Ho letto recentemente l’ultimo libro di Tom Wolfe “Io sono Charlotte Simmons”. Avevo letto non molto tempo fa “Il falò delle vanità” che mi aveva impressionato per la capacità, al di là della trama, di raccontare lo yuppismo attraverso le idee, i ragionamenti e la vita del principale protagonista. Nello stesso modo, di saper descrivere i personaggi “leggendoli” non come maschere necessarie allo scenario della sua trama ma radiografandoli e restituendo per ognuna di queste figure (avvocati, giornalisti, magistrati, manager) lo “svelamento” del perché di un certo tipo di comportamento, la ragione meno ovvia ma alla fine quella più sincera e originale. Mi sono quindi avvicinato a “Io sono Charlotte Simmons” con una certa curiosità. Il romanzo, in breve, racconta le vicissitudini di una studentessa modello della profonda provincia americana che si trasferisce a studiare nella prestigiosa Dupont University. Qui viene a contatto con dei coetanei molto diversi da come lei se li era rappresentati. Grandi consumatori di alcool, sessualmente sfrenati e disinibiti, snobisticamente disinteressati allo studio e al sapere e legati fra loro nell’appartenenza alle fraternity, gruppi esclusivi a cui appartengono i rampolli dell’aristocrazia economico – finanziaria americana. Quello che c’è di interessante in questo libro, a mio parere, è il tentativo titanico di Wolfe di descrivere e di entrare nel merito della cultura contemporanea delle nuove generazioni. Lo scrittore entra nei particolari del significato delle singole parole, del lessico per spiegare i comportamenti complessi dei giovani della Dupont facendo di un romanzo quasi un trattato di antropologia. Ne esce l’idea, la prospettiva di un prepotente ritorno ad una forma di nichilismo radicato, rispetto al passato, nell’ultra – consumismo di generazioni cresciute nell’opulenza della società occidentale.
Il libro ha molti aspetti interessanti anche da punto di vista strettamente letterario, ma quello che mi sembra più intrigante dell’operazione di Wolfe è il tentativo di smascherare l’ovvio, ciò che diamo assolutamente per scontato perché le nostre categorie mentali e culturali non sono adeguate a comprendere e ad afferrare per i precisi significati. Allora emergono parole come “cool” “squallido” e quello che che è un vero e proprio gergo definito da Wolfe “patois del cazzo” dove le parole, gli aggettivi e i sostantivi, sono sostituiti da “merda” e “cazzo”. Tutto con una logica linguistica, assolutamente diversa da come, normalmente, oggi questi termini in ogni caso abbondantemente usati, vengono utilizzati.

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