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	<title>Giovanni Giaccone</title>
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		<title>Il partigiano Johnny</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cos’è stata la Resistenza? Leggete “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. Se vi sembrerà, in un primo momento, impossibile comprendere il linguaggio sgangherato, rivoluzionario e infinitamente poetico siete già a buon punto.  Fate un altro esercizio. Ascoltate un servizio di un qualsiasi tg o leggete un qualsiasi articolo dei giornali di quest’oggi dedicato alla ricorrenza del 25 aprile e poi riaprite il libro. Non ci capite assolutamente un cazzo? Bene. E’ proprio così. La Resistenza è qualcosa che oggi nell’Italia spaurita e piccolo borghese del post ventennio berlusconiano non ha patria. Ma se volete proprio provare almeno una vibrazione di quello che fu impegnate il vostro cervello per provare a capire la storia rivoluzionaria e drammatica di Johnny, dove la sovversione della parola è il primo segno della radicale rivoluzione che migliaia di giovani poco più che ventenni iniziarono per liberarsi dal fascismo. Johnny solo e disperato, vestito di stracci con uno sten scarico in mano quasi assiderato nella neve aspettando un ordine, oppure gli americani, oppure un marò che gli spari in testa. Johnny che racconta “il nuovo mondo” che stava nascendo dalla sofferenza della sua carne, dalle sue privazioni affettive, morali e etiche Johnny che si distacca senza mediazioni senza se e senza ma dalla realtà del quotidiano grigio e indifferente di chi aspetta e dallo spettacolo grottesco e macabro della dittatura. Il linguaggio ha la sua importanza. Quello di Johnny è un’eruzione vulcanica di senso quello del fascismo è fatto di parole d’ordine, slogan, frasi fatte e ripetute all’infinito, un’afasia che non risparmia neppure il suono soffice e sordo delle scariche di mitra e il fischio dei proiettili che passano sopra la testa.  Pensateci a Johnny se siete riusciti a leggere qualche riga e domandatevi dove siete voi rispetto a lui. Distanti abissalmente come lo siamo tutti, privati proprio di lui di quel disperato bisogno di libertà, di quella “disperazione libera” che lottava con il fango e il sangue, la materia dura dell’essere e quella altrettanto ostile e pervasiva dell’indottrinamento del pensiero. Se volete festeggiare il 25 aprile provate a essere come Johnny. E’ così proibitivo oggi che magari potrebbe valerne la pena.<br />
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		<title>Distruzioni per l&#8217;uso</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 19:44:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non so se nell’ennesimo scandalo della politica che ha investito la Lega Nord sono più rattristato dai dettagli volgari e indecenti del malaffare che governava un partito capace di convincere il 10% degli italiani al grido di “Roma ladrona” o dall’ormai scontata trafila di ironie, battute, fondi di prestigiosi giornalisti che spiegano quello che era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so se nell’ennesimo scandalo della politica che ha investito la Lega Nord sono più rattristato dai dettagli volgari e indecenti del malaffare che governava un partito capace di convincere il 10% degli italiani al grido di “Roma ladrona” o dall’ormai scontata trafila di ironie, battute, fondi di prestigiosi giornalisti che spiegano quello che era sotto gli occhi di tutti ormai da diversi anni.  L’abnormità delle parole, l’assurdità dei gesti, un impasto di ignoranza, malanimo e cattiveria ci attraversa  tanto che nessuno di noi può permettersi di sentirsi estraneo anche se a ragion veduta lo è. Quello che proprio mi sembra non riesca a funzionare più è la capacità dissacrante e salvifica dell’ironia. Nonostante i social network siano attraversate da battute, aforismi e invettive non mi sento per nulla rassicurato dal potere taumaturgico dello spirito mentre sono preoccupato delle devastazioni prodotte dagli ultimi vent’anni di “non senso” al potere.<br />
In quest’ultimo ventennio siamo stati costretti a credere alle cose più stupide e irreali della nostra piccola e angusta realtà nazionale, abbiamo ascoltato, approvato e legittimato a governarci e a fare opposizione persone che non avevano la minima credibilità ma soprattutto abbiamo condiviso la “realtà” che questi ci propinavano supinamente, facendoci letteralmente possedere dal “non senso”, non quello sulfureo e brillante di Oscar Wilde ma il pesante e greve “a mia insaputa” che ha attraversato sotto forme lessicali diverse tutti i vent’anni che ci separano dalla prima repubblica. La realtà “altra” che abbiamo rimosso passa dai fotogrammi ormai ingialliti di Arnaldo Forlani che con la bava alla bocca cerca di spiegare ai giudici le trame della famosa “supertangente” Enimont sino ad arrivare a ieri alle lacrime di Umberto Bossi di fronte alla realtà “altra” delle ruberie della sua famiglia. In mezzo tante fotografie, flash di un’epoca in cui abbiamo convissuto tra patacche inverosimili, rappresentazioni della realtà degne di personaggi di Petrolini eppure ci siamo bevuti tutto.<br />
Il brivido che mi attraversa, la paura reale è quella di noni riuscire più a tornare indietro e davanti alle immagini della tv mi viene in mente il quadro di Bruguel il vecchio “il trionfo della morte” la visionaria percezione del pittore di una realtà sconnessa dal suo profondo, nell’intimità stessa del suo significato e attraversata dal caos. Poco importa che Bruguel avesse a che fare allora con le guerre e la peste, noi abbiamo a che fare con una perdita di senso che scopre troppo spesso l’orrore di una realtà che non sappiamo più decifrare.</p>
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		<title>Claudia e la foto &#8220;del dentino&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Mar 2012 20:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Di loro ho due ricordi divertenti che le descrivono. Il primo è  il mio collega Carletto chiuso nel cubicolo dell’emissione di una tv privata, in un caldissimo agosto di vent’anni anni fa che sfogliava una rivista con il classico servizio fotografico “Non so cosa farei a questi… t… di f…” e m’intrattenne per mezz’ora contraddicendosi immediatamente e spiegandomi per filo e per segno cosa avrebbe fatto. L’altro, fu una frase di Beppe Grillo della stessa epoca, quando era ancora umano, che disse: “Ieri ho visto per strada Claudia Schiffer, aveva un neon luminoso che gli lampeggiava in testa e sopra c’era scritto ‘Non te la darò mai’”.  Divine, sexy e irraggiungibili le top model furono l’incarnazione più approssimata alle divinità greche, la loro bellezza irraggiungibile, la perfezione e l’equilibrio delle forme, la classicità dei lineamenti staccò anche da bellezze formidabili del passato come Claudia Cardinale o Brigitte Bardot per citarne due “moderne”.<br />
Non arrivarono subito. La strada delle top model fu aperta da bellezze meno appariscenti come Isabella Rossellini e Andie Mc Dowell che furono anche capaci di lasciare la passerella per irrompere brillantemente nel cinema e nello spettacolo (La Rossellini, quasi da bambina, fu indimenticata inviata a Londra per “l’altra domenica” condotta da Arbore) Andie Mc Dowell interpretò con disinvoltura la bella e sfuggente protagonista di “Quattro matrimoni e un funerale” al fianco di Hugh Grant.<br />
Loro no. Sfilarono e segnarono indelebilmente con le loro foto i calendari dei primi anni ’90. Erano ovunque. Citiamole. La strada la aprì Cindy Crawford, americana, capelli castani, sguardo assassino e neo poco sopra il labbro superiore. Dominò il 1989. La riscossa europea fu però di quelle da togliere il fiato. Altrettanto bionda, teutonica, appena scesa dal Wahalla, Claudia Schiffer sbaragliò la scena. All’epoca internet non c’era, il portatore della buona novella era “Max”, versione pudica di PlayBoy e media fondamentale delle nostre. Nell’agosto del 1990, la copertina del mensile era quella del primo piano di una fantastica bionda che occhieggiava maliziosa dalla bacheca dell’edicola mordicchiandosi un labbro e guardandoti fisso. Ora chiedo la vostra attenzione, un po’ di più, almeno. Quella non fu una semplice foto. Nella combinazione di filtri e colori, e nella linea dello stesso servizio fotografico, lei era rappresentata non come una sofisticata star degli anni ’80, tutta smalti e plastiche fluorescenti,  ma come una ragazza appena uscita da un concerto dei Creedence Clearwater Revival, semplice e accessibile, disponibile a una birra e uno spinello, comunque, nel peggiore dei casi.   Fu un evento. Nella maccaiosa domenica mattina di quell’agosto una tipa incredibile ti guardava fisso negli occhi e irresitibilmente ti imponeva di impossessarti di lei nell’unico modo concesso in quel magico istante. L’edicolante ringraziò.<br />
Il servizio interno, nonostante la bellezza mozzafiato, non era all’altezza di quella copertina che venne religiosamente staccata dal giornale riposta sotto vetro e appesa al muro per diventare oggetto di adorazione per studenti universitari fuori sede con il nome “La foto del dentino”.<br />
Dopo di loro arrivò Naomi Campbell e insieme le altre, Linda Evangelista, Eva Erzigova, Christy Turlington per citarne alcune, sino alla “crepuscolare” Kate Moss.<br />
Al di là dell’iconografia del periodo, dell’invasione vera e propria che le top model fecero nell’immaginario mondiale, nessuna di loro riuscì a superare il momento traguardando il cinema o qualche ruolo pubblico di qualche rilevanza. Naomi spaccò la faccia a qualche cameriere e Kate lasciò tracce di cocaina ovunque, Eva Erzigova fu la spalla di un vecchio ma ancora intramontabile Raimondo Vianello in una edizione di Sanremo. Le altre svanite nel nulla, belle e impossibili, tramontate con l’ottimismo del mondo che donne così non può più permettersele, neanche nei sogni. </p>
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		<title>Caro Lucio ti scrivo&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 22:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Telefonami tra vent’anni io adesso non so cosa dirti, non so risponderti e non ho voglia di capirti” . Di anni ne sono passati trenta da quella prima volta che ascoltai il “Q disc” di Dalla e quella canzone mi precipitò nel mio futuro facendomi immaginare chi sarei stato vent’anni dopo e se Lucio, a quel punto, avrebbe avuto voglia di rispondermi.<br />
Sta di fatto che nell’82, anch’io avevo pochi argomenti con cui spiegare a me stesso l’improbabile futuro che mi aspettava. Leggevo faticosamente Pier Paolo Pasolini. Tra me e me guardandomi intorno, mi dicevo: “Qui è merda”. I vecchi amici del quartiere, sino al giorno prima dei bambini, rimanevano secchi  per overdose nei giardinetti dove avevamo giocato qualche anno prima ai cowboy e agli indiani, le compagne di banco, cresciute da un momento all’altro, tutte drammaticamente ispirate da Lory Del Santo e Nadia Cassini, si appartavano con tipi loschi sempre negli stessi giardinetti sino a quando urlanti e piangenti rispuntavano fuori di corsa fuggendo dalle mani del tipo losco che menava sberle. “Qui è merda”, continuavo a ripetere. Quello che diceva Pasolini sul sottoproletariato urbano che stava  degenerando, lo leggevo nei piccoli episodi di brutta vita del piccolo quartiere di periferia dove abitavo. Il mondo compatto e dorato della mia infanzia andava a pezzi inesorabilmente, quello che sarebbe accaduto non lo sapevo e, a quanto pare, neppure Lucio Dalla. Che pure ci acchiappava. Dalla era diverso da Guccini, de Andrè o De Gregori. Dalla stava alla cronaca così come De Andrè alla letteratura. “Piero”, “Andrea” e “Marinella” erano personaggi dal respiro letterario, esistevano nel campo di una poetica e dolente riflessione sull’amore, la guerra, la morte e la giovinezza. “Anna e Marco” no, loro erano i miei vicini di casa.<br />
Era questa la marcia in più di Dalla in quel particolare momento, mi parlava della mia vita e “Cosa sarà” non era una canzone ma un mantra vero e proprio. E non solo. Se con “Cara” e Mambo” diede le parole a significare  qualche cocente delusione amorosa del periodo “Dov’è quel cuore marziano se n’è andata sbattendo la porta e avevo in mezzo la mano” con “L’anno che verrà” spiegò tutto quello che c’era da dire sul periodo, profetizzando gli anni difficili che si stavano preparando e quel particolare momento storico che allora con una parola venne battezzato “riflusso”. Era una dinamica ma anche un’aria che si respirava, mentre i governi Andreotti si succedevano e la spirale di violenza del terrorismo si avvitava su se stessa cieca e anomica, un’alterità senza volto era la non presenza che dominava la scena. Dalla la individuò con  “Siamo Dei” un dialogo tra queste entità “Siamo dei,  e ci muoviamo nello spazio profondo corriamo dietro ai tuoni ci pettiniamo e aspettiamo la fine del mondo” e un tipo che opponeva alla fredda supponenza di queste supposte divinità la propria vita, “l’amore di ragazza” e soprattutto l’amico “ con la voce da basso e con una mira che ti stacca la coda di un cane con un sasso se lo tira”. In questo l’ho sempre trovato simile a Pasolini. Dalla non opponeva allo statu quo la politica che dopo la sbronza ideologica degli anni precedenti stava rapidamente esaurendo la spinta propulsiva e aggregatrice, lui opponeva la vita, refrattaria e naif, il vissuto di tipi marginali, l’amicizia e l’amore così come potevano essere vissuti anche nel profondo sottoproletariato urbano in cui si era mutata la popolazione italiana senza accorgersene. Era quello il bello. Se questa era la vita, andava vissuta  come in “Meri Luis” dove un regista, un barista, un taxista, un dentista e una stralunata ragazza dalle grandi tette, decidono una loro personale rivolta che non sta nella sovversione del sistema ma nel decidere di dare una svolta al loro destino.<br />
Intanto, gli stadi italiani si riempivano al passaggio trionfale della tournée con De Gregori “Banana republic” . A ripensarci oggi, fu perfetto ma fu il “De profundis” di un periodo che proprio dopo quelle serate bellissime si chiuse definitivamente. La partecipazione e l’aggregazione furono termini che non significarono più nulla e la moltitudine si assiepò davanti ai televisori sulle note della sigla di “Dallas”. Io da allora mi sento un po’ come i marinai della canzone che chiudeva il concerto…<br />
 Ma dove vanno i marinai<br />
mascalzoni imprudenti<br />
con la vita nei calzoni<br />
col destino in mezzo ai denti<br />
sotto la luna puttana e il cielo che sorride<br />
come fanno i marinai<br />
con questa noia che li uccide<br />
addormentati sopra un ponte<br />
in fondo a malincuore<br />
sognano un ritorno smaltiscono un liquore<br />
affaticati dalla vita piena di zanzare<br />
che cosa gliene frega<br />
di trovarsi in mezzo al mare<br />
a un mare che più passa il tempo<br />
e più non sa di niente<br />
su questa rotta inconcludente<br />
da Genova a New York<br />
ma come fanno i marinai<br />
a fare a meno della gente<br />
e rimanere veri uomini però.<br />
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		<title>Il signore degli anelli</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 17:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno dei libri più fraintesi è “Il signore degli anelli”. Ne ho parlato diffusamente nel blog ma mai affrontato frontalmente il ronanzo perché si tratta di qualcosa che poi sai che rileggendo avresti voluto scrivere qualcosa di diverso o di meglio. Frainteso perché ne ho sempre sentito parlare anche da chi non l’ha letto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei libri più fraintesi è “Il signore degli anelli”.  Ne ho parlato diffusamente nel blog ma mai affrontato frontalmente il ronanzo perché si tratta di qualcosa che poi sai che rileggendo avresti voluto scrivere qualcosa di diverso o di meglio.  Frainteso perché ne ho sempre sentito parlare anche da chi non l’ha letto con un tono tipo “Ah, Tolkien, no non leggo quella roba lì…” quasi si trattasse di un merito. Tutto perché, in modo forse anche più amplificato di quello che era la portata degli eventi, una certa destra degli anni ’70 si impossessò, declinandole a suo modo, delle linee narrative del romanzo e chiamò i propri raduni “Campi Hobbit” (in alcuni di questi avvenivano delle vere e proprie esercitazioni paramilitari, ma Tolkien non lo sapeva).<br />
Nell’Italia provinciale e ideologica di allora bastò a tacciare il libro “di destra”  e una certa propaganda “di destra” stralunata e grossolana aiutò.<br />
Il romanzo, ovviamente, con questa roba non c’entra nulla. Anzi.<br />
Cominciamo proprio da qui.<br />
Nel “SdA” non vi è alcuna forma di razzismo e neppure alcun accenno a forme di “superomismo” che pure si possono trovare nel genere fantasy che, questo è vero, parte pur sempre dal “SdA”.<br />
Nel romanzo sono esaltate le figure più deboli, quelle apparentemente meno significative nel contesto della storia che si racconta. Gli eroi tradiscono e i re vacillano mentre i piccoli hobbit poco inclini al combattimento, buffi e semplici, sono i protagonisti positivi aiutati da nani e donne. L’universalità dell’essere umano e la nobiltà dell’animo attraversano ogni essere, dice Tolkien, non esistono anormalità e il grande Aragorn afferma questo principio inginocchiandosi di fronte ai piccoli hobbit al termine della storia quando diventa re. Non esiste, tantomeno differenza di sesso; è la giovane principessa di Rohan Eowyn a uccidere il Nazgul, il potentissimo spettro al servizio di Sauron.<br />
La trama del “SdA” poi, ha una sua peculiarità. Tutto ruota intorno non al tentativo di conquista ma al paradossale impegno di “perdere” qualcosa.<br />
L’anello creato da Sauron per soggiogare magicamente tutti gli anelli che aveva forgiato e regalato a uomini, elfi e nani per blandirli e soggiogarli, è l’algebra del dominio.<br />
Si tratta di una delle più belle e filosoficamente azzeccate metafore del potere. Qualcosa che può scatenare eserciti ma che può incidere in pochi secondi nell’animo umano e nella vicenda di una singola persona, violentandola oscenamente, smascherando le più remote regioni dell’io sedotto dalla bramosia del possesso di quell’oggetto. “Il mio tesoro” ripete ossessivamente Smigol/Gollum devastato dal desiderio dell’anello, e anche il buon Bilbo manifesta il dissesto psicologico prodotto dalla lunga convivenza con l’amuleto. Un potere “irreale” astratto e concreto al tempo stesso. Quando il “SdA” venne pubblicato i critici videro in questo potere l’ideologia, il nazismo o il comunismo, lettura che Tolkien rigettò senza fornire però ulteriori spiegazioni. Più tardi ci fu chi vide nelle scene di guerra e battaglie i riflessi dei trascorsi di Tolkien nelle trincee della prima guerra mondiale. Non si può certo negare a priori che uno scrittore non riporti nel suo lavoro le sensazioni forti e violente del suo vissuto, ma riletto ancora dopo il “SdA” mostra di contenere un soffio di universalità che lo libera da una lettura strettamente storica. Il potere “virtuale” dell’anello non è sorprendentemente attuale nella finanza “selvaggia” di questi tempi? E le schiere dei guerrieri urukai diretti verso il fosso di Helm non richiamano l’omologazione violenta e la distruzione di tutto ciò che è “diverso” tipico della nostra modernità? Del resto, la lettura ecologica del “SdA” è palese. Il malvagio Saruman sedotto dal potere dell’anello per averlo troppo studiato trasforma Isengard, una delle più belle città della terra di mezzo, in una immensa fabbrica e l’Ent (il grande albero che salva la vita agli hobbit Merry e Pipino) dice che Saruman ha una mente di “ferro e ingranaggi” e decide di rivoltarsi quando vede gli alberi della sua foresta abbattuti dagli orchi che li usano per alimentare le fornaci di Isengard accese giorno e notte.<br />
La Contea, del resto, la terra degli Hobbit sembra la rielaborazione della “Felice Inghilterra” medievale precedente e opposta alle terre del nord (vittoriane) travolte dal potere delle macchine. Una cultura contadina a misura d’uomo, dove si lavora ma sono frequenti gli spazi per l’ozio e il divertimento.<br />
La vita è una lunga serie di passaggi e la morte è solo un altro stadio dell’esistenza dello spirito ma se nessuno può giudicare chi nasce chi no nessuno può decidere la morte di un altro. Gandalf risponde a Frodo con un tono lievemente irritato quando l’Hobbit gli chiede perché non uccidere Gollum, una creatura così spregevole. “Anche lui ha un ruolo in questa storia” dice e come si vedrà non è un ruolo da poco. Tutti i personaggi di questa immensa storia vivono una loro vicenda personale degna di essere conosciuta e ascoltata. Da Sam Baggins gregario di Frodo che non rinuncia a seguire e a rischiare la vita per l’amico anche quando questo lo accusa di tradimento a Arwen, la regina degli elfi che decide di raggiungere  Aragorn e di stare al suo fianco anche nel momento in cui tutto sembra precipitare. Infine Frodo l’hobbit scelto per essere il portatore dell’anello, una scelta di sottile intelligenza da parte di Gandalf, l’idea che sia un piccolo uomo e non un fiero condottiero il portatore dell’anello per attraversare più facilmente le linee nemiche e dare meno nell’occhio; un compito gravoso, oggi diremmo una missione “impossibile” senza possibilità di salvezza, quella di portare l’anello nel cuore del regno di Sauron, nelle viscere magmatiche del monte Fato, dove era stato forgiato, per distruggerlo. In questo percorso Frodo vive il doloroso paradosso di essere colui che possiede l’anello ma che non può trarne alcun vantaggio anzi, è costretto a soffrire per negarsi alle sue lusinghe, un dissidio interiore talmente violento che nonostante il suo successo lo segnerà profondamente.<br />
E dentro questo percorso che poi regge nella sua tensione narrativa tutta la struttura del romanzo che si trae la riflessione più acuta di Tolkien, un’analisi che appare una critica filosofica alla modernità concepita come “conquista del progresso”. La salvezza dice Tolkien sta non nel “conquistare” ma nel “perdere”, non nelle lusinghe del successo ma nella capacità di sapersi difendere da queste. Tra tutte le figure proposte dallo scrittore, tutte più o meno irrisolte e non compiute nel precario equilibrio del comprendere questo dissidio, emerge Tom Bombadil, un personaggio misterioso, allegro e divertente, il signore assoluto della foresta “Il signore non il padrone” come lui puntualizza, dove il male non può toccarlo. Non è attratto dall’anello e stranamente, non beneficia neppure dei suoi poteri. Quando gli viene chiesto chi sia risponde di esistere da prima di tutto, ma quando viene proposto di affidarlo a lui proprio per queste ragioni, Gandalf si oppone “Bombadil” dice “non è interessato a questo genere di cose e finirebbe per dimenticarlo e perderlo”. L’ennesimo paradosso, quello centrale nonostante la posizione defilata di Bombadil nella storia:  per potersi effettivamente liberare  dell’anello e del suo potere occorre necessariamente esserne attratti.  </p>
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		<title>Aforismario dei tempi peggiori</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 18:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un aforisma o aforismo è una breve frase che condensa, similmente alle antiche locuzioni latine, un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale. Sono noti in tempi moderni quelli di Oscar Wilde e karl Kraus. Il piacere nell&#8217;ascoltare o leggere un bell&#8217;aforisma sta nella capacità che ha questo per un secondo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un aforisma o aforismo  è una breve frase che condensa, similmente alle antiche locuzioni latine, un principio specifico o un più generale sapere filosofico o morale. Sono noti in tempi moderni quelli di Oscar Wilde e karl Kraus. Il piacere nell&#8217;ascoltare o leggere un bell&#8217;aforisma sta nella capacità che ha questo per un secondo di sollevarci dall&#8217;ordinarietà della vita quotidiana, di disvelarci attraverso un sapiente ordine nelle parole dette o scritte un&#8217;altra realtà oltre quella che stiamo vivendo. Come se la verità si rivelasse per un istante più chiara e intellegibile e le parole costrette alla grigia forma della prassi ordinaria si ribellassero e per magia ci costringessero a vedere l&#8217;Essenziale. Con l&#8217;avvento di Twitter lo stile di grandi scrittori, oltre a quelli citati ricordo Ennio Flaiano, Gesualdo Bufalino e lo spezzino Gino Patroni, è stato in qualche modo ripercorso dai tanti che costretti dalle 140 battute imposte dal social network hanno deciso di cimentarsi con successo. Di seguito oltre a quelli miei alcuni di quelli che mi sono particolarmente piaciuti firmati dai loro autori. Raccontano i nostri tempi con freschezza e lucidità (parlo di quelli degli altri, ovviamente) e dopo un po&#8217; risulta difficile farne a meno. Qui come dicevo alcuni, nel riquadro dedicato a twitter sulla mia home quelli twittati e ritwittati tutti i giorni&#8230;</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Le persiane per loro natura sono portate ad aprirsi verso l&#8217;esterno. Sono gli iraniani che non glielo permettono.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Stralcio conversazione Gabrielli/Alemanno: &#8220;Sindaco, risalga a bordo della slitta, cazzo”</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Qualche volta mi piace dare ragione agli altri non perché io non ne abbia, ma solo per il gusto di sapere come si sta ad avere torto.</p>
<p>lasoncini lasoncini</p>
<p>quandoerosindaco. quandoerosegretariodelpd. quandodissiche. veltroni sembra me, quandoeromagra</p>
<p>stefano2201 maverick</p>
<p>Per amare il prossimo bisogna avere molto tempo libero.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Ieri tutti ammiragli della marina, da stasera tutti comandante Nobile disperso tra i ghiacci. Se sommersi da fiume di merda? Tutti stronzi?</p>
<p>@David_IsayBlog<br />
David Di Tivoli<br />
Quando ero piccolo volevo essere grande. Ora che sono grande voglio essere ubriaco.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Incendi, fatto. Alluvione, fatto. Terremoto, fatto. Qualcuno ha letto la Bibbia di recente? Non ricordo più a che punto siamo della trama.</p>
<p>AsinoMorto asino morto</p>
<p>Bisognerebbe sempre trovare il tempo per guardarsi dentro. Poco però, che se no è peggio.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>&#8220;volevo dire&#8221; la sottile arte di far intendere che avete ancora voglia di pensare a qualcosa&#8230;</p>
<p>spinozait Spinoza</p>
<p>Torino, nuovo crollo al liceo Darwin. Nessun ferito, grazie a Dio. [cani &#038; porci]</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Banditi gli &#8220;spaghetti allo scoglio&#8221; dal menù delle navi Costa.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Concorde&#8230; Concordia&#8230; Se c&#8217;è qualcosa in terra che ha questo nome io consiglierei di evacuare senza indugi.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Un genovese era sulla Costa Concordia per festeggiare di essere sopravvissuto all&#8217;alluvione di novembre&#8230; Prossima destinazione, please?&#8230;</p>
<p>twitstupidario Twitstupidario</p>
<p>Il Pentagono ha annunciato tagli. Diventerà un quadrato.</p>
<p>ConradGoldsmith Conrad Goldsmith ♔</p>
<p>Quando pensi che a nessuno importa se sei vivo, prova a non pagare per due mesi la rata della macchina.</p>
<p>giogiac65 Giovanni Giaccone</p>
<p>Dopo il caso Cortina i film dei Vanzina devono essere considerati nel neorealismo?</p>
<p>insopportabile insopportabile</p>
<p>Abbandonare l&#8217;euro per tornare alla moneta che ci ha dato più soddisfazione: il sesterzo.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/dZS-Ve7BjKw" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Il Titanic (oggi)</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 17:57:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8221; Si costruisce un albergo di quarantacinquemila tonnellate fatto di sottili lamine d&#8217;acciaio, per assicurarsi il patrocinio di un migliaio di nababbi (&#8230;) Lo si decora in stile faraonico per soddisfare il suddetto manipolo che hanno più soldi che idee su come spenderlo e con il plauso dei due continenti si lancia quella massa in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; Si costruisce un albergo di quarantacinquemila tonnellate fatto di sottili lamine d&#8217;acciaio, per assicurarsi il patrocinio di un migliaio di nababbi (&#8230;) Lo si decora in stile faraonico per soddisfare il suddetto manipolo che hanno più soldi che idee su come spenderlo e con il plauso dei due continenti si lancia quella massa in mare. (&#8230;) Da parte mia sarei più pronto a credere in una nave inaffondabile di tre mila tonnellate che in una di quarantamila. Non si puà aumentare lo spessore di lamine e travi all&#8217;infinito. (&#8230;) Se quella sventurata nave fosse stata un centinaio di piedi più corta sarebbe scampata al pericolo. ma in quel caso, forse, non avrebbe avuto una piscina o un café francese.<br />
Tutti quelli che si trovavano a bordo vivevano in un falso senso di sicurezza (&#8230;). Gli unici requisiti (per la sicurezza) sono la maneggevolezza e il numero delle persone a bordo. E&#8217; da qui che scaturisce la sicurezza. Ma con la moderna e sciocca fiducia nei materiali e con questi alberghi galleggianti, ciò è diventato impossibile. Un uomo può fare del suo meglio, ma non può riuscire in un compito che per avidità o, più probabilmente per mera stupidità è stato reso troppo grande per le forze di chiunque.<br />
A quanto pare esiste un punto in cui lo sviluppo smette di essere un vero progresso &#8211; nel commercio, nello sport, nella mirabile opera delle mani dell&#8217;uomo, come pure nelle sue esigenze, ambizioni, aspirazioni di ordine morale e mentale. Esiste un punto in cui il progresso, per essere un vero avanzamento, deve variare leggermente la sua linea di direzione.&#8221;<br />
&#8220;Il Titanic&#8221; Joseph Conrad<br />
P.s.<br />
Parole che sembrano scritte da un commentatore su un giornale di stamane. Parole su cui non si è riflettuto abbastanza&#8230; <iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/515owJy7ooQ" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Gli scomparsi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 18:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si avvicina il 27 gennaio, la cosiddetta &#8220;Giornata della memoria&#8221;. Da tempo sono piuttosto critico con l&#8217;utilità di questa commemorazione che sembra avere solo lo scopo di anestetizzare l&#8217;opinione pubblica &#8220;spettacolarizzando&#8221; la tragedia e creando distorsioni percettive tra ciò che non deve ripetersi più e non si ripeterà salvo una delle più abnormi coincidenze della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si avvicina il 27 gennaio, la cosiddetta &#8220;Giornata della memoria&#8221;. Da tempo sono piuttosto critico con l&#8217;utilità di questa commemorazione che sembra avere solo lo scopo di anestetizzare l&#8217;opinione pubblica &#8220;spettacolarizzando&#8221; la tragedia e creando distorsioni percettive tra ciò che non deve ripetersi più e non si ripeterà salvo una delle più abnormi coincidenze della storia e ciò che drammaticamente accade ora, tra Africa, sud America e Asia (con crescenti fenomeni di razzismo anche in Europa anche organizzato in partiti politici) senza che ci sia un minimo sforzo da parte dell&#8217;opinione pubblica, della politica e del mondo intellettuale di cogliere nessi nelle dinamiche sociali, culturali e economiche che portarono alla catastrofe di allora e quelle attuali. Propongo la lettura di un&#8217;intervista che qualche anno fa Alessando Piperno realizzò con DANIEL MENDELSOHN l&#8217;autore del romanzo &#8220;Gli scomparsi&#8221; uno dei più bei libri che trattano l&#8217;argomento della shoah.</p>
<p>Dopo Auschwitz c&#8217;è solo la Bibbia<br />
«L&#8217;arte non si è esaurita con la Shoah ma deve ispirarsi ai grandi modelli: le storie che parlano di Noè e Diluvio, di Caino e Abele, della moglie di Lot»<br />
colloquio di ALESSANDRO PIPERNO con DANIEL MENDELSOHN<br />
Sono di fronte alla porta dell&#8217;appartamento di Daniel Mendelsohn nell&#8217;Upper West Side e ho troppa sfiducia nelle fotografie per non sapere che tra qualche istante aprirà la porta un uomo non corrispondente alle mie aspettative. Sarà per questo che mi sento così nervoso? Un vento gelido ha lustrato il granata del tipico brownstone newyorchese. Non lontano da qui c&#8217;è Barney Greengrass, la «Deli» dove Isaac Singer addentava bagel con lo storione. Tutto congiura a intimorirmi; soprattutto il libro di Daniel Mendelsohn che stringo tra le mani: Gli scomparsi (Neri Pozza).<br />
«Tempo fa, avevo tra i sei e gli otto anni, appena entravo in una stanza, capitava che qualcuno scoppiasse a piangere». Ecco l&#8217;incipit, dal prelibato accento proustiano, che mette in scena vecchi parenti di Miami Beach che quando incrociano lo sguardo di Daniel bambino si disperano per via della sua somiglianza con lo zio Shmiel, il fratello del nonno, ucciso, in pieno genocidio ebraico, a Bolechow, non si sa bene da chi né in che modo. Una storia comprensibilmente esclusa dal folto catalogo di avventure raccontate dal nonno a Daniel. Gli scomparsi non è che il tentativo di spezzare l&#8217;assedio di quel riserbo (omertà?) familiare. Uno sforzo fisico, intellettuale, morale, a cui Mendelsohn — talentuoso critico del New York Times nonché raffinato antichista — ha donato una struttura biblica con la spregiudicatezza di un grande scrittore modernista.<br />
Ecco la porta schiudersi su un ragazzo il cui aspetto atletico male si accorda ai suoi quarantasette anni e agli studi classici. La testa lucida come quella di Yul Brynner, gli occhi d&#8217;un azzurro guizzante. Dopo avergli sporcato il tavolo con un paio di mal calibrati cucchiaini di zucchero, attacco con la brutalità di chi parla di un&#8217;esperienza che conosce dall&#8217;interno.<br />
Non hai l&#8217;impressione che loro siano morti e che noi ci prendiamo il merito?<br />
«Sai, in letteratura un argomento vale l&#8217;altro. È normale che esso contribuisca al tuo successo letterario. D&#8217;altronde non ho mai pensato che il mio fosse un libro sull&#8217;Olocausto. Ma semmai sulla mia famiglia: materia legittima per un&#8217;impresa letteraria. Il racconto della mia visita ad Auschwitz dimostra con quanto impegno abbia cercato di tenermi lontano dal business dell&#8217;Olocausto».<br />
In quelle pagine Mendelsohn arriva a definire Auschwitz una «triviale generalizzazione». E, in effetti, il suo libro testimonia come il solo diaframma attraverso cui un ebreo di terza generazione può valutare il genocidio sia la nuda esperienza individuale, filtrata attraverso gli strumenti offerti dalla filologia e trasfigurata dall&#8217;ossessione. «Da quando ho scritto questo libro non faccio che ricevere consigli letterari sull&#8217;argomento. Ma a me non importa niente. Non sono ossessionato dall&#8217;Olocausto. Io leggo romanzi. Pretendo che siano buoni romanzi. Non mi interessa il tema».<br />
La gelida perentorietà con cui parla mi ricorda che una delle encomiabili qualità de Gli scomparsi è l&#8217;assenza di patetismo e la cura maniacale per i dettagli.<br />
Mendelsohn evita le Grandi Domande. Un metodo non dissimile da quello usato da Lanzmann nel suo famoso film-documentario, Shoah.<br />
Gli chiedo se lo conosce: «Lo vidi molti anni fa. Rimasi colpito dall&#8217;approccio metodologico. Anche io come lui ho evitato quelle che tu chiami le Grandi Domande. Ma non per questo Gli scomparsi è un libro freddo. Si apre sul fiume di lacrime versate dai miei parenti per me. Si chiude con quelle mie per loro. A parte questo, era importante mantenere un certo distacco. Non volevo unirmi alle più deteriori abitudini americane: quelli che chiamo i momenti di Oprah (da Oprah Winfrey la più popolare influente controversa conduttrice televisiva americana). Tu mostri un dramma in tv per cinque minuti, la gente si commuove, eppoi si sente migliore. Al museo dell&#8217;Olocausto di Washington hanno allestito un carro bestiame simile a quelli su cui deportavano gli ebrei. La gente ci sale su, poi va a prendere un&#8217;insalata di pollo alla caffetteria attigua e sospira: &#8220;Ora ho capito cosa è successo agli ebrei&#8221;. È disgustoso. D&#8217;altra parte perché stupirsi? L&#8217;Olocausto non è un&#8217;esperienza americana. Tutto quello che noi sappiamo è di seconda mano».<br />
Per questo ti sei avvalso dei temi biblici? Sospetto che ti sia servito del commento su Caino e Abele per valutare da un punto di vista oggettivo le ambiguità tra tuo nonno e suo fratello Shmiel, per non dire di quelle tra te e tuo fratello, tra gli ebrei sterminati e gli ucraini sterminatori, e perfino tra gli ebrei americani e gli ebrei europei. Qualcuno potrebbe trovare questa trovata estetizzante, per me è un colpo di genio.<br />
«Ogni libro è un oggetto estetico. Né bisogna dimenticare che esiste una relazione tra narrativa e oralità. Te lo dice un classicista: chiunque racconta una storia deve porsi l&#8217;interrogativo su come raccontarla. Non è forse questa la più estetica delle domande? L&#8217;arte impone l&#8217;estetizzazione. In fondo lo stesso film di Lanzmann è un oggetto artistico fatto di materiali riciclati».<br />
Ripenso alle pagine de Le considerazioni di un impolitico che ho letto di recente, in cui Thomas Mann interpreta l&#8217;estetismo in una chiave assai più seria di quanto non si faccia abitualmente. L&#8217;estetico come antidoto al politico, dice Mann. Mi chiedo se Mendelsohn non stia parlando della stessa cosa.<br />
«Le lunghe digressioni bibliche dovevano ricordare al lettore l&#8217;artificiosità dell&#8217;impresa. E allo stesso tempo offrire a me una risposta agli interrogativi sulla mia famiglia che non avevo il coraggio di formulare: &#8220;Cosa ha fatto il mio nonno americano per salvare suo fratello europeo?&#8221;. E allora ecco Caino e Abele. È stato un riflesso filologico. Sai, non sono tra coloro che pensano che la poesia sia finita dopo Auschwitz, credo semmai che l&#8217;arte sia il modo più discreto e incisivo per esplorare l&#8217;inesplorabile. Vuoi sapere cosa significa sopravvivere allo sterminio del tuo popolo? Leggi la storia di Noè. Vuoi comprendere cosa significa ammazzare un fratello? Per questo c&#8217;è Caino e Abele. Vuoi sapere perché la gente volge lo sguardo al passato? Rifletti sulla moglie di Lot. La Bibbia mi ha consentito di riaffermare il primato della letteratura come strumento supremo di comprensione».<br />
La mia prossima domanda ha il nome e il cognome di una persona che avrebbe molto apprezzato quello che stai dicendo: Marcel Proust. Non puoi negare che sia lui il convitato di pietra del libro. Le lunghe frasi, le digressioni. I dettagli. Un narratore che impara solo attraverso gli sbagli. La struttura circolare. L&#8217;ossessione per le cose perdute. E soprattutto il modo in cui prendi seriamente la letteratura, che ti esclude dalla lista di molti tuoi colleghi ancora intrisi di post-modernismo.<br />
«Non amo il prefisso &#8220;post&#8221;. Non sono una post-persona. Io prendo dannatamente sul serio la civilizzazione. Per me è insopportabile che molti la ritengano un gioco. Io amo scrittori seri come David Mitchell e come Jonathan Franzen. D&#8217;altra parte non posso negare la presenza proustiana nel mio libro. Ma allo stesso tempo ti assicuro che l&#8217;intricatezza della prosa è un riflesso dell&#8217;ossessione per l&#8217;oralità. Una cosa ereditata dai classici, da Omero a Erodoto. Loro ti insegnano che quando racconti una storia sei tenuto a fermarti, spiegare, fare un passo in avanti e un paio indietro».<br />
Un mio amico francese un po&#8217; troppo fissato con le definizioni sostiene di aver amato molto il tuo libro ma di non riuscire a chiamarlo romanzo. Ho provato a dirgli che il miglior libro di Amos Oz è Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli), che è un&#8217;autobiografia. E che lo stesso si può dire per certi libri di Sebald o di Amis, che giocano con la saggistica, l&#8217;autobiografia, la finzione. Non c&#8217;è stato verso. «Avrei trovato ripugnante e ridicola l&#8217;idea di inventare mentre scrivevo Gli scomparsi, ma allo stesso tempo sono certo di averlo fatto. Sono d&#8217;accordo con te: molti dei bei romanzi di Amos Oz non valgono quanto Una storia di amore e di tenebra proprio per il potere di quel libro di trasfigurare un&#8217;esperienza individuale. Tutto oggi congiura a farci credere nel primato dell&#8217;Io su qualsiasi altro punto di vista. Tanto che uno corre il rischio di risultare trivialmente solipsista. Ho fatto di tutto per evitare il narcisismo di molti mémoires americani. Ce l&#8217;ho messa tutta affinché il racconto di zio Shmiel acquistasse una rilevanza artistica. Sapevo che la differenza tra una storia interessante e una storia trascurabile equivale alla differenza che c&#8217;è tra letteratura e cronaca. Non è detto che un fatto vero esprima alcuna verità. E talvolta la verità per manifestarsi ha bisogno dell&#8217;immaginazione. Sono affascinato dall&#8217;ambiguo rapporto tra il vero e la verità. Non c&#8217;è nulla di vero nelle pagine di Anna Karenina, ma esse esprimono una verità universale. D&#8217;altra parte il film di Lanzmann è un collage di materiali veri resi artistici dalla lucidità di uno sguardo narrativo. Ecco perché, con buona pace del tuo amico, non credo sia interessante stabilire se un libro è o non è un romanzo. La distinzione interessante è quella che divide l&#8217;arte da tutto il resto».</p>
<p>Martedì 26 Febbraio 2008 </p>
<p>p.s. il trailer del film &#8220;La chiave di Sara&#8221; sembra seguire una giusta direzione sulla consapevolezza che dovremmo avere tutti</p>
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		<title>Buena vista &#8220;social tv&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 16:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa significa oggi fare giornalismo ai tempi di facebook e twitter e quanto influiranno i social network su un mestiere che con l’avvento della tv prima e di internet dopo ha subito radicali trasformazioni?<br />
Partiamo dall’inizio, l’Inghilterra della prima rivoluzione industriale, ai tempi di Charles Dickens, uno dei più grandi precursori della professione più o meno come la conosciamo noi, nel suo “Viaggio in Italia” disse dei genovesi: “gente che ride poco e si chiamano tutti Baciccia”. Una riflessione che sarebbe stato un bellissimo tweet e uno stato di fb degno di parecchi “I like it”.  Poche parole per dire che i primi quotidiani si chiamavano “Observer” e “Guardian” e si prefiggevano lo scopo di raccontare la realtà da parte di spiriti estrosi e decisamente flaneur, poco propensi a lavorare ma curiosissimi di quello che vedevano, pronti a folgorarlo con battute pungenti. Due secoli di giornalismo sono difficilmente sintetizzabili in un post, ma quando si comprese che l’attività di quei simpatici istrioni poteva avere un ruolo sociale influente e redditizio sia dal punto di vista economico che politico le cose cambiarono parecchio. Due note tanto per rendere l’idea: i fili del telegrafo tra Francia e Gran Bretagna furono tirati perchè in continente arrivassero puntuali le cronache su Jack lo squartatore e circa cento anni dopo due giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein costrinsero alle dimissioni con le loro rivelazioni il più potente uomo del mondo, il presidente degli Stati Uniti.<br />
Poi la storia la conoscete tutti, la tv, lo sbarco sulla luna, Peter Arnett,  la CNN, Al Jazeera, i satelliti e il digitale terrestre con una proposta infinita di canali e di informazione.<br />
Eppure in tutta questa esplosione di geometrica potenza è sempre più netta la sensazione che quell’inizio, quegl’importuni gentleman che ponevano domande imbarazzanti e sbeffeggiavano sui loro fogli con beffarde battute e articoli taglienti i prepotenti di turno e gli ipocriti costumi di allora siano ancora oggi ciò a cui dobbiamo guardare quando pensiamo al giornalismo e che il loro spirito, libero ovviamente, in fondo in fondo, alberga in ciascuno di noi.<br />
Lo penso quando leggo formidabili tweet, oppure pagine colte e brillanti di blogger sconosciuti o ancora nei fantasiosi mix di parole e immagini che offre la combinazione tecnologica di facebook. Nonostante la terribile omologazione dell’epoca in cui viviamo la tecnologia, di per sé violenta e distruttiva ma con il limite di essere ignara di sé, ci ha posto la condizione di usare lo spazio virtuale della rete per l’antico mestiere di essere originali ed eccentrici, arguti e dispettosi, pigri e simpatici. Tanti piccoli Dickens, osservatori e curiosi, giornalisti appunto, come in quei tempi lontani.   </p>
<p>P.S. Comincia su Primocanale condotta  dal collega Giuseppe Sciortino e dal sottoscritto la trasmissione “Social Tv” dalle 19.45 alle 20.45 con l’intento di incrociare le nuove forme di scrittura e comunicazione su Twitter e Facebook con la tv. Dateci un occhio….http://www.facebook.com/primocanale?sk=app_4949752878<br />
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://www.giovannigiaccone.it/archives/1234"><img src="http://img.youtube.com/vi/MevrQ-X19Cw/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Negroni</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 18:22:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il pranzo di Babette]]></category>
		<category><![CDATA[Negroni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sul “Negroni” è interessante soffermarsi già partendo dal nome. Il cocktail prende questo nome dall’usanza del conte di Negroni di far correggere dal barman il classico “Americano” con del gin. Poi la frase “Un Americano come quello del conte Negroni” arrivò alla massima sintesi possibile, ed ecco il “Negroni”. Formula base: 1/3 vermouth, 1/3 carpano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul “Negroni” è interessante soffermarsi già partendo dal nome. Il cocktail  prende questo nome dall’usanza del conte di Negroni di far correggere dal barman il classico “Americano” con del gin. Poi la frase “Un Americano come quello del conte Negroni” arrivò alla massima sintesi possibile, ed ecco il “Negroni”. Formula base: 1/3 vermouth, 1/3 carpano, 1/3 gin, ma con il tempo il carpano e il gin sono cresciuti proporzionalmente nella dose. Va servito in un tumbler con ghiaccio e una fetta d’arancia. Sin qui l’accademia, ma non è il punto. Il “Negroni” è un cocktail invernale, si abbina bene alle giornate fredde e alle ore serali. Si fa bere bene in compagnia e in genere, e se quest’ultima non è proprio scadente, si finisce sempre con il berne almeno due. Ma il “Negroni” è ancora di più che un ottimo agente per sciogliere giornate sacrificate alla nevrosi del lavoro, è anche un’ottima finestra per un’altra dimensione. Non particolarmente lontana e neppure difficilmente raggiungibile ma pur sempre altra e senza un buon “Negroni” difficilmente raggiungibile.<br />
Intanto, guardatelo bene quando ve lo portano al tavolo. Il “Negroni” va vissuto prima, è essenziale. Il rosso fiammante è quello di un demone un po’ blasé come quei diavoli rossi, con il pizzetto,  i baffi all’insù e il forcone, dall’aria un po’ gay, che popolavano le reclamè dei primi del novecento accompagnati da diavolesse scosciate  che ammiccavano a distinti signori in cilindro e frac  in visibilio per le porzioni di carne scoperta. Mescolatelo. Il ghiaccio produce un tintinnio sordo sulle pareti del tumbler e il profumo intenso del cocktail solletica il vostro olfatto. Fermatevi qui, per il momento. Come tutti gli inferni, più o meno personali, più o meno pericolosi della vita, il meglio lo danno nei preliminari. Gustate questo momento perché se cogliete l’attimo il più è fatto. L’ascensore per l‘inferno è preso. Un diavolo rosso vi accompagnerà al piano e le porte si apriranno in uno spazio di conturbanti promesse e seducenti inganni. Tutto è più semplice, lineare se non brillante. Spumeggiante.  Ora ne avete bevuto metà. Vi sentite più tranquillo e sciolto, i concetti arrivano veloci alle sinapsi stressate della vostra materia grigia, la spiegazione dei misteri più oscuri dell’universo è a un passo. Vi spiegate e tutti comprendono, la prima volta in tutta la giornata. State parlando in aramaico. E’ un classico. Succede sempre. La cameriera vi osserva, è pazza di voi. Vi vuole, ORA! Manca un sorso. Fermi. Godetevela ora. Non saprete mai più l’aramaico così bene e difficilmente la cameriera vi desidererà così tanto.  A questo punto si commette l’errore di bere l’ultimo goccio per farsi coraggio: spiegare l’origine dell’universo in aramaico non è una cazzata e la cameriera sembra una tipa tosta. Comprensibile. Il “Negroni” lo sa e vi suggerisce la frase magica : “Un altro”. Adesso dipende da voi. Con “Un altro” parlerete correntemente sanscrito e babilonese e sarete considerato un genio sessualmente irresistibile da tutto il locale, ma sotto di voi si cominceranno ad aprire  voragini di  feroci emicranie e maelstrom indicibili nel vostro letto . C’è anche chi è andato ben oltre le soglie degli inferi accompagnato da molti “altri” Negroni. Di loro non so. So che l’ultima essenza del “Negroni” la vedrete dopo un po’,  sotto un cielo nero e stellato, uscire come una nuvoletta dalla vostra bocca  mentre voi seduti sui gradini di un portone smaltendo l’aramaico e la “cotta” per la cameriera aspettate che vi portino su, con l’ascensore.<br />
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