle cose che accadono nel bene e nel male e tentativamente dare un ordine alla realtà. La politica dovrebbe avere questo compito e non allontanarsi dalla verità per non mettere a repentaglio l’algebra astratto di quella piccola porzione di potere che si illude di aver conquistato. I greci insegnavano che i re e le regine erano prima di tutto uomini e donne, come tutti gli altri e che tutti dovevano mettersi in gioco davanti al destino offrendo in sacrificio anche  la propria vita per salvare sé e la comunità dai vortici oscuri della tragedia con cui non si poteva barare. In questo caso i demoni, proprio così evocati, avrebbero perseguitato in eterno il reo che con la sua stessa colpa alimentava la malvagità e la forza delle Erinni. Erano gli eroi sconosciuti allora, che salvavano dalla rovina la comunità, eroi capaci di mutare la catastrofe in redenzione di provocare la catarsi della tragedia con il loro sacrificio e il loro esempio. La comunità si riconosceva in loro e da un semplice gesto o da un sacrificio eroico traeva la linfa per una nuova forza, per un nuovo linguaggio per la rigenerazione della stessa vita. Si riparte dai gesti, dal sacrificio del volontario Sandro Usai, dal vigile urbano con l’acqua sino alla cintola impegnato a sorreggere un anziano in difficoltà, al vigile del fuoco stravolto dalla fatica che continua perché sa che nessuno verrà a dargli il cambio,  ai tantissimi che si sono riversati per strada per offrire semplicemente il loro aiuto. La tragedia evoca le Erinni se la rinneghi ma queste diventano Benevole, spiriti benigni, se la realtà viene accettata  e tutti hanno più forza e coraggio per affrontare ciò che accade nella vita. C’è una sola politica possibile e non può che partire da qui. I greci lo sapevano, anche questo, noi cerchiamo nuovamente di impararlo. </p>
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		<title>Cinque Terre: L&#8217;avviso che dobbiamo cambiare</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 18:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Pubblico questa intervista del Manifesto a Maurizio Maggiani sui drammatici avvenimenti delle Cinque Terre perchè riassume anche tante parole di quello che ho sentito dire dalle persone intervistate in questi giorni e io non saprei dirlo meglio) Troppo turismo, zero tutela&#8221; &#8211; intervista a Maurizio Maggiani. pubblicata da Loris Viari il giorno giovedì 27 ottobre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(Pubblico questa intervista del Manifesto a Maurizio Maggiani sui drammatici avvenimenti delle Cinque Terre perchè riassume anche tante parole di quello che ho sentito dire dalle persone intervistate in questi giorni e io non saprei dirlo meglio)</p>
<p>Troppo turismo, zero tutela&#8221; &#8211; intervista a Maurizio Maggiani.</p>
<p>pubblicata da Loris Viari il giorno giovedì 27 ottobre 2011 alle ore 15.00<br />
.</p>
<p>fonte &#8220;il Manifesto&#8221; </p>
<p>«Cosa provo? Niente. Ho già provato tutto due anni fa, ho provato tutto tre anni fa, cinque anni fa, sei anni fa, sette anni fa, otto anni fa. D&#8217;accordo? Adesso non provo più niente. Oggi c&#8217;è qualche morto in più, già c&#8217;è qualche morto in più e allora sì, provo qualcosa di intensamente particolare per quei morti in più». Lo senti da come ne parla che Maurizio Maggiani la Liguria la porta nel cuore. Scrittore e giornalista, è nato 60 anni fa a Castelnuovo di Magra, in provincia di La Spezia, e le scene di questi giorni le ha già viste altre volte. Troppe volte, al punto che, dice, ormai non prova più niente.</p>
<p>Maggiani neanche un po&#8217; di indignazione o di rabbia?</p>
<p>L&#8217;indignazione è gratis, guardi, lasciamola perdere. Le racconto una cosa: stamattina mi ha chiamato un giornale per chiedermi un&#8217;intervista su quanto sta accadendo. Il giornalista mi ha detto: &#8216;Guardi ci ha rilasciato un&#8217;intervista l&#8217;anno scorso sullo stesso tema, ne possiamo fare un&#8217;altra?&#8217; Gli ho detto di no: se volete ripubblicate quella. Mi ha risposto: &#8216;Ha ragione, lo sa che va benissimo?&#8217; Allora, ci si vuole indignare ancora?</p>
<p>Sta dicendo che la storia si ripete e le cause si conoscono.</p>
<p>Ma certo che le cause si conoscono. Qui la gente pensa di poter vivere gratis, ma non è così.</p>
<p>Cosa intende?</p>
<p>Prendiamo le Cinque Terre: sono quello che sono perché nel corso degli ultimi 500-600 anni si è costruito un miracoloso equilibrio tra lavoro e territorio. Un lavoro straordinariamente pesante. Fare un quintale di vino qui costa la stessa fatica che farne cento in Romagna. Perché è il posto meno adatto al mondo per il lavoro agricolo. Negli ultimi 30 anni è nata l&#8217;industria turistica delle Cinque Terre in forma massiva. Si è scelto scentemente di arraffare più milioni possibili costruendo un turismo mordi e fuggi che porta ogni anno milioni di presenze nel punto più delicato del territorio italiano, in un&#8217;estensione che è paragonabile alla Garbatella. Allora chiedo: quanto di quelle decine, centinaia di milioni guadagnati con il turismo, tutti soldi esentasse, perché lì c&#8217;è un&#8217;evasione che oscilla tra il 50 e il 70%, quanti di quei soldi portati via spolpando il territorio sono stati reinvestiti in tutela del territorio? Andate a vedere lungo la Magra, come faccio io, e poi mi dite.</p>
<p>Cosa c&#8217;è?</p>
<p>Glielo dico io: l&#8217;agricoltura è stata largamente abbandonata. Sono pochi quelli che rimangono lì a lavorare la terra perché si fanno un culo così. La manutenzione delle Cinque Terre è minuto per minuto. Se stai un mese fermo l&#8217;equilibrio già comincia a rompersi. Ma voglio chiederle una cosa: secondo lei c&#8217;è una qualche possibile relazione tra quanto è successo e il fatto che il vertice del parco delle Cinque Terre sia finito in galera? La mia è una domanda.</p>
<p>E la risposta qual è?</p>
<p>La darà il lettore o la magistratura. Io so che il parco delle Cinque Terre è portato in palmo di mano da tutti i politici come sistema straordinariamente efficace di mettere insieme tutela ambientale e affari.</p>
<p>Sì ma 30 anni fa quegli stessi paesi che sono allagati rischiavano di restare vuoti perché la gente emigrava. E l&#8217;abbandono che lei denuncia ci sarebbe stato lo stesso.</p>
<p>Ma certo, ma io non ho niente contro il turismo nelle Cinque Terre ma c&#8217;è turismo e turismo. Non ho niente contro gli abitanti delle Cinque Terre, ovvio che se lasci una vita da fame e vedi la possibilità di star bene vai a star bene. E non è detto che tu debba avere gli strumenti culturali per capire cosa è bene fare, giusto? Però ci sono gli organi preposti a farti capire le cose o no?</p>
<p>La responsabilità quindi è come al solito delle istituzioni?</p>
<p>Ma a cosa servono se non a questo? Le istituzioni territoriali, la politica territoriale, non dovrebbero servire a questo?</p>
<p>E qui tocchiamo un tasto dolente: la regione Liguria da sempre è in mano alla sinistra, ulteriore dimostrazione di come la cultura del cemento non sia un patrimonio esclusivo della destra.</p>
<p>Ma ci mancherebbe altro. Intervistate Ferruccio Sansa che su questo ha scritto libri straordinari. Va bene il turismo, ma c&#8217;è modo e modo. C&#8217;è un modo che ti fa guadagnare tantissimo e subito e un modo che ti fa guadagnare di meno nel tempo. Io ci metto la mano sul fuoco: in una generazione le Cinque Terre sprofondano.</p>
<p>Nel senso che la generazione precedente ha approfittato della situazione?</p>
<p>C&#8217;è una generazione che si è consumata fino all&#8217;osso un territorio che ci ha messo alcuni milioni di anni a conformarsi e alcuni secoli per diventare quello che è.</p>
<p>E non lascerà niente in eredità?</p>
<p>Un po&#8217; di milioni e di case ai figli, ma niente dal punto di vista del territorio.</p>
<p>Come se ne esce?</p>
<p>Io ce l&#8217;ho una proposta. Se ne esce con Fanfani, se lo ricorda? Negli anni 50 lanciò una campagna di opere in tutta Italia per il ripristino del territorio mandando a progetto, come si direbbe oggi, decine di migliaia di giovani ovunque. In Romagna addirittura lavorarono ai ripristini delle bonifiche, alle trebbiature, alle costruzione di strade. Siamo un paese in cui oggi ci sono disponibili decine di migliaia di giovani uomini e donne per ripristinare il territorio? Non lo so chiedo, forse no.</p>
<p>Forse non ci sono neanche i soldi</p>
<p>Sì, forse mancano anche i soldi, forse le persone ci sarebbero, magari facendo entrare più immigrati.<br />
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<p>il manifesto</p>
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